'L'infanzia di Gesù'. Mons. Forte: nella sua semplicità espositiva, nei contenuti forti che narrano di un Dio vicino, umano fino in fondo e non per questo meno divino si offre come una buona novella per il nostro tempo e il suo spirito insicuro, naufrago dai grandi sogni delle ideologie e orfano di patrie attendibili e gratificanti
Il successo editoriale
dei libri di Benedetto XVI dedicati
a Gesù di Nazaret, compreso l’ultimo, "L’infanzia di Gesù", sta nella
capacità del Pontefice "di parlare
allo 'spirito del tempo' in maniera
tutt’altro che accomodante e tuttavia
coinvolgente". È quanto sostiene
il teologo e arcivescovo di
Chieti-Vasto, Bruno Forte, in un
ampio articolo pubblicato oggi dal Corriere della Sera che vi dedica l’intera copertina
delle pagine culturali. Un successo,
rileva Forte, che può apparire
"singolare" in un’epoca che molti
definiscono post-cristiana e che
eppure risulta "affascinante".
Il perché è presto detto. Il Papa
"non ignora le grandi trasformazioni
culturali degli ultimi decenni:
da una fiducia diffusa, persino
ingenua, nella capacità dei 'grandi
racconti' ideologici di interpretare
e trasformare il mondo, si è passati
con sorprendente rapidità a una
altrettanto diffusa sfiducia nei confronti
di ogni orizzonte totalizzante
di senso, compreso quello religioso". In pratica, l’uomo ridotto
a "massa" dalle ideologie si è ritrovato
improvvisamente solo,
mentre lo spazio per l’altro, dal
prossimo immediato fino a Dio,
è irrimediabilmente ridotto.
"Proprio per questo, però, risulta
affascinante la proposta di un
Dio diverso da quello che l’ideologia
combatteva e che la post-modernità
delle solitudini rifiuta". Infatti,
mentre dalla cultura dominante
spesso Dio viene visto come
un "limite" alla libertà umana, la
"proposta del Papa teologo attrae
le donne e gli uomini di questa età
post-cristiana, post-secolare e posta
moderna: nella sua semplicità
espositiva, nei contenuti forti che
narrano di un Dio vicino, umano
fino in fondo e non per questo
meno divino, la trilogia su Gesù di
Joseph Ratzinger si offre come
una buona novella per il nostro
tempo e il suo spirito insicuro,
naufrago dai grandi sogni delle
ideologie e orfano di patrie attendibili
e gratificanti". Così "al disincanto
degli orfani delle utopie
ideologiche e delle loro violenze,
viene offerto il volto di un Dio vicino".
Bruno Forte si sofferma poi anche
sul metodo scelto da Benedetto
XVI per realizzare la sua opera
cristologica. Si tratta di un metodo,
afferma, che presenta un "marcato
carattere post-moderno". Il
Pontefice, infatti, "suppone l’affidabilità
storica dei racconti evangelici,
ma non lo fa in maniera
acritica, bensì vagliando le testimonianze
e applicando i criteri
elaborati dal raffinato dibattito degli
ultimi due secoli intorno alla
storicità dei Vangeli". In questa
lettura, precisa Forte, "ci sono accenti
diversi, che vanno da un minimalismo
a un massimalismo: la
trilogia del Papa si colloca su una
linea precisa, motivata da un’opzione
di fondo, secondo cui l’accostamento
alla figura del Gesù storico
non è mai irrilevante per la
mente e il cuore di chi lo opera".