Il Papa in Libano. Benedetto vuole essere vicino ai cristiani del Medio Oriente. Tutte le forze in campo hanno interesse che si svolga senza problemi

Nonostante gli scontri e disordini di questi giorni a Tripoli, nel nord-ovest del Paese, la preparazione del viaggio di Benedetto XVI in Libano continua a pieno ritmo: il Papa e i suoi collaboratori sono al lavoro sui discorsi che verranno pronunciati, e sul testo dell’Esortazione Apostolica post-sinodale, frutto dei lavori del Sinodo sul Medio Oriente del 2010, che sarà firmata e consegnata alle Chiese mediorientali nel Paese dei cedri. Un Paese, il Libano, che può essere a pieno titolo incluso nella Terra Santa: nella zona di Tiro e Sidone infatti l’evangelista Matteo ambienta il viaggio di Gesù e dei suoi discepoli e cita l’episodio della donna cananea che chiede la guarigione della figlia indemoniata. Un Paese dove la secolare presenza cristiana è stata un fattore determinante. Nei giorni scorsi diversi giornali hanno riportato voci allarmanti sulla sicurezza ipotizzando che il pellegrinaggio papale possa essere, all’ultimo momento, rimandato. Ipotesi che il portavoce vaticano, padre Federico Lombardi, ha prontamente smentito, informando anche che la Papamobile di Benedetto XVI è già arrivata nel Paese. Ieri ha parlato dei rischi del viaggio anche padre Paolo Dell’Oglio, il gesuita che ha dovuto lasciare il monastero di Mar Moussa in Siria dopo trent’anni di impegno nel dialogo tra cristiani e musulmani. Secondo padre Dell’Oglio, il pericolo sarebbe rappresentato dalla prossimità dell’attuale governo libanese con il regime siriano di Bashar al-Assad. È vero che fonti diplomatiche lasciano aperta la possibilità di un rinvio, nel caso la situazione della Siria precipitasse ulteriormente, ricordando quanto avvenne nel 1994, quando Giovanni Paolo II fu costretto a cancellare il viaggio già organizzato a Beirut, a motivo di una serie di attacchi dinamitardi contro chiese cristiane. Allora però la situazione era diversa, e a far decidere per il rinvio del pellegrinaggio, avvenuto poi nel maggio 1997, furono anche le tensioni esistenti tra gli stessi cristiani. "Per il momento non c’è alcuna idea di rimandare il viaggio – ribadiscono le fonti vaticane – il Papa vuole visitare un Paese che ha sofferto e che soffre, un’area delicata e problematica dove i cristiani sono stati e sono un elemento costitutivo e tradizionalmente sempre presente". Proprio l’appello alla pace, alla convivenza, al dialogo tra religioni diverse, all’impegno per il bene comune e alla fine di ogni violenza, e soprattutto la vicinanza e il sostegno ai cristiani del Medio Oriente, sono gli obiettivi del viaggio. "È importante – affermano le fonti della Santa Sede – che i cristiani giochino un ruolo attivo: sono un fattore di stabilità e devono continuare a svolgerlo, in un momento di grandi cambiamenti e di incognite per il futuro dell’intera regione". Nella capitale libanese, nonostante la vicinanza e la dipendenza dalla Siria, la situazione appare tutto sommato calma ed è più che probabile che nessuno in questo momento voglia aprire nuovi fronti di destabilizzazione. In particolare Hezbollah, il "Partito di Dio", partito politico sciita libanese appoggiato dall’Iran e anche dalla Siria, che è dotato un’ala militare. Alcune fazioni cristiane libanesi sono vicine a Hezbollah, e in ogni caso le principali forze in gioco hanno interesse che tutto si svolga senza problemi e che il Papa possa dire ciò che ha da dire, sui cristiani, sulla convivenza nell’area, e anche sulla Siria. Un aspetto che sta molto a cuore a Papa Ratzinger è quello dei giovani. Benedetto XVI si troverà di fronte una vastissima platea di giovani, non soltanto cristiani, ai quali far arrivare direttamente un messaggio di pace e di dialogo, ancorato ai valori evangelici, diverso da altre sollecitazioni e incitazioni troppo spesso incentrate sull’odio. Un messaggio che sarà presente anche nell’Esortazione Apostolica post-sinodale, nella quale si parlerà della difficile situazione dei cristiani in Medio Oriente, ma anche della ricchezza rappresentata dalle loro riverse tradizioni e riti, e del ruolo che questa componente insostituibile deve continuare a svolgere. Dopo le speranze accese dalla "primavera araba", che ha visto anche i cristiani protagonisti, questo è il momento delle difficoltà e dell’incertezza: molte comunità cristiane sono spaventate. Cadono regimi che avevano comunque garantito loro la sopravvivenza, si rischia di sprofondare nel caos. E anche in Paesi dove si sta cercando uscire dalla difficile transizione post-bellica, come nel caso dell’Iraq, i cristiani si sentono minacciati dal fondamentalismo e dalla mancanza di sicurezza, ma non vogliono ridursi in "riserve" che li separino dal resto della popolazione con cui hanno convissuto per secoli.

Andrea Tornielli, Vatican Insider

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