Cantalamessa: la gioia cristiana è interiore, non viene dal di fuori, ma dal di dentro. Può far sì perciò che si abbondi di gioia anche nelle tribolazioni. Si esprime in pace del cuore, pienezza di senso, capacità di amare e di lasciarsi amare e soprattutto in speranza
"Se in mezzo alle angustie e alle
tribolazioni, la Chiesa di oggi vuole
ritrovare le vie del coraggio e della
gioia, deve aprire bene gli occhi su
ciò che Dio sta compiendo in lei".
Non ha dubbi il sacerdote cappuccino
Raniero Cantalamessa, che al
tema dell’"evangelizzazione mediante
la gioia" ha dedicato l’ultima
predica di Avvento, tenuta questa
mattina, nella
cappella Redemptoris Mater, alla
presenza di Benedetto XVI. Per il
predicatore della Casa Pontificia,
infatti, "il dito di Dio, che è lo Spirito
Santo, sta scrivendo ancora nella
Chiesa e nelle anime storie meravigliose
di santità, tali che un giorno
- quando sarà scomparso tutto
il negativo e il peccato - faranno
guardare alla nostra epoca con stupore
e santa invidia".
Dopo aver riflettuto sull’Anno
della fede e sul Concilio Vaticano II,
nel terzo appuntamento in preparazione
al Natale, padre Cantalamessa
ha esortato a riscoprire la gioia
dell’incontro con Cristo. Questo
non significa chiudere gli occhi "ai
tanti mali che affliggono la Chiesa e
ai tradimenti di tanti suoi ministri";
anzi, proprio perché il mondo e i
media tendono a mettere in risalto
solo le cose negative della Chiesa,
"è bene sollevare lo sguardo" e vederne
anche il lato luminoso, la sua
santità. Perché "in ogni epoca -
anche nella nostra - il soffio dello
Spirito rianima il popolo di Dio e
suscita carismi". Generando così un
rinnovato "amore per la Parola" e
una «partecipazione attiva dei laici
alla vita della Chiesa", oltre che "l’impegno costante del magistero e
di tante organizzazioni a favore dei
poveri e dei sofferenti e l’anelito a
ricomporre l’unità spezzata del Corpo
di Cristo". Del resto, si è chiesto
il predicatore, "in quale epoca
passata la Chiesa ha avuto una tale
serie di Sommi Pontefici dotti e
santi come da un secolo e mezzo a
questa parte e tanti martiri della
fede?".
Nella sua riflessione il religioso
ha preso spunto dalle presenza nella
Bibbia, soprattutto nei Vangeli
dell’infanzia di Gesù, del termine
"agallìasis", che indica "il giubilo
escatologico per l’irrompere nel
tempo messianico". Quindi, invitando
a passare dalla Parola e dalla
liturgia alla vita quotidiana, ha chiesto
di interrogarsi su come questa
gioia possa raggiungere la Chiesa di
oggi e contagiarla. Infatti, ha
spiegato, "noi abbiamo più ragioni
oggettive per gioire, di quante ne
avessero Zaccaria, Simeone, i pastori
e, più in generale tutta la Chiesa
nascente. Quante grazie, quanti
santi, quanta sapienza di dottrina -
ha commentato - e ricchezza di
istituzioni. Quante volte la Chiesa
ha dovuto allargare nei secoli, anche
se non sempre ciò è avvenuto
senza resistenze, la capacità di accoglienza,
per far entrare le ricchezze
umane e culturali dei diversi popoli".
Passando poi dal piano ecclesiale
a quello esistenziale e personale, il
predicatore ha ricordato la campagna
sui mezzi di trasporto pubblico
di Londra, che diceva: "Dio probabilmente
non esiste. Dunque smetti
di tormentarti e goditi la vita".
L’elemento più insidioso di questo
slogan, ha sottolineato, "non è
la premessa, ma la conclusione. Il
messaggio è che la fede in Dio è
nemica della gioia. Senza di essa ci
sarebbe più felicità". Da qui la consegna
di padre Cantalamessa a "dare
una risposta a questa insinuazione
che tiene lontani dalla fede soprattutto
i giovani". In proposito il
predicatore ha citato le due categorie
del piacere e del dolore "che
nella vita terrena si susseguono con
regolarità: l’uso della droga, l’abuso
del sesso, la violenza omicida, sul
momento danno l’ebbrezza del piacere;
ma conducono alla dissoluzione
morale, e spesso anche fisica,
della persona". Nell’ottica della fede,
invece, "Cristo ha ribaltato il
rapporto: non più un piacere che
termina in sofferenza, ma una sofferenza
che porta alla vita e alla
gioia".
A questo punto sarebbe facile
un’obiezione: la gioia, dunque, è
solo per dopo la morte. Ma il religioso
l’ha smontata, evidenziando
come, al contrario, nessuno sperimenti
in questa vita la vera gioia
quanto i credenti. "La gioia cristiana
- ha argomentato - è interiore;
non viene dal di fuori, ma dal di
dentro. Può far sì perciò che si abbondi
di gioia anche nelle tribolazioni.
Si esprime in pace del cuore,
pienezza di senso, capacità di amare
e di lasciarsi amare e soprattutto in
speranza". Ne scaturisce l’auspicio
conclusivo che i cristiani siano i primi
testimoni della gioia che il mondo
cerca. "Tutti - ha asserito il cappuccino
- vogliamo essere felici. È
la cosa che accomuna buoni e cattivi.
Se tutti amiamo la gioia è perché
l’abbiamo conosciuta. Questa
nostalgia della gioia è il lato del
cuore umano naturalmente aperto a
ricevere il 'lieto messaggio'".
Dunque, "quando il mondo bussa
alle porte della Chiesa - perfino
quando lo fa con violenza e con ira
- è perché cerca la gioia". E tra i
maggiori cercatori di gioia ci sono
soprattutto i giovani: "Il mondo intorno
a loro è triste. La tristezza ci
prende alla gola, a Natale più che
nel resto dell’anno. Non dipende
dalla mancanza di beni materiali,
perché è molto più evidente nei
Paesi ricchi che in quelli poveri".
Secondo padre Cantalamessa
"una Chiesa malinconica e timorosa
non sarebbe all’altezza del suo compito;
non potrebbe rispondere alle
attese dell’umanità, soprattutto dei
giovani»" Non sono i ragionamenti
o i rimproveri, ma è la gioia "l’unico
segno che anche i non credenti
sono in grado di recepire e che può
metterli seriamente in crisi". Perciò
«i cristiani testimoniano la gioia
quando, evitando ogni acredine e
inutile risentimento nel dialogo con
il mondo e tra loro, sanno irradiare
fiducia, imitando Dio, che fa piovere
la sua acqua anche sugli ingiusti". Non a caso Paolo VI, nella sua
Esortazione Apostolica "Gaudete in
Domino" del 1975, parla di uno
"sguardo positivo sulle persone e
sulle cose, frutto d’uno spirito umano
illuminato e dello Spirito".
Infine il predicatore della Casa
Pontificia ha ribadito che "anche
dentro la Chiesa c’è bisogno vitale
della testimonianza della gioia". Da
qui la suggestiva definizione del
compito dei pastori nella Chiesa:
quella di essere "collaboratori della
gioia", valida soprattutto per quelli
"che vivono in mezzo alle prove e
alle calamità in alcune parti del
mondo".