
Dobbiamo avere, esorta il Papa, un “cuore che vede”. Non possiamo restare indifferenti di fronte alle sofferenze dell’umanità. Cristo, avverte, è Pastore buono e misericordioso, ma anche Giudice giusto che nel Giudizio finale separerà i buoni dai malvagi. Benedetto XVI ci indica il “criterio decisivo” di questo giudizio: “Questo criterio è l’amore, la carità concreta nei confronti del prossimo, in particolare dei ‘piccoli’, delle persone in maggiore difficoltà: affamati, assetati, stranieri, nudi, malati, carcerati. Il re dichiara solennemente a tutti che ciò che hanno fatto, o non hanno fatto nei loro confronti, l’hanno fatto o non fatto a Lui stesso. Cioè Cristo si identifica con i suoi ‘fratelli più piccoli’, e il giudizio finale sarà il rendiconto di quanto è già avvenuto nella vita terrena” (Al pellegrinaggio dell'arcidiocesi di Amalfi-Cava de' Tirreni, 22 novembre 2008).
Questo amore su cui saremo giudicati, soggiunge il Papa, non è mera filantropia. La sua fonte è Cristo stesso: “Lo spettacolo dell'uomo sofferente tocca il nostro cuore. Ma l'impegno caritativo ha un senso che va ben oltre la semplice filantropia. È Dio stesso che ci spinge nel nostro intimo ad alleviare la miseria. Così, in definitiva, è Lui stesso che noi portiamo nel mondo sofferente” (Al Pontificio Consiglio "Cor Unum", 23 gennaio 2006).
E dunque, prosegue, “quanto più consapevolmente e chiaramente lo portiamo come dono”, tanto più efficacemente il nostro amore cambierà il mondo e risveglierà la speranza. Ecco perché, ribadisce il Papa, la fede non è una teoria che “si può far propria o anche accantonare”: “È una cosa molto concreta: è il criterio che decide del nostro stile di vita. In un'epoca nella quale l'ostilità e l'avidità sono diventate superpotenze, un'epoca nella quale assistiamo all'abuso della religione fino all'apoteosi dell'odio, la sola razionalità neutra non è in grado di proteggerci. Abbiamo bisogno del Dio vivente, che ci ha amati fino alla morte” (Al Pontificio Consiglio "Cor Unum", 23 gennaio 2006).
Radio Vaticana