
“Io concederò nella mia casa e dentro le mie mura un monumento e un nome… darò loro un nome eterno che non sarà mai cancellato” (Is 56,5). Questo passo tratto dal Libro del profeta Isaia offre le due semplici parole che esprimono in modo solenne il significato profondo di questo luogo venerato: yad – “memoriale”; shem – “nome”.


Benedetto XVI ha ribadito anche l’impegno della Chiesa Cattolica “accanto a quanti oggi sono soggetti a persecuzioni per causa della razza, del colore, della condizione di vita o della religione” il suo impegno a “pregare e ad operare senza stancarsi per assicurare che l’odio non regni mai più nel cuore degli uomini”. Il Papa ha quindi auspicato: “Possano i nomi di queste vittime non perire mai! Possano le loro sofferenze non essere mai negate, sminuite o dimenticate! E possa ogni persona di buona volontà vigilare per sradicare dal cuore dell’uomo qualsiasi cosa capace di portare a tragedie simili a questa”. Nel silenzio davanti al memoriale “il loro grido echeggia ancora nei nostri cuori. È un grido che si leva contro ogni atto di ingiustizia e di violenza. È una perenne condanna contro lo spargimento di sangue innocente. È il grido di Abele che sale dalla terra verso l’Onnipotente”. "Nel professare la nostra incrollabile fiducia in Dio, diamo voce - ha chiesto - a quel grido con le parole del Libro delle Lamentazioni, cosi' cariche di significato sia per gli ebrei che per i cristiani: 'Le grazie del Signore non sono finite, non sono esaurite le sue misericordie; si rinnovano ogni mattina, grande è la sua fedeltà". "Cari Amici - ha poi concluso Joseph Ratzinger - sono profondamente grato a Dio e a voi per l'opportunità che mi è stata data di sostare qui in silenzio: un silenzio per ricordare, un silenzio per sperare".
Visita al Memoriale di Yad Vashem (Gerusalemme, 11 maggio 2009) - il testo integrale del discorso del Papa