mercoledì 31 marzo 2010

I vescovi americani: sappiamo per nostra stessa esperienza come il Papa abbia rafforzato la risposta della Chiesa alle vittime dei preti pedofili

I vescovi degli Stati Uniti si schierano a difesa dell'operato di Benedetto XVI volto a contrastare con fermezza il "peccato e il crimine" degli abusi sessuali compiuti da sacerdoti. Affermano i presuli in una dichiarazione resa pubblica ieri: "Sappiamo per nostra stessa esperienza come Papa Benedetto XVI sia profondamente preoccupato per quanti sono stati colpiti da abusi sessuali e come abbia rafforzato la risposta della Chiesa alle vittime e dato sostegno ai nostri sforzi di affrontare i colpevoli. Il recente emergere - continuano i vescovi - di più resoconti su abusi sessuali compiuti da sacerdoti rattrista e indigna la Chiesa e ci causa vergogna. Se c'è un posto dove i bambini dovrebbero essere al sicuro questo dovrebbe essere nella propria casa e nella Chiesa". Proseguono i presuli: "Continueremo a intensificare i nostri sforzi di fornire un ambiente sicuro per i bambini nelle nostre parrocchie e nelle nostre scuole. Inoltre, lavoreremo insieme agli altri nelle nostre comunità per affrontare la piaga degli abusi sessuali in tutta la società". Nella dichiarazione - firmata dal presidente della Conferenza Episcopale, il card. Francis George, dal vicepresidente, il vescovo di Tucson, Gerald Kicanas, dall'arcivescovo di Louisville, Joseph Kurtz, dal vescovo di Youngstown, George Murry e dal vescovo di Paterson, Arthur Serratelli - si ricorda il viaggio negli Stati Uniti di Benedetto XVI nell'aprile 2008: "Uno dei momenti più toccanti" - si legge nel documento - è stata la conversazione privata del Papa, avvenuta nella Nunziatura apostolica di Washington, con le vittime degli abusi. Benedetto XVI "ha potuto ascoltare direttamente come gli abusi sessuali abbiano devastato la vita delle vittime. Il Santo Padre ha condiviso la loro dolorosa esperienza e ha ascoltato, tenendo strette frequentemente le loro mani e rispondendo teneramente, rassicurandoli". Con l'appoggio - continua la dichiarazione - "sia di Giovanni Paolo II che di Benedetto XVI noi vescovi ci siamo vigorosamente impegnati a fare ogni cosa in nostro potere per fare in modo che non vengano più compiuti abusi sui bambini. Concretizziamo questo impegno attraverso il Charter for the protection of Children and Young People, uno statuto che ci chiama a rispondere con compassione alle vittime, a lavorare diligentemente al fine di vigilare su quanti lavorano con i bambini e i giovani nella Chiesa, a diffondere una coscienza anti abusi e un'educazione preventiva, a comunicare casi sospetti di abuso alle autorità giudiziarie civili e a valutare i nostri sforzi nella protezione dei bambini e dei giovani attraverso una verifica esterna annuale a livello nazionale". Concludono i vescovi: "Così come accompagniamo Cristo nella Sua passione e morte nel corso della Settimana Santa, siamo con il Santo Padre Benedetto XVI in preghiera per le vittime dell'abuso sessuale, per tutta la Chiesa e per il mondo intero".

L'Osservatore Romano

Il card. Brady incontra alcune vittime di abusi sessuali di preti: continuare ad ascoltarle. In questi giorni rifletterà sulle possibili dimissioni

Nel mezzo di una Settimana Santa che ha annunciato di voler dedicare alla riflessione sul suo futuro, il primate d'Irlanda, card. Sean Brady (foto), ha incontrato questa mattina alcune vittime di abusi sessuali da parte di preti. Lo ha reso noto l'ufficio comunicazione della Conferenza Episcopale irlandese. Il porporato è sotto accusa da parte delle associazioni delle vittime dopo che è emerso che aveva partecipato al processo canonico di un prete pedofilio nel 1975, durante il quale chiese a due ragazzi abusati di mantenere il segreto sulla vicenda. In molti, in Irlanda, ne chiedono le dimissioni e il primate ha promesso che rifletterà sul suo destino durante la settimana che prelude alla Pasqua. Oggi, il card. Brady ha incontrato nella città di Armagh, di cui è arcivescovo, i rappresentanti dell'Irish Survivors of Child Abuse, di Right to peace, di Right of Place e i coniugi Collins. ''Il primo intento di questi incontri per i rappresentanti della Chiesa era di continuare ad ascoltare i punti di vista dei sopravvissuti agli abusi in seguito alla pubblicazione della Lettera pastorale del Santo Padre, Benedetto XVI, ai cattolici di Irlanda'', si legge nella nota. Oltre a Brady erano presenti agli incontri il vescovo di Dromore John McAreavey e la signora Lucy McCaffrey, incaricata di facilitare i contatti dei vescovi irlandesi con le vittime di pedofilia.

Asca

Il vescovo di Milwaukee ammette: siamo stati noi a sbagliare negli anni degli abusi, non il Vaticano dopo. Chiedo scusa a nome dell'arcidiocesi

"Siamo stati noi, autorità civili e religiose del Milwaukee, a sbagliare tra gli anni 70, 80 e 90. Non Roma e il Vaticano tra il 1996 e il 1998". Lo afferma Jerome Listecki, arcivescovo di Milwaukee, chiedendo formalmente scusa e assumendosi a nome dell'arcidiocesi ogni responsabilità nell'ambito dell'inchiesta attorno a Lawrence Murphy, il prete accusato di aver abusato di 200 ragazzi sordomuti. "Per questo - ha aggiunto rivolgendosi ai fedeli nel corso di una Messa alla cattedrale della città - vi chiedo scusa a nome della Chiesa e di questa arcidiocesi".

Tgcom.it

Benedetto XVI: universitari, si accresca in voi il desiderio di incontrare personalmente Gesù Cristo per testimoniarlo con gioia in ogni ambiente

“Riflettere sull’importanza degli studi universitari” per formare una “mentalità cattolica universale”. A rivolgere tale invito ai giovani è stato questa mattina il Papa, salutando come di consueto al termine dell’Udienza generale i fedeli di lingua italiana presenti in Piazza San Pietro. Rivolgendosi agli universitari, provenienti da diversi Paesi, che partecipano al Congresso internazionale promosso dalla Prelatura dell’Opus Dei, Benedetto XVI ha citato il fondatore del movimento, San Josemaria Escrivà de Balaguer, che definiva la “mentalità cattolica universale come “ampiezza di orizzonti e vigoroso approfondimento di ciò che è perennemente vivo nell’ortodossia cattolica”. “Si accresca in ciascuno il desiderio di incontrare personalmente Gesù Cristo, per testimoniarlo con gioia in ogni ambiente”, l’auspicio del Santo Padre per i giovani. Al termine dei saluti, il Papa ha ringraziato tutti i fedeli per la loro visita, “augurando a ciascuno che questi giorni della Settimana Santa siano occasione propizia per rafforzare la fede e l’adesione al Vangelo”.

SIR

Il Papa: vivere intensamente il Triduo Sacro affinchè orienti decisamente la nostra vita all'adesione generosa e convinta a Cristo morto e risorto

I giorni del Triduo Pasquale, che comincia domani, sono un momento da “vivere intensamente, affinché orientino decisamente la vita di ciascuno all'adesione generosa e convinta a Cristo”. Ciò assume un signficato particolare, in quest’Anno Sacerdotale, per i presbiteri, ai quali il Papa ha oggi rinnovato l’esortazione a “lasciarsi conquistare da Cristo”, per essere “nel mondo di oggi, messaggeri di speranza, di riconciliazione e di pace”. I primi auguri di Benedetto XVI per la Pasqua hanno concluso la catechesi delll’Udienza generale di questa mattina, nel corso della quale il Papa ha illustrato alle 30mila persone presenti in Piazza San Pietro il significato dei giorni della Settimana Santa. ''Stiamo vivendo i giorni santi che ci invitano a meditare gli eventi centrali della nostra Redenzione, il nucleo essenziale della nostra fede'', ha esordito Benedetto XVI. ''Domani - ha aggiunto - inizia il Triduo pasquale, fulcro dell'intero anno liturgico, nel quale siamo chiamati al silenzio e alla Preghiera per contemplare il mistero della Passione, Morte e Risurrezione del Signore''. Domani, la Messa crismale vedrà riuniti i sacerdoti con i loro vescovi per il rito nel corso del quale vengono benedetti l’olio degli infermi, dei catecumeni e il crisma. Nella stessa occasione, i sacerdoti rinnovano le promesse pronunciate il giorno dell’ordinazione. “Tale gesto assume quest’anno, un rilievo tutto speciale, perché collocato nell’ambito dell’Anno Sacerdotale, indetto per commemorare il 150mo anniversario della morte del santo Curato d’Ars”. A tutti i sacerdoti il Papa ha ripetuto l’auspicio formulato nella Lettera d'indizione di questo anno: “Sull’esempio del Santo Curato d’Ars, lasciatevi conquistare da Cristo e sarete anche voi, nel mondo di oggi, messaggeri di speranza, di riconciliazione, di pace”. Domani pomeriggio, con la Messa “In coena Domini”, si celebra l’istituzione dell’Eucaristia. Nelle parole di Gesù a proposito del pane e del vino “Questo è il mio corpo” e “Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue”, ha affermato Benedetto XVI, si manifesta “con chiarezza l’intenzione di Cristo: sotto le specie del pane e del vino, Egli si rende presente in modo reale col suo corpo donato e col suo sangue versato quale sacrificio della Nuova Alleanza. Al tempo stesso, Egli costituisce gli apostoli e i loro successori ministri di questo sacramento, che consegna alla sua Chiesa come prova suprema del suo amore”. Nel corso dello stesso rito si ripete il gesto di Gesù che lava i piedi agli apostoli, un atto che “rappresenta tutta la vita di Gesù e rivela il suo amore sino alla fine, un amore infinito, capace di abilitare l’uomo alla comunione con Dio e di renderlo libero”. Al termine della liturgia del Giovedì Santo, la Chiesa ripone il Santissimo Sacramento in un luogo appositamente preparato, “che sta a rappresentare la solitudine del Getsemani e l’angoscia mortale di Gesù. Davanti all’Eucarestia, i fedeli contemplano Gesù nell’ora della sua solitudine e pregano affinché cessino tutte le solitudini del mondo. Questo cammino liturgico è, altresì, invito a cercare l’incontro intimo col Signore nella preghiera, a riconoscere Gesù fra coloro che sono soli, a vegliare con lui e a saperlo proclamare luce della propria vita”. Il Venerdì Santo è dedicato al ricordo della passione e della morte di Gesù. “Esiste – ha evidenziato il Papa - una inscindibile connessione fra l’Ultima Cena e la morte di Gesù. Nella prima Gesù dona il suo corpo e il suo sangue, ossia la sua esistenza terrena, se stesso, anticipando la sua morte e trasformandola in un atto di amore. Così la morte che, per sua natura, è la fine, la distruzione di ogni relazione, viene da lui resa atto di comunicazione di sé, strumento di salvezza e proclamazione della vittoria dell’amore. In tal modo, Gesù diventa la chiave per comprendere l’Ultima cena che è anticipazione della trasformazione della morte violenta in sacrificio volontario, in atto di amore che redime e salva il mondo”. Il Sabato Santo è il giorno del “grande silenzio. Le Chiese sono spoglie e non sono previste particolari liturgie. In questo tempo di attesa e di speranza, i credenti sono invitati alla preghiera, alla riflessione, alla conversione, anche attraverso il sacramento della riconciliazione, per poter partecipare, intimamente rinnovati, alla celebrazione della Pasqua”. Nella notte del Sabato Santo c’è la "madre di tutte le veglie", quando il silenzio viene “rotto dal canto dell’Alleluia, che annuncia la resurrezione di Cristo e proclama la vittoria della luce sulle tenebre, della vita sulla morte. La Chiesa – ha concluso il Papa - gioirà nell’incontro con il suo Signore, entrando nel giorno della Pasqua che il Signore inaugura risorgendo dai morti”.

AsiaNews

L’UDIENZA GENERALE - il testo integrale della catechesi e dei saluti del Papa

John Allen: 'l'uomo di punta', la lettera del 2001 e i processi canonici, tre punti fondamentali sul Papa e la pedofilia nel clero fraintesi dai media

di John L. Allen
Il Sussidiario.net

La storia di Papa Benedetto XVI è sottoposta in questi giorni a un intenso esame in rapporto alla crisi derivante dagli abusi sessuali. Le rivelazioni arrivate dalla Germania hanno messo sotto il riflettore i suoi cinque anni come vescovo diocesano e, giovedì scorso, un pezzo del New York Times sul caso di Padre Lawrence Murphy di Milwaukee lo ha tirato in gioco per i suoi anni in Vaticano come prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede. Anche se in alcuni ambienti si pensa che con tutto questo si voglia solo colpire il Papa e/o la Chiesa, sollevare tali questioni è del tutto legittimo. Occorre innanzitutto fare chiarezza. Il mio giornale, il National Catholic Reporter, ha chiesto in un editoriale la più ampia trasparenza, perché sembra evidente che solo la trasparenza potrà aiutare a risolvere le gravi questioni che Benedetto deve affrontare. Nell’attuale discussione ci sono almeno tre aspetti che riguardano Benedetto e che vengono fraintesi o trattati in modo negligente. Fare chiarezza su questi punti significa non tanto giustificare il Papa, ma piuttosto cercare di capire con precisione come siamo arrivati al punto in cui siamo. Di seguito, quindi, esporrò tre punti mirati a comprendere il comportamento di Benedetto di fronte alla crisi degli abusi sessuali.
1. Non è lui “l’uomo di punta”. In primo luogo, alcuni media hanno insinuato che l'allora cardinale Joseph Ratzinger ha presieduto per quasi un quarto di secolo, dal 1981 fino alla sua elezione al soglio pontificio nell'aprile 2005, l'ufficio vaticano responsabile per gli abusi sessuali e che quindi egli è responsabile per qualunque cosa il Vaticano abbia, o non abbia fatto, in questo periodo. Questo non è corretto. In realtà, Ratzinger non ha avuto la responsabilità diretta della gestione globale della crisi fino al 2001, quattro anni prima di diventare Papa. Fino a questa data, i vescovi non erano tenuti a segnalare alla Congregazione per la Dottrina della Fede i casi di sacerdoti accusati di abusi sessuali, obbligo introdotto da Papa Giovanni Paolo II con il motu proprio intitolato Sacramentorum sanctitatis tutela, appunto nel 2001. Prima di allora, la maggior parte dei casi di abusi sessuali non erano mai arrivati a Roma. Nei rari casi in cui un vescovo avesse voluto ridurre allo stato laico, contro la sua volontà, un prete responsabile di abusi, il processo canonico sarebbe stato comunque condotto da uno dei tribunali del Vaticano, non dall'ufficio di Ratzinger. Prima del 2001, la Congregazione per la Dottrina della Fede è stata coinvolta solo nei casi, estremamente infrequenti, di abusi sessuali avvenuti nel contesto della confessione, in quanto all’interno della Congregazione esisteva un tribunale canonico preposto agli abusi che coinvolgevano il sacramento della penitenza. In questo modo, ad esempio, è arrivato alla Congregazione il caso di padre Marcial Maciel Degollado, fondatore dei Legionari di Cristo, ed è questo il motivo per cui si sono rivolti alla Congregazione anche i funzionari dell'arcidiocesi di Milwaukee per il caso di padre Lawrence Murphy. Ratzinger è stato un alto funzionario del Vaticano dal 1981 in poi, ma dire che è stato, per quasi venticinque anni, l’“uomo di punta” del Vaticano in materia di abusi sessuali, incolpandolo della cattiva gestione di ogni caso sorto tra il 1981 e il 2001, è fuorviante. Prima del 2001, Ratzinger non aveva personalmente nulla a che fare con la stragrande maggioranza dei casi di abuso sessuale, neppure con quella piccola percentuale che arrivava fino a Roma.
2. La lettera del 2001. Alcuni articoli e commenti citano una lettera del maggio 2001, dal titolo De delictis gravioribus, inviata da Ratzinger ai vescovi di tutto il mondo, come la “pistola fumante” che dimostrerebbe il tentativo di Ratzinger di contrastare la segnalazione alla polizia, o ad altre autorità civili, di abusi sessuali compiuti da sacerdoti, ordinando ai vescovi di mantenere il segreto. La lettera dispone che certi reati gravi, compreso l'abuso sessuale di un minore, devono essere riferiti alla Congregazione per la Dottrina della Fede e che essi sono “soggetti al segreto pontificio”. Il Vaticano ribadisce, tuttavia, che questa segretezza si riferiva solo alle procedure disciplinari interne alla Chiesa, ma non intendeva impedire ad alcuno di segnalare i casi di abuso anche alla polizia o ad altre autorità civili. Si tratta di un’osservazione tecnicamente corretta, poiché in nessuna parte della lettera del 2001 vi è alcun divieto di segnalare gli abusi sessuali alla polizia o ai magistrati civili. In realtà, pochi vescovi avevano bisogno di un’ingiunzione da Roma per non parlare pubblicamente degli abusi sessuali: questa era semplicemente la cultura della Chiesa di quel tempo, il che rende illogica fin dall’inizio la caccia a una “pistola fumante”. Cambiare una cultura, nella quale il Vaticano era coinvolto quanto chiunque altro, una cultura diffusa e radicata ben oltre Roma, non è così semplice come abrogare una legge ed emanarne una nuova. A parte questo, il punto chiave circa la lettera di Ratzinger del 2001 è che quando uscì, lungi dall'essere vista come parte del problema, fu salutata come un punto di svolta verso una sua soluzione. Essa ha significato il riconoscimento a Roma, per la prima volta, di quanto fosse realmente grave il problema degli abusi sessuali e ha impegnato il Vaticano a occuparsene direttamente. Prima del Motu Proprio e della lettera di Ratzinger del 2001, non era chiaro se a Roma vi fosse qualcuno con la riconosciuta responsabilità di gestire la crisi; da quel momento in poi, la Congregazione per la Dottrina della Fede avrebbe giocato il ruolo principale. A partire dal 2001, Ratzinger ha dovuto riesaminare tutte le pratiche su ogni sacerdote accusato, con un minimo di credibilità, di abusi sessuali, ovunque nel mondo, acquistando una conoscenza sulla portata del problema che praticamente nessun altro nella Chiesa Cattolica può vantare. Dopo aver visto tutti i documenti, ha cominciato a parlare apertamente di “sporcizia” nella Chiesa e il suo staff è diventato molto deciso nel perseguire chi commetteva abusi. Per coloro che hanno seguito la risposta della Chiesa alla crisi, la lettera di Ratzinger nel 2001 è perciò vista come una assunzione, pur ritardata, di responsabilità da parte del Vaticano e l'inizio di una risposta molto più energica. Che la risposta sia sufficiente o meno è naturalmente argomento di discussione, ma interpretare la lettera di Ratzinger del 2001 come l'ultimo dei vecchi tentativi di negazione e copertura dei misfatti significherebbe stravolgere i fatti.
3. I processi canonici. Il vice di Ratzinger alla Congregazione per la Dottrina della Fede per i casi di abuso sessuale, il maltese mons. Charles Scicluna, ha rilasciato di recente un'intervista a un giornale cattolico italiano, in cui afferma che degli oltre 3.000 casi pervenuti a Roma, solo il 20 per cento sono stati sottoposti ad un processo canonico completo. In alcuni articoli, tra cui il pezzo di giovedì scorso del New York Times, questa cifra è stata citata come prova della “mancanza di azione” del Vaticano. Ancora una volta, però, coloro che hanno seguito da vicino la storia hanno quasi esattamente l'impressione opposta. Nel giugno 2002, nel proporre per la prima volta a Roma un insieme di nuove norme canoniche, al centro delle quali c’era la politica dell’“un colpo e sei fuori”, la volontà iniziale dei vescovi americani era di evitare del tutto i processi canonici, facendo invece affidamento sul potere amministrativo del vescovo di rimuovere in modo permanente un sacerdote dal ministero. Questo perché l’esperienza fatta nel corso degli anni con i tribunali romani aveva mostrato come fossero spesso lenti, macchinosi e portassero raramente a risultati certi. A tal proposito, vescovi ed esperti citerebbero un caso famoso, quello di Don Anthony Cipolla a Pittsburgh, nel periodo in cui era vescovo Donald Wuerl, ora arcivescovo di Washington. Wuerl rimosse Cipolla dal ministero nel 1988, in seguito alle accuse di abusi sessuali. Cipolla ricorse a Roma e la Segnatura Apostolica, di fatto la corte suprema vaticana, ordinò al vescovo di reintegrarlo. Wuerl portò il caso a Roma in prima persona, prevalendo alla fine, ma l'esperienza ha lasciato in molti vescovi americani l'impressione che i lunghi processi canonici non fossero la modalità giusta per gestire questi casi. Quando le nuove norme americane giunsero a Roma, incontrarono resistenza sulla base del principio che tutti hanno diritto ad un processo, un altro esempio questo, agli occhi dei critici, del fatto che il Vaticano fosse più preoccupato dei diritti dei persecutori che dei diritti delle vittime. Una commissione speciale, composta da vescovi americani e da alti funzionari del Vaticano, raggiunse poi un compromesso secondo il quale la Congregazione per la Dottrina della Fede avrebbe indagato i casi uno per uno per decidere quali sottoporre a un processo canonico. A quel tempo si temeva che la Congregazione avrebbe insistito per il processo in quasi tutti i casi, rinviando così nel tempo l’amministrazione della giustizia e il risarcimento delle vittime. In realtà, solo il 20 per cento fu rinviato a giudizio, mentre per la maggior parte dei casi, il 60 per cento, i vescovi furono autorizzati ad adottare immediate misure amministrative, a seguito di prove schiaccianti. Il fatto che solo il 20 per cento dei casi siano stati sottoposti a un completo processo canonico è stato salutato come una tardiva presa di coscienza di Roma della necessità di una giustizia rapida e sicura, e come una vittoria del più aggressivo approccio americano. Va anche osservato che il superamento della fase processuale è stato fortemente criticato, da alcuni canonisti e funzionari del Vaticano, come un tradimento del diritto a un giusto processo previsto dal diritto canonico. Quindi, descrivere questo 20 per cento come segno di “ inerzia” non può che sembrare paradossale a chi ha seguito attentamente queste vicende: in realtà, la gestione del 60 per cento dei casi con un colpo di penna di un vescovo è stata, finora, piuttosto citata come prova di un comportamento draconiano da parte di Ratzinger e dei suoi collaboratori. Perché l’analisi sia costruttiva e il Papa e con lui la Chiesa possano andare avanti, è importante che ci si attenga ai fatti, altrimenti si dà solo materia per ulteriori confusioni e polarizzazioni.

V anniversario dell'elezione di Benedetto XVI. Giovedì 29 aprile concerto in onore del Papa offerto dal presidente della Repubblica Napolitano

In occasione del quinto anniversario dall’inizio del Pontificato, il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano offrirà un concerto in onore di Sua Santità Benedetto XVI. L’evento avrà luogo giovedì 29 aprile, festa di Santa Caterina da Siena, copatrona d’Italia e dell’Europa. Il concerto, che avrà inizio alle ore 17.30 nell’Aula Paolo VI in Vaticano, sarà eseguito dall’Orchestra giovanile di Fiesole, diretta dal Maestro Nicola Paszkowski. Il programma prevede: la Sinfonia in re maggiore di Giovanni Battista Sammartini, la Sinfonia Kv 504 detta “Praga” di Wolfgang Amadeus Mozart e la Sinfonia n.4 di Ludwig van Beethoven.

Il giudice della diocesi di Milwaukee: la verità sul 'caso Murphy'. Il processo non fu mai sospeso. Il Papa il più attivo e reattivo sugli abusi

"In una lettera all'allora segretario della Congregazione per la Dottrina della Fede Tarcisio Bertone, il 19 agosto 1998, l'arcivescovo di Milwaukee Rembert Weakland ha dichiarato che egli mi aveva incaricato di sospendere il procedimento contro padre Lawrence Murphy. Questo non è vero: se mi fosse stato chiesto di sospendere la procedura, certamente avrei insistito che si facesse appello alla Corte suprema della Chiesa, o a Giovanni Paolo II se necessario". Lo afferma padre Thomas T. Brundage, vicario giudiziale dell'arcidiocesi di Milwaukee dal 1995 al 2003. "Il giorno che padre Murphy è morto - spiega - era ancora il convenuto in un processo penale ecclesiastico. Nessuno - lamenta il giudice - sembra essere consapevole di questo". Con "il consenso esplicito" dell'arcivescovo di Anchorage in Alaska, Roger Schwietz, il religioso ha ricostruito nel dettaglio l'intera vicenda sul giornale Catholic Anchor edito dall'arcidiocesi dove attualmente presta il suo servzio come promotore di giustizia. "Dal momento che il mio nome e commenti sul caso di padre Murphy sono stati liberamente e spesso erroneamente citati nel New York Times e in più di 100 altri giornali e periodici on-line, mi sento libero - tiene a precisare - di raccontare la storia del processo di padre Murphy". "Il fatto che abbia presieduto quel processo e mai una volta sia stato contattato da qualsiasi fonte di notizie per un commento, parla da sè", scrive l'ex promotore di giustizia che definisce "sciatto e impreciso il resoconto sul caso padre Murphy da parte del New York Times e di altri mezzi di comunicazione". "Nel 1996 - racconta il religioso - ho avuto conoscenza della storia di padre Murphy, ex direttore della scuola San Giovanni per sordi in Milwaukee. Era un fatto noto da decenni che durante il mandato di padre Murphy alla scuola (1950-1974) c'era stato uno scandalo che coinvolgeva lui e alcuni bambini sordi. Davanti a un'azione coraggiosa delle vittime (e spesso le loro mogli) divenne evidente che avevamo bisogno di intraprendere un'azione forte e rapida per rendere giustizia dei torti di alcuni decenni fa. Con il consenso dell'arcivescovo di allora, mons. Weakland, abbiamo iniziato un'inchiesta sulle accuse di abuso sessuale infantile, come pure sulla violazione del reato di sollecitazione entro il confessionale da parte di padre Murphy. Abbiamo proceduto ad avviare un processo contro padre Murphy e in qualità di presidente del collegio giudicante ho informato personalmente il sacerdote che accuse penali stavano per essere promosse contro di lui in materia di abusi sessuali su minori e 'sollecitazione' nel confessionale. Tra il 1996 e il 1998, agosto, ho intervistato, con l'aiuto di un interprete qualificato, circa una dozzina di vittime del padre Murphy. Questi sono stati interrogatori rivoltanti. In un caso la vittima era diventato un perpetratore egli stesso e era stato in prigione per i suoi crimini. Mi sono reso conto che questa malattia è virulenta e facilmente è trasmessa agli altri. Ho sentito storie di vita distorta, sessualità diminuita o rimossa. Questi - confida il giudice ecclesiastico - sono stati i giorni più bui del mio sacerdozio". Padre Brundage rivela di aver incontrato anche una rappresentanza di sordi cattolici: "Hanno insistito - ricorda nell'articolo - che padre Murphy fosse rimosso dal sacerdozio e che fosse sepolto non come un sacerdote, ma come un laico. Risposi che non potevo garantire la prima richiesta e avrei potuto fare solo una raccomandazione sulla seconda". "Nell'estate del 1998 - ricostruisce l'ex vicario giudiziale della diocesi americana - ho ordinato al padre Murphy di essere presente alla deposizione presso la cancelleria di Milwaukee. Poco dopo, ho ricevuto una lettera dal suo medico che certificava lo stato precario di salute e la conseguente impossibilità di viaggiare da Boulder Junction a Milwaukee (sarebbero state circa 276 miglia). Una settimana più tardi, padre Murphy morì per cause naturali". Dalla ricostruzione, pubblicata dal blog Messainlatino.it, emergono alcune discrepanze rispetto alle rivelazioni del NYT, la principale delle quali riguarda la bugia di mons. Weakland all'allora numero due della Congregazione per la Dottrina della Fede. L'arcivescovo mentì a Bertone sul fatto che il processo era stato sospeso, inducendolo a rinunciare alla sanzione canonica che sarebbe stata comminata al colpevole di quei gravi reati. L'ex presule, che sui media americani è oggi il principale accusatore di Papa Ratzinger, è da tempo un militante per i diritti dei gay dopo essere stato per decenni capofila dei progressisti nella Chiesa degli Stati Uniti. Padre Brundage denuncia anche un'altra anomalia che emerge dalla documentazione messa a disposizione dei media: "In un documento scritto a mano, datato 31 ottobre 1997, io sono citato - rileva - con le parole 'è probabile che questa situazione sia delle più orrende, sia per il numero, e soprattutto perchè si tratta di persone disabili, vulnerabili'. Inoltre - continua il giudice diocesano - è citata la seguente frase: 'I bambini sono stati contattati entro il confessionale, dove la questione della circoncisione cominciò la sollecitazione'. Il problema con queste affermazioni che mi sono attribuite - afferma padre Brundage - è che esse sono state aggiunte a mano ma non sono state scritte da me e non assomigliano alla mia scrittura. La sintassi è simile a quello che io potrei aver usato, ma non ho idea di chi ha scritto queste dichiarazioni". "Benedetto XVI ha chiesto scusa più volte per la vergogna dell'abuso sessuale dei bambini in diverse sedi e in pubblico in tutto il mondo. Questo non era mai accaduto prima. Egli ha incontrato le vittime. E' intervenuto su intere Conferenze Episcopali su questa materia, da ultimo quella dell'Irlanda. Egli è stato il più attivo e reattivo di qualsiasi funzionario della Chiesa internazionale nella storia per la piaga dell'abuso sessuale del clero sui minori". Insomma, il New York Times farebbe bene a studiare meglio atti e documenti: "Invece di incolpare il Papa per l'inazione su questi temi, bisognerebbe - spiega - riconoscere che è stato veramente un leader forte ed efficace sulla questione". "Riguardo al ruolo dell'allora cardinale Joseph Ratzinger in questa vicenda, non ho motivo di credere - spiega il religioso - che sia stato coinvolto in un qualsiasi modo. Mettere la cosa a suo carico è un enorme mancanza di logica e di informazioni". In proposito, l'ex giudice dell'arcidiocesi di Milwaukee ricorda che "la competenza sui casi di abuso sessuale dei minori è passata dalla Rota romana alla Congregazione per la dottrina della fede guidata dal cardinale Ratzinger nel 2001. Fino a quel momento, la maggior parte dei casi di appello andava alla Rota e era nostra esperienza - rivela - che i casi potessero languire per anni in quella Corte. Quando la competenza è stata modificata in favore della Congregazione per la Dottrina della Fede, la mia constatazione, così come di molti dei miei colleghi canonisti, è che i casi di abuso sessuale sono stati gestiti rapidamente, correttamente e con il dovuto riguardo ai diritti di tutte le parti coinvolte. Non ho alcun dubbio - assicura il religioso - che questo fu l'opera dell'allora cardinale Ratzinger". Inoltre, spiega padre Brundage, "nel corso degli ultimi 25 anni - cioè dopo l'arrivo di Ratzinger alla Congregazione per la Dottrina della Fede - una vigorosa azione ha avuto luogo all'interno della Chiesa per evitare danni ai bambini. Potenziali seminaristi ricevono ampia valutazione psicologica-sessuale prima dell'ammissione. Praticamente tutti i seminari concentrano i propri sforzi su un ambiente sicuro per i bambini e ci sono stati pochissimi casi di recente di abuso sessuale dei bambini da parte del clero nel corso degli ultimi dieci anni". "Le diocesi cattoliche in tutto il Paese - rileva ancora padre Brundage - hanno preso provvedimenti straordinari per garantire la sicurezza dei bambini e degli adulti vulnerabili. Un esempio, che non è assolutamente unico - sottolinea il religioso - è l'arcidiocesi di Anchorage, dove attualmente lavoro: qui, praticamente ogni bagno pubblico nelle parrocchie ha un pannello che chiede se una persona è stata abusata da parte di chiunque nella Chiesa. Viene assegnato un numero di telefono per segnalare l'abuso, e quasi tutti i dipendenti dell'arcidiocesi sono tenuti a prendere sessioni di formazione annuale in classi di ambiente sicuro. Non so che cosa possa fare di più la Chiesa". "Desidero affermare - scrive nel suo memoriale l'ex giudice della diocesi di Milwaukee - che il Santo Padre ha fatto più di qualsiasi altro Papa o vescovo nella storia per liberare la Chiesa Cattolica del flagello di abusi sessuali su minori e provvedere a coloro che sono stati danneggiati; e che grazie agli sforzi compiuti dalla Chiesa per guarire le ferite causate da cattiva condotta sessuale di membri del clero, oggi la Chiesa Cattolica è probabilmente il posto più sicuro per i bambini in questo momento della storia". Nel documento il giudice diocesano descrive in termini molto crudi "gli eventi accaduti durante degli anni sessanta e settanta" e in partivcolare gli episodi di abuso sessuale dei minori e di sollecitazione nel confessionale da parte del padre Lawrence Murphy: "Sono - scrive - crimini atroci e senza attenuanti". Per padre Brundage, "è importante sottolineare che flagello sono stati gli abusi sessuali su minori, non solo per la Chiesa, ma anche per la società. Poche azioni possono falsare la vita di un bambino più di un abuso sessuale. E' una forma - sottolinea - di omicidio emotivo e spirituale e comincia una traiettoria verso un senso distorto della sessualità. Se commessi da una persona autorevole (come lo è un prete) creano nel minore una diffidenza verso quasi chiunque, dovunque". "Come cappellano volontario in una prigione in Alaska, ho trovato - confida il giudice - una connessione tra coloro che sono stati incarcerati per abusi sessuali su minori e i sacerdoti che hanno commesso tali azioni dolorose. Essi tendono ad essere molto intelligenti e manipolatori. Essi tendono ad essere benvoluti e affascinanti. Essi tendono ad avere uno scopo nella vita soddisfare la loro brama. La maggior parte sono altamente narcisistici e non vedono che hanno causato danno. Vedono i bambini che hanno abusato non come persone ma come oggetti. Essi mostrano raramente rimorso e inoltre, a volte ritraggono se stessi come vittime. Essi sono, in breve, persone pericolose e non si dovrebbe mai dare loro fiducia una seconda volta". "La maggior parte - osserva padre Brundage che motiva così la sua volontà di portare avanti nel 1998 il processo Murphy nonostante la malattia dell'imputato - commetterà nuovamente il suo crimine se ne ha una possibilità". "A nome della Chiesa - conclude - sono profondamente dispiaciuto e ho vergogna per i torti che sono stati fatti dai miei fratelli sacerdoti, ma capisco che il mio dolore è probabilmente di poca importanza 40 anni dopo il fatto. L'unica cosa che possiamo fare in questo momento è quello di apprendere la verità, implorare perdono e fare tutto ciò che è umanamente possibile per sanare le ferite. Il resto, e ne sono grato, è nelle mani di Dio".

Agi, Rainews24.it

martedì 30 marzo 2010

'Avvenire': i credenti si uniranno al vociare vigliacco contro un Papa che spende energie per rialzare l'uomo o staranno con Cristo e la sua Chiesa?

Il giornale della Conferenza Episcopale italiana Avvenire, con un editoriale firmato da Francesco Ognibene, condanna oggi ''il vociare vigliacco contro un Papa che spende ogni energia per rialzare l'uomo, la sua anima, la sua ragione''. ''E' chiaro - scrive il quotidiano dei vescovi - che più d'uno desideri di sporcare la veste bianca di questo testimone limpido e forte, e allestisca con ogni cura progetti di rovina''. Per Avvenire, ''sarebbe più sorprendente - però - se al coro degli accusatori si aggiungesse il silenzio dei credenti, la loro condiscendenza all'urlo del 'crucifige!' che in realtà non s'è mai spento''. ''La scelta - prosegue l'articolo - è sempre quella: unirsi agli instancabili giudici di mille processi sommari, consumati a mezzo stampa, oppure stare con Cristo e la sua Chiesa, col Papa, fino in fondo? Ora che la Pasqua si approssima, sappiamo almeno di non poterci confinare tra i folti ranghi del pubblico indifferente, che sta lì a vedere 'come va a finire'. Si prende campo. L'Uomo della Croce, ancora una volta, ci guarda - conclude Avvenire - per vedere se lo accompagniamo almeno per qualche passo''.

Asca

Telegramma di Benedetto XVI per gli attacchi terroristici a Mosca: profondo dolore e ferma riprovazione per gli efferati atti di violenza

''Profondo dolore e ferma riprovazione per gli efferati atti di violenza''. Li esprime Papa Benedetto XVI in un telegramma inviato al presidente della Federazione Russa, Dmitri Medvedev, dopo gli attacchi terroristici nella metropolitana di Mosca. ''Appresa la notizia degli attentati verificatisi nella metropolitana di Mosca, dove numerose persone hanno perso la vita - si legge nel testo pubblicato da L'Osservatore Romano -, esprimo profondo dolore e ferma riprovazione per gli efferati atti di violenza, desiderando far pervenire i sentimenti della mia solidarietà, vicinanza spirituale e le mie condoglianze ai familiari delle vittime''. Il Pontefice assicura ''fervide preghiere di suffragio per le vite stroncate'' e rivolge un ''particolare pensiero a quanti sono rimasti feriti''.

Asca

Il card. Ruini: un momento di sofferenza, si vuole sradicare la fiducia nella Chiesa e la fede in Dio. Dal Papa l'interpretazione giusta sugli abusi

Lo ''spirito'' con cui sono stati mossi i recenti 'attacchi' alla Chiesa sullo scandalo pedofilia vorrebbe in realtà ''sradicare la fiducia nella Chiesa''. Ne è convinto il card. Camillo Ruini (nella foto con Benedetto XVI), cui sono state affidate dal Papa le meditazioni per la Via Crucis del Venerdì Santo al Colosseo. ''E' un momento di sofferenza - ha detto l'ex-presidente della CEI in un'intervista alla Radio Vaticana - anche per lo spirito col quale spesso viene posta all'attenzione: uno spirito non solo polemico, ma che vorrebbe sradicare la fiducia nella Chiesa - e io temo, alla fine, la fede in Cristo, la fede in Dio, dal cuore degli uomini''. ''Questo - ha concluso - è un altro motivo di sofferenza. Ci sono due motivi di sofferenza che stanno insieme: sofferenza per le colpe dei figli della Chiesa, in particolare dei sacerdoti, e sofferenza per questa volonta' ostile alla Chiesa''. In un'intervista a L'Osservatore Romano il card. Ruini afferma che "sulla gravissima questione degli abusi sui minori, l'interpretazione giusta, e vorrei dire completa, l'ha data lo stesso Benedetto XVI nella recentissima Lettera pastorale ai cattolici d'Irlanda". Il porporato spiega che pur senza alludere ad alcuna questione specifica, i testi preparati "mettono in luce quei tradimenti che hanno particolarmente pesato sulle spalle e sul cuore di Cristo mentre portava la croce, nei quali ciascuno di noi è chiamato a guardare in faccia con sincerità anzitutto i propri peccati".

Asca, Agi

Comunicato della CEI: sui casi di abuso il Papa senza incertezze o minimizzazioni invita ad accertare la verità dei fatti e ad assumere provvedimenti

Papa Benedetto, di fronte allo scandalo pedofilia nella Chiesa, ''senza lasciare margini di incertezza nè indulgere a minimizzazioni, invita la comunità ecclesiale ad accertare la verità dei fatti, assumendo nel caso i provvedimenti necessari''. Lo scrivono i vescovi italiani, nel comunicato diffuso al termine della riunione del Consiglio Permanente della CEI che si è svolto la settimana scorsa. ''A lui - si legge nel testo - va la piena ed affettuosa solidarietà dell'Episcopato italiano, che si stringe intorno a Pietro, grato per la cristallina testimonianza di fede e l'appassionato magistero''. "Sgomento, senso di tradimento e rimorso per ciò che è stato compiuto da alcuni ministri della Chiesa": i vescovi italiani riaffermano la loro ''vicinanza alle vittime di abusi e alle loro famiglie, parte vulnerata e offesa della Chiesa stessa'' e concordano sul fatto che ''il rigore e la trasparenza nell'applicazione delle norme processuali e penali canoniche sono la strada maestra nella ricerca della verità e non si oppongono, ma anzi convergono, con una leale collaborazione con le autorità dello Stato, a cui compete accertare la consistenza dei fatti denunciati''. “Condividendo la sensibilità” manifestata dal Papa nella Lettera pastorale ai cattolici d’Irlanda, i presuli ribadiscono che la pedofilia è “un crimine odioso, ma anche peccato scandalosamente grave che tradisce il patto di fiducia inscritto nel rapporto educativo”, come si legge nella prolusione del card. Bagnasco. ''Ancora una volta - prosegue il comunicato dei presuli -, è stata confermata l'esigenza di un'accurata selezione dei candidati al sacerdozio, vagliandone la maturità umana e affettiva oltre che spirituale e pastorale''. Per la CEI è sbagliato imputare i numerosi casi di pedofilia nella Chiesa al celibato sacerdotale, che ''non costituisce affatto un impedimento o una menomazione della sessualità, ma rappresenta, specialmente ai nostri giorni, una forma alternativa e umanamente arricchente di vivere la propria umanità in una radicale donazione a Cristo e alla Chiesa''. D'altra parte, ''il peccato di alcuni non cancella però l'abnegazione di cui danno prova tantissimi sacerdoti'' di cui ''fanno esperienza quotidiana le nostre comunita'''. Per questo, i vescovi confermano loro ''piena fiducia e sincera gratitudine''. Sono i preti, conclude infatti il comunicato della CEI, che ''si dedicano nel nascondimento e con spirito di abnegazione all'annuncio del Vangelo e all'opera educativa, costituendo spesso l'unico punto di riferimento in contesti sociali frammentati e sfilacciati''.

Asca, SIR

Il card. Schoenborn: il card. Ratzinger voleva punire un vescovo pedofilo ma Giovanni Paolo II fu persuaso da ambienti di Curia a bloccare l'indagine

Fu l'allora Papa Giovanni Paolo II a bloccare le indagini su un caso di pedofilia nel 1995 e non il card. Joseph Ratzinger, oggi Papa Benedetto XVI. E' quanto sostiene il card. Christoph Schoenborn in un'intervista alla televisione austriaca Orf, ripresa dalla Bbc. Il Vaticano - spiega il cardinale - aveva paura, con l'istituzione di una commissione di inchiesta, di danneggiare la propria immagine. Il card. Schoenborn prende autorevolmente le difese del Pontefice: "Accusarlo di essere qualcuno che vuole insabbiare le cose - conoscendolo da molti anni - posso dire che certamente non è vero". Nella sua intervista, Schoenborn ha ricordato gli eventi del 1995, quando l'allora arcivescovo di Vienna, il card. Hans Hermann Groer, fu accusato dai media e dalle sue vittime di aver ripetutamente compiuto abusi sessuali su giovani in un monastero negli anni Settanta. Ma fu solo tre anni dopo le accuse, cioè nel 1998, che Groer, per ordine della Santa Sede, si dimise da ogni incarico. Annunciò il suo ritiro in pubblico chiedendo perdono, non ammise nessuna colpa, e si ritirò in Germania, dove morì nel 2003. All'epoca, il Vaticano si attirò aspre critiche in Austria per aver atteso tre anni prima di agire contro il card. Groer. Secondo la ricostruzione attribuita del card. Schoenborn, il caso divise la Curia. Alcuni suoi esponenti, è dato di capire, avrebbero persuaso Giovanni Paolo II, che comunque non viene nominato da Schoenborn, che le accuse contro Groer erano esagerate e che l'inchiesta voluta dal card. Ratzinger avrebbe esposto la Chiesa a una pericolosa pubblicità negativa. Joseph Ratzinger la pensava diversamente, ma non riuscì a spuntarla. "Ricordo ancora molto chiaramente - ha detto Schoenborn - il momento in cui il card. Ratzinger mi disse con tristezza che l'altro campo aveva avuto il sopravvento... accusarlo di essere una persona che copre gli scandali vuol dire sostenere cose assolutamente non vere, e io lo affermo perché lo conosco da molti anni".

Apcom, La Repubblica

lunedì 29 marzo 2010

Il Papa: l’amore non calcola, non pone barriere, sa donare con gioia, cerca solo il bene dell’altro. Giovanni Paolo II esempio di questo amore

“Durante il suo lungo pontificato, si è prodigato nel proclamare il diritto con fermezza, senza debolezze o tentennamenti, soprattutto quando doveva misurarsi con resistenze, ostilità e rifiuti”. E’ il ricordo di Giovanni Paolo II offerto dal Papa nell’omelia della Messa celebrata questa sera nella Basilica di San Pietro nel V anniversario della morte. Il 2 aprile, quest’anno, è il Venerdì Santo: di qui la scelta di anticipare ad oggi la Celebrazione Eucaristica di suffragio. “Sapeva di essere stato preso per mano dal Signore – ha proseguito Benedetto XVI - e questo gli ha consentito di esercitare un ministero molto fecondo, per il quale, ancora una volta, rendiamo fervide grazie a Dio”. Nel suo “amato predecessore”, Benedetto XVI vede l’immagine perfetta del “servo di Dio”, che – come dicono le Scritture – “agirà con fermezza incrollabile, con un’energia che non viene meno fino a che egli non abbia realizzato il compito che gli è stato assegnato. Eppure, non avrà a sua disposizione quei mezzi umani che sembrano indispensabili all’attuazione di un piano così grandioso. Si presenterà con la forza della convinzione, e sarà lo Spirito che Dio ha posto in lui a dargli la capacità di agire con mitezza e con forza, assicurandogli il successo finale”. “La regola della comunità di Gesù – ha ricordato il Santo Padre – è quella dell’amore che sa servire fino al dono della vita”. Di qui la contrapposizione tra l’atteggiamento di Maria di Betania, che lavando i piedi del Maestro con una grande quantità di profumo pregiato “offre a Gesù quanto ha di più prezioso e con un gesto di devozione profonda”, e quello di Giuda, che “calcola là dove non si può calcolare, entra con animo meschino dove lo spazio è quello dell’amore, del dono, della dedizione totale”. “L’amore non calcola, non misura, non bada a spese, non pone barriere, ma sa donare con gioia, cerca solo il bene dell’altro, vince la meschinità, la grettezza, i risentimenti, le chiusure che l’uomo porta a volte nel suo cuore”, ha sottolineato Benedetto XVI commentando il brano evangelico della cena di Gesù a Betania con Lazzaro, Marta e Maria. Se Maria si pone dunque “ai piedi di Gesù in umile atteggiamento di servizio”, come farà Gesù stesso nell’Ultima Cena, Giuda “sotto il pretesto dell’aiuto da recare ai poveri, nasconde l’egoismo e la falsità dell’uomo chiuso in se stesso, incatenato dall’avidità del possesso, che non si lascia avvolgere dal buon profumo dell’amore divino”. Un “compagno di viaggio per l’uomo di oggi”. Così il Papa ha poi definito Papa Wojtyla. “Tutta la vita del Venerabile Giovanni Paolo II – ha commentato Benedetto XVI - si è svolta nel segno di questa carità, della capacità di donarsi in modo generoso, senza riserve, senza misura, senza calcolo. Ciò che lo muoveva era l’amore verso Cristo, a cui aveva consacrato la vita, un amore sovrabbondante e incondizionato”. Giovanni Paolo II, ha proseguito il suo successore, “si è lasciato consumare per Cristo, per la Chiesa, per il mondo intero: la sua è stata una sofferenza vissuta fino all’ultimo per amore e con amore”. “Chi ha avuto la gioia di conoscerlo e frequentarlo – le parole del Pontefice - ha potuto toccare con mano quanto viva fosse in lui la certezza ‘di contemplare la bontà del Signore nella terra dei viventi’; certezza che lo ha accompagnato nel corso della sua esistenza e che, in modo particolare, si è manifestata durante l’ultimo periodo del suo pellegrinaggio su questa terra: la progressiva debolezza fisica, infatti, non ha mai intaccato la sua fede rocciosa, la sua luminosa speranza, la sua fervente carità”. Salutando, infine, i fedeli polacchi, Benedetto XVI ha detto loro che “la vita e l’opera di Giovanni Paolo II, grande polacco, può essere per voi motivo di orgoglio”.

Mons. Dolan: il Papa una guida nella purificazione, nella riforma e nel rinnovamento della Chiesa. La vicinanza dei vescovi del Medio Oriente

L'arcivescovo di New York Timothy Dolan ha difeso con forza Papa Benedetto XVI dagli attacchi mediatici sugli scandali di pedofilia nella Chiesa. Lo ha fatto ieri durante l'omelia della Messa della Domenica delle Palme nella Cattedrale di San Patrizio a New York, riscuotendo il plauso dei fedeli. Dolan ha invitato a pregare per il Pontefice, paragonando la sua situazione alle ingiuste persecuzioni subite da Gesù Cristo. Ha definito il Santo Padre "una guida nella purificazione, nella riforma e nel rinnovamento di cui la Chiesa ha molto bisogno". La Chiesa "merita di essere messa sotto esame e criticata per i tragici orrori del passato?", si è chiesto Dolan. "Si!Si!", è stata la sua risposta. "Tutto ciò che chiediamo è che questo avvenga in modo onesto e che non si prenda di mira la Chiesa Cattolica per un orrore che ha afflitto ogni cultura, religione, organizzazione, istituzione, scuola, agenzia e famiglia del mondo".
Appoggio incondizionato e piena solidarietà anche dalle Chiese mediorientali. "In Iraq i nostri fedeli sono convinti - afferma mons. Emil Shimoun Nona, arcivescovo di Mosul - che si tratti di una propaganda contro la Chiesa, per infangarla agli occhi del mondo". "Uno scandalo che scoppia nella Chiesa - ha dichiarato all'agenzia SIR mons. Michel Kassarji, vescovo di Beirut dei caldei - non può essere usato per screditarla". "La Chiesa Cattolica è l'unica ad aver avuto il coraggio di guardare al suo interno per porre riparo agli errori - sottolinea da parte sua mons. Selim Sayegh vicario di Giordania - siamo vicini a Benedetto XVI in questo momento".

Apcom, Agi

Pasqua 2010. Il card. Ruini nella Via Crucis al Colosseo: Signore liberaci dalla presunzione di poter costruire da soli la nostra felicità e vita

Saranno in libreria domani le meditazioni della Via Crucis che sarà presiduta dal Papa il Venerdì Santo al Colosseo. Autore dei testi è il card. Camillo Ruini. Trentamila le copie stampate dalla la Libreria Editrice Vaticana: 15 mila arriveranno nelle librerie religiose e nei punti vendita della Lev di Piazza San Pietro, Piazza Pio XII e Via di Propaganda, le altre 15 mila saranno distribuite al Colosseo. Le illustrazioni che arricchiscono la pubblicazione riproducono la Via Crucis della prima metà dell’800 di Joseph Führich che si trova nella Chiesa di San Giovanni Nepomuceno di Vienna. L’introspezione, il dolore e la speranza i temi proposti dal cardinale Ruini. “Signore, Dio Padre onnipotente...Libera la nostra volontà dalla presunzione...ingenua e infondata, di poter costruire da soli la nostra felicità e il senso della nostra vita”: è uno stralcio della preghiera che aprirà la Via Crucis, che inviterà i fedeli a brevi e profonde riflessioni. La prima è quella che scaturisce dalla crocifissione di Gesù dovuta ai nostri peccati, come anche spiegano le Scritture. Da qui l’esortazione a guardare “al male e al peccato che abitano” in noi “e che troppo spesso fingiamo di ignorare” e a percorrere nella Via Crucis un itinerario di penitenza, di dolore e di conversione, fin quando Gesù è spogliato delle vesti per essere inchiodato sulla Croce. Lì tocca a noi denudarci, davanti a Dio e ai nostri fratelli, “spogliarci della pretesa di apparire migliori di quello che siamo, per cercare invece di essere sinceri e trasparenti”, non ipocriti. Via via che il percorso di Cristo torna alla memoria attraverso i brani evangelici della Passione, il passato è collegato all’oggi, sicché gli atti di scherno e di disprezzo dei soldati verso Gesù giudicato da Pilato possono richiamare, per il card. Ruini, alle “mille pagine della storia dell’umanità e della cronaca quotidiana” fatte di violenza e soprusi. Alla crudeltà dell’uomo, capace “delle cose peggiori, perfino di cose incredibili”, quando la luce del bene che alberga nella sua coscienza è “oscurata dai risentimenti, da desideri inconfessabili, dalla perversione del cuore”. Ma per il porporato meditare la Passione è anche prendere atto “del dolore fisico che” Gesù “ha dovuto sopportare”, “un dolore enorme e tremendo, fino all’ultimo respiro sulla Croce, un dolore che non può non fare paura”. E se oggi “la sofferenza fisica è la più facile da sconfiggere, o almeno da attenuare” con le nuove tecniche e metodologie”, “le anestesie e le terapie del dolore”, che pur non fanno scomparire la “gigantesca massa di sofferenze fisiche...nel mondo”, come non tener conto del fatto che “Gesù non ha rifiutato il dolore fisico”. “Così – scrive il card. Ruini – si è fatto solidale con tutta la famiglia umana, specialmente con quella grande parte di essa la cui vita, anche oggi, è segnata da questa forma di dolore”. Allo stesso modo, anche noi dobbiamo aprirci alla solidarietà nella sofferenza altrui. E ricordare Gesù sotto il peso della Croce significa anche pensare alle “tante diverse forme” di croce “nella vita di ogni giorno”, spesso considerate sfortune o disgrazie, mentre invece, considera il porporato, il cristiano che vuole andare dietro a Cristo rinnegando se stesso, può scorgerle come porte che nella vita si aprono verso un bene più grande. E per quelle disgrazie che sono perdite, c’è da pensare al Risorto che la morte l’ha già vinta. Anche se, bevendo “fino in fondo il suo amaro calice”, rivolgendosi al Padre ha chiesto: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”. Un grido che però richiama ad aver fiducia in Dio, a fidarci di Lui che ha risuscitato il Figlio. C’è poi il ricordo di Giovanni Paolo II nelle meditazioni del card. Ruini; proprio venerdì ricorrerà il quinto anniversario della morte, e considerando il male di cui l’uomo è capace, il porporato ha voluto fare memoria di quanto Papa Wojtyla in proposito affermava: “il limite imposto al male, di cui l’uomo è artefice e vittima è … la Divina Misericordia”. E terminando la Via Crucis, arriva il silenzio, quello che sgorga di fronte alla morte di Gesù. Silenzio di adorazione, silenzio nel quale affidiamo noi stessi al Cristo. E guardando Maria ai piedi della Croce, silenzio che fa comprendere come “per essere veramente cristiani...bisogna essere legati” a Gesù con “la mente, la volontà, il cuore” nelle “piccole e grandi scelte quotidiane”, senza ridurre Dio ad “una consolazione che dovrebbe essere sempre disponibile”, che non deve “interferire...con gli interessi concreti in base ai quali operiamo”. E se dinanzi al Sepolcro di Gesù le strade di credenti e non si dividono sulla Risurrezione, ancora oggi per i cristiani è la notizia di Maria di Magdala agli Apostoli narrata nei Vangeli ad aver trasformato “il cammino della Croce” in “sorgente di vita”.

Radio Vaticana

Gli attacchi al Papa sugli abusi sessuali del clero: si tenta di colpirlo per mortificare una parola e un'autorità che mette a disagio

E’ in atto una campagna di odio anticristiano come d’altra parte è accaduto spesso nella storia: è quanto afferma il card. Ersilio Tonini, arcivescovo emerito di Ravenna, riferendosi, in una intervista al quotidiano Avvenire, agli attacchi contro il Papa sulla questione degli abusi su minori compiuti da alcuni esponenti del clero. Il New York Times o Der Spiegel, ha aggiunto il porporato, fanno il loro mestiere: parlano la lingua della politica, dell’economia e del potere, non ne capiscono altre, mentre la testimonianza della Chiesa oggi è rimasta la grande istanza che contraddice questa logica. Gli attacchi, conclude, confermano che questo è un momento straordinario nella storia della Chiesa. Attaccare la Chiesa fa vendere i giornali, ha invece affermato il card. José Maria Saraiva Martins, prefetto emerito della Congregazione per le Cause dei Santi; siamo di fronte a un vile attacco alla Chiesa e al Papa attorno al quale tutti i cattolici devono stringersi in un abbraccio affettuoso e di amore. L’arcivescovo di San Salvador José Luis Escobar Alas parla di una campagna orchestrata e potente che, strumentalizzando il tradimento di pochi, vuole cancellare la testimonianza generosa della stragrande maggioranza dei sacerdoti fedeli a Cristo. “Oggi la Chiesa è nella prova: ci ritireremo come spettatori? Prenderemo le distanze da essa come sfiduciati e delusi? Oppure sentiremo nostra l’umiliazione che viene a lei dalla infedeltà di quanti, suoi figli, l’hanno ferita?”: lo ha detto ieri nella Cattedrale di Chiavari il vescovo mons. Alberto Tanasini, nell’omelia della Domenica delle Palme. Parlando degli attacchi al Papa di questi giorni, ha detto: “Si tenta di colpire il Santo Padre per mortificare una parola e una autorità che non piace, che mette a disagio. Ma oltre a rilevare le distorsioni pretestuose e mistificanti dei fatti, noi oggi ripetiamo le parole del Signore appena ascoltate: ‘Simone, Simone, ecco: Satana vi ha cercati per vagliarvi come il grano; ma io ho pregato per te, perché la tua fede non venga meno. E tu, una volta convertito, conferma i tuoi fratelli’”. Il vescovo sottolinea che “con la certezza di queste parole del Signore, efficaci anche oggi, ci stringiamo al Santo Padre Benedetto e gli diciamo affetto e fiducia senza riserve”. “Per parte nostra – ha poi affermato il vescovo - non vogliamo essere discepoli addormentati per l’oppressione. Nei momenti della prova della Chiesa i santi, tutti, hanno deciso una vita cristiana più vera, una penitenza più decisa per noi e per i deboli”.

Radio Vaticana, SIR

Lunedì Santo, la figura di Giuda. Il Papa: nella Chiesa non mancano cristiani indegni e traditori, controbilanciamo il male testimoniando Gesù

Il Vangelo del Lunedì Santo si concentra sulla figura di Giuda Iscariota. Il passo di Giovanni lo mostra nell’episodio in cui il traditore di Cristo critica l’omaggio che Maria, la sorella di Lazzaro, fa a Gesù, cospargendogli i piedi di un prezioso profumo: un gesto che Giuda bolla come uno spreco di denaro, sostenendo che avrebbe potuto essere impiegato per i poveri. Tuttavia, spiega il Vangelo, a Giuda non importavano i poveri bensì i soldi della cassa, che lui teneva e derubava. Già in alcune occasioni, Benedetto XVI ha riflettuto pubblicamente sulla figura di Giuda, sulle motivazioni del suo gesto contro Cristo, su ciò che significò per la storia della salvezza e quello che insegna alla Chiesa di oggi. Fin dalla prima ora della sua bimillenaria esistenza, la Chiesa ha conosciuto il tradimento al suo interno. Gesù era inviso alla maggioranza della classe dirigente ebraica del suo tempo, ma se essa trova infine il modo di catturarlo e mandarlo a morte è grazie al tradimento di uno della cerchia degli Apostoli. E’ Giuda Iscariota che consegna Cristo ai suoi nemici. E Giuda, scrivono i Vangeli, era “uno dei Dodici”. Concludendo la sua personale galleria di ritratti degli Apostoli, Benedetto XVI affronta la storia dell’uomo il cui nome, osserva all’inizio, “suscita tra i cristiani un’istintiva reazione di riprovazione e di condanna”. In quella catechesi, il Papa si pone le due domande che, quando si parla di Giuda, tutti si pongono: perché Gesù lo chiamò con sé? E perché decise di tradire chi lo aveva scelto? Il “mistero della scelta rimane”, afferma Benedetto XVI. E pur avanzando “ipotesi”, anche le ragioni contingenti del tradimento, delusione verso un leader non politico, pura e semplice avidità di denaro, non sono più chiare.
“In realtà, i testi evangelici insistono su un altro aspetto: Giovanni dice espressamente che ‘il diavolo aveva messo in cuore a Giuda Iscariota, figlio di Simone, di tradirlo’…In questo modo, si va oltre le motivazioni storiche e si spiega la vicenda in base alla responsabilità personale di Giuda, il quale cedette miseramente ad una tentazione del Maligno” (18 ottobre 2006).
Ciò non vuol dire che Giuda abbia semplicemente ceduto a una forza soprannaturale che, per quanto malefica, era preponderante rispetto alla sua volontà. Vuol dire esattamente il contrario. Giuda, afferma il Papa, rompe gli indugi mentre si trova nel Cenacolo, poco dopo che Gesù, in un atto di suprema umiltà, gli ha lavato i piedi pur sapendo che, in quell’uomo, la vera sporcizia è annidata altrove.
“È la superbia che non vuole confessare e riconoscere che abbiamo bisogno di purificazione. In Giuda vediamo la natura di questo rifiuto ancora più chiaramente. Egli valuta Gesù secondo le categorie del potere e del successo...l'amore non conta. Ed egli è avido: il denaro è più importante della comunione con Gesù, più importante di Dio e del suo amore. E così diventa anche un bugiardo, che fa il doppio gioco e rompe con la verità; uno che vive nella menzogna e perde così il senso per la verità suprema, per Dio” (13 aprile 2006: Santa Messa nella Cena del Signore).
Se Pietro, il primo degli Apostoli, che baratta inizialmente la propria incolumità con lo strazio inflitto al suo Maestro, sa trovare lacrime amare di vergogna e di pentimento per la sua debolezza, Giuda, prosegue Benedetto XVI, è l’evidenza di un uomo che “si indurisce”, che pur pentendosi non sa tornare sui suoi passi e “butta via la vita distrutta”. La sua è la disperazione che degenera in “autodistruzione”.
“E’ per noi un invito a tener sempre presente quanto dice San Benedetto alla fine del fondamentale capitolo V della sua ‘Regola’: ‘Non disperare mai della misericordia divina’. In realtà Dio ‘è più grande del nostro cuore’, come dice san Giovanni. Teniamo quindi presenti due cose. La prima: Gesù rispetta la nostra libertà. La seconda: Gesù aspetta la nostra disponibilità al pentimento ed alla conversione; è ricco di misericordia e di perdono” (13 aprile 2006: Santa Messa nella Cena del Signore).
Su un “gesto inescusabile” come quello di Giuda Dio poi costruisce un passaggio-chiave del suo progetto di redenzione del mondo. Nella sua “superiore conduzione degli eventi”, chiarisce il Papa, il tradimento conduce alla morte di Gesù, che “trasforma” un “tremendo supplizio in spazio di amore salvifico e in consegna di sé al Padre”. I minuti restanti della catechesi su Giuda Benedetto XVI li dedica a Mattia, l’uomo che “fu associato agli undici Apostoli” al posto di Giuda. Di lui, riferisce il Papa, “non sappiamo altro, se non che anch’egli era stato testimone di tutta la vicenda terrena di Gesù, rimanendo a Lui fedele fino in fondo”. Una fedeltà culminata in una nomina a discepolo, che lo ricompensa per la sua lealtà e compensa il tradimento di Giuda. Conclusione che vale un inequivocabile insegnamento per le vicende della Chiesa di oggi: “Ricaviamo da qui un’ultima lezione: anche se nella Chiesa non mancano cristiani indegni e traditori, spetta a ciascuno di noi controbilanciare il male da essi compiuto con la nostra limpida testimonianza a Gesù Cristo, nostro Signore e Salvatore” (18 ottobre 2006).

Radio Vaticana

Il card. Kasper: Il ‘Benedetto colui chi viene’ in ogni tempo può rapidamente cambiare nel grido ‘Crocefiggilo’. Il celibato non c'entra con gli abusi

“Come Gesù aveva i suoi nemici anche noi, i cristiani, e la Chiesa ha sempre nemici, non solo oggi ma anche in passato, in ogni secolo e così sarà anche nel futuro. In questi giorni, nei quali non solo il Papa ma tutta la Chiesa, e così ogni fedele cioè ognuno di noi, è frontalmente attaccato e denunciato da alcuni influenti mass media in un modo che oltrepassa ogni lealtà e anche ogni verità, lo sentiamo di nuovo. Non siamo sorpresi! Gesù ce lo ha predetto. Il ‘Benedetto colui chi viene’ in ogni tempo può rapidamente cambiare nel grido ostile ‘Crocefiggilo!’”. Lo ha detto il card. Walter Kasper celebrando ieri, a Roma, nella Parrocchia di Ognissanti, di cui è titolare, la Domenica delle Palme. A riferirlo è l’ufficio stampa orionino che in una nota riporta stralci dell’omelia. “Non c'è motivo di scoraggiarsi ed essere abbattuti – ha affermato il presidente del Pontificio Consiglio per l'Unità dei cristiani - sappiamo che la gente che ha benedetto Gesù con canti e palme alla fine ha avuto ragione. Hanno vinto i credenti. Perché la Via Crucis non è finita con la crocifissione con la risurrezione di Pasqua. La Chiesa oggi ha bisogno di una umile pulizia interna da sporcizie inaccettabili e noi tutti ne abbiamo bisogno, ognuno nel suo modo. Però, se ci convertiamo e ci purifichiamo, la Chiesa alla fine uscirà dalla crisi attuale rinnovata, più splendida e bella”. In un'intervista al quotidiano La Stampa, il card. Kasper ha risposto all'ennesima provocazione del card. Carlo Maria Martini, secondo cui va ripensato il celibato dei sacerdoti. "Di sicuro il celibato non ha nulla a che vedere con gli abusi sessuali del clero sui minori. Il Pontefice definisce il celibato un segno della consacrazione con cuore indiviso, l'espressione del dono di sè a Dio e agli altri. Tutti gli esperti documentano che la stragrande maggioranza dei casi avviene nelle famiglie e non in ambiti ecclesiastici. Il Papa ci insegna che il sacerdote non appartiene più a se stesso ma attraverso il sigillo sacramentale ricevuto, diventa proprietà di Dio". E poi secondo il cardinale, "è dimostrato che la pedofilia non ha alcuna attinenza con la tradizione antichissima che impedisce ai sacerdoti di sposarsi. Anzi le statistiche sugli abusi ci dicono esattamente il contrario".

SIR, Apcom

Benedetto, cinque anni sotto attacco. Da Ratisbona ai lefebvriani, dal Concilio alla pedofilia. Il Papa governa 'con il pensiero e la preghiera'

di Paolo Rodari
Il Foglio

Era il 10 marzo scorso. Mentre i casi di preti accusati di aver commesso abusi su minori investivano la Germania, Benedetto XVI spiegava in Piazza San Pietro la sua idea di governo della Chiesa. Prese esempio da San Bonaventura dicendo che per lui “governare non era semplicemente un fare, ma era soprattutto pensare e pregare”. “Per Bonaventura” disse “non si governa la Chiesa solo mediante comandi e strutture, ma guidando e illuminando le anime”. Dal 10 marzo a oggi Ratzinger non è più tornato sull’argomento. Ma di fronte alle accuse sulla gestione della Chiesa che si sono fatte sempre più importanti – le ultime dicono di un New York Times che riporta i casi di due preti pedofili, lo statunitense Lawrence C. Murphy e il tedesco Peter Hullermann, per mettere in discussione il Ratzinger cardinale, prefetto dell’ex Sant’Uffizio dal 1981 – ha risposto mettendo in pratica l’insegnamento del teologo francescano. Ovvero lasciando un proprio “pensiero illuminato”, come vuole essere la Lettera pastorale alla Chiesa d’Irlanda.
Così è sempre successo nel corso dei suoi cinque anni di pontificato, che ricorrono il 19 aprile prossimo. Le parole sono il primo modo con cui il Papa guida e indirizza la Chiesa, consapevole che la divulgazione dell’autentico pensiero cristiano è la vera “spada” portata nel mondo. “Intendiamoci – spiega il vaticanista Luigi Accattoli – non è una novità. Reazioni furenti al pensiero del Papa avvennero già in passato”. Quale l’elemento scatenante? “L’idea che il Papa vuole tornare indietro, a prima del Concilio, agli anni bui dell’era tridentina. Che le sue parole sono retrograde se paragonate alla cultura contemporanea, al progressismo dei tempi nuovi. Paolo VI scrisse l’Humanae Vitae e dopo un primo momento di speranza per la cultura mediatica di stampo più ‘liberal’ divenne d’un colpo il Papa del diavolo. ‘Il Papa e il diavolo’, scrisse non a caso Vittorio Gorresio nel 1973. ‘La svolta di Paolo VI’ scrisse il vaticanista de L’Espresso, l’ex prete Carlo Falconi nel 1978. Dove per svolta s’intende l’accento preconciliare che Montini volle dare al proprio pontificato con l’Humanae Vitae. Le medesime accuse vennero rivolte a Giovanni Paolo II. Fino al 1989 Wojtyla era una speranza per tutti. Dopo la caduta del Muro di Berlino il suo pensiero non serviva più, e arrivarono le critiche. Ma il più retrogrado per la stampa era Ratzinger. ‘Restaurazione’ titolarono tutti i giornali quando nel 1985 anticiparono l’uscita del suo "Rapporto sulla fede" scritto con Vittorio Messori. ‘Restaurazione’, una parola che suonava quasi come un’infamia”.
Tutto comincia il 22 dicembre 2005. Benedetto XVI tiene il suo primo discorso alla Curia romana. E lancia la sfida a coloro che vorrebbero una Chiesa non tanto “per il mondo”, o “vicina al mondo”, ma una Chiesa “del mondo”. Ratzinger parla del Concilio. Dice che non fu una rottura col passato. Spiega che chi svolge questa interpretazione altro non fa che allinearsi alla “simpatia dei mass media, e anche di una parte della teologia moderna”. “E’ il 22 dicembre del 2005 che tutti hanno definitivamente capito chi è Ratzinger” dice il primo dei vaticanisti, Benny Lai. “E’ qui che tutti hanno intuito con chi avrebbero avuto a che fare. Fino al 2005 c’era ancora qualcuno che sperava che il primo Ratzinger, quello ritenuto più progressista, sarebbe tornato. E invece non fu così. Ma già ai tempi del Concilio in molti presero un abbaglio ritenendo che Ratzinger fosse un teologo progressista. Lo pensava anche il cardinale Giuseppe Siri. La prima volta che lo vide non ne ebbe una buona impressione. Ma poi Ratzinger dimostrò d’essere altro dall’etichetta che gli era stata appiccicata addosso inizialmente. Ed è questo cambiamento che ancora oggi dà fastidio fuori e dentro la Chiesa”.
Dal discorso alla Curia romana a oggi il “Ratzinger pensiero” si è manifestato in più forme andando a scatenare la reazione indignata di diversi mondi. “Beninteso” dice ancora Benny Lai, “va detto che Ratzinger parte svantaggiato rispetto a Wojtyla perché per lui la folla non ha una funzione terapeutica, come ce l’aveva per il Papa polacco. Ma il problema è all’origine. Folla o non folla sono i contenuti che porta che danno fastidio e che generano avversioni. Anche nel caso dei preti pedofili: quanto fastidio dà, dentro la Chiesa, il fatto che Ratzinger continui a insistere sul celibato dei preti? Comunque il Papa non si scompone. Come ha fatto quando gli venne negata la possibilità di parlare alla Sapienza. Non si presentò nell’aula magna ma mandò ugualmente il suo discorso e lasciò un segno: ‘Non voglio imporre la fede’ disse. E tutti i giornali ci fecero il titolo. E la stessa cosa avvenne quando partì per l’Africa. Disse che l’Aids non si può superare con la distribuzione dei preservativi. Apriti cielo. L’intellighenzia laica di mezza Europa lo attaccò. Ma aveva detto una cosa giusta: per combattere l’Aids serve un’educazione dell’uomo che lo porti a considerare il proprio corpo in modo diverso. L’opposto, insomma, di una concezione narcisistica e autoreferenziale della sessualità”.
Un’altra reazione importante a Benedetto XVI si ebbe, già prima, a Ratisbona. Parlò del rapporto tra fede e ragione. Toccò il nesso esistente tra religione e civiltà spiegando che convertire usando la violenza è contro la ragione e Dio. La citazione di una frase di Manuele II Paleologo, secondo il quale Maometto introdusse solo “cose cattive e disumane come la sua direttiva di diffondere per mezzo della spada la fede” scatenò l’indignazione del mondo musulmano. “Quella pagina” spiega Piero Gheddo, missionario, giornalista e scrittore del Pime, “è sintomatica di cosa sia questo pontificato. Parte del mondo musulmano reagì indignato. Eppure le parole del Papa restarono. Perché alle sue parole non si può sfuggire. E, infatti, il suo discorso produsse frutto. Un anno fa, ad esempio, sono stato in Bangladesh. Qui diversi musulmani stanno lavorando sulle parole del Papa in particolare sul rapporto che ci deve essere tra fede e ragione”.
Ratzinger ferisce non solo quando parla. Ma anche quando prende decisioni che entrano nel cuore della vita della Chiesa. Tra queste, la firma del "Summorum Pontificum" che ha liberalizzato il rito antico e la revoca della scomunica ai vescovi lefebvriani. Il ripristino della Messa antica provocò reazioni soprattutto in Francia. “Che cosa dice a coloro che in Francia temono che il "Summorum Pontificum" segni un ritorno indietro rispetto alle grandi intuizioni del Vaticano II?” chiesero i giornalisti al Papa nel settembre del 2008, sull’aereo che lo portava verso Parigi. “E’ una paura infondata” rispose il Papa. “Perché questo Motu Proprio è semplicemente un atto di tolleranza, a fini pastorali, per persone che sono state formate in quella liturgia, la amano, la conoscono, e vogliono vivere con quella liturgia”. L’accusa è sempre la medesima: il Papa vuole tornare a prima del Concilio. E, quindi, è contro la modernità. E’ la stessa accusa che in molti hanno rivolto al Papa quando revocò la scomunica ai quattro vescovi lefebvriani. Anche qui Ratzinger reagì spiegando: da una parte “non si può congelare l’autorità magisteriale della Chiesa all’anno 1962”. Dall’altra disse a coloro che si segnalano come grandi difensori del Concilio che “chi vuole essere obbediente al Vaticano II, deve accettare la fede professata nel corso dei secoli e non può tagliare le radici di cui l’albero vive”.
Il Vaticano II ritorna sempre. La revoca della scomunica ai lefebvriani è per il mondo ebraico un ritorno a un passato ostile. Tra i quattro vescovi lefebvriani c’è Richard Williamson, negazionista quanto alla Shoah. Benedetto XVI è costretto a ribadire un concetto per lui ovvio, e cioè che non condivide in nulla la posizione del vescovo. Ma si capisce che parte del mondo ebraico non è soddisfatta. Del resto, è dalla visita ad Auschwitz e dal viaggio in Terra Santa che diversi rabbini di città importanti, soprattutto europee, criticano Ratzinger giudicando insufficienti la maggior parte delle parole che egli dedica agli ebrei. Dal tedesco Ratzinger si vuole di più, anche se è uno dei teologi che più hanno lavorato per il riavvicinamento con l’ebraismo. Ma nonostante le pressioni il Papa continua per la sua strada decidendo di comunicare, a pochi giorni dalla visita alla sinagoga di Roma, la firma del decreto sulle virtù eroiche di Pio XII, ultimo passo prima della beatificazione. Il mondo ebraico reagisce. Ma il Papa ha deciso e in sinagoga ridice un concetto già più volte espletato: “La sede apostolica svolse un’azione di soccorso verso gli ebrei spesso nascosta e discreta”.
C’è anche un certo mondo protestante che non comprende Ratzinger. E’ del novembre scorso la Costituzione Apostolica "Anglicanorum" Coetibus con la quale quei gruppi di anglicani che lo desiderano possono tornare con Roma. Il Papa ha spiegato il gesto come una risposta a una richiesta avanzata dagli stessi anglicani. Ma molti anglicani e anche parte della Chiesa Cattolica non l’hanno capito e l’hanno accusato di saper pescare “soltanto a destra”, ovvero in quei settori della cristianità scontenti per le derive progressiste e ‘liberal’ delle proprie chiese. Il primo febbraio scorso il Papa risponde alle accuse. E ai vescovi d’Inghilterra e Galles ricevuti in visita ad limina dice: “Vi chiedo di essere generosi nel realizzare le direttive della costituzione apostolica per assistere quei gruppi di anglicani che desiderano entrare in piena comunione con la chiesa cattolica. Sono convinto che questi gruppi saranno una benedizione per tutta la chiesa”. Dice Piero Gheddo: “Ho girato il mondo e ho conosciuto diverse realtà anglicane. Perché vogliono tornare in comunione con Roma? Perché una Chiesa che apre al mondo in modo sconsiderato accettando l’ordinazione femminile e i matrimoni gay non ha senso. Il Papa combatte per salvaguardare una Chiesa ancorata alla verità e per questo c’è chi lo osteggia”.

Pasqua 2010. Su 'Pope2You' in diretta streaming e con commento in 5 lingue le celebrazioni presiedute dal Papa. Sul sito anche cartoline augurali

In occasione della Settimana Santa e della Pasqua, Pope2You (www.pope2you.net) permetterà di vivere in video e audio streaming direttamente da Roma le celebrazioni presiedute da Benedetto XVI. Per la prima volta questo portale per i giovani, promosso dal Pontificio Consiglio per le Comunicazioni Sociali, trasmette in simultanea questi eventi con commenti in ben 5 lingue. Chi si collegherà a Pope2You potrà seguire in diretta streaming le celebrazioni papali, ascoltando l'audio in italiano, inglese, francese, spagnolo e tedesco. Il servizio è fornito e promosso dal Centro Televisivo Vaticano, dalla Radio Vaticana e dal servizio internet della Santa Sede (www.vatican.va), con il supporto tecnico dell'agenzia H2onews. Oltre a questo servizio, Pope2You ripropone ancora una raccolta di cartoline augurali per le festività pasquali con bellissime immagini del Santo Padre, da condividere con i propri amici su Facebook, oltre che da inviare ai propri contatti e-mail o scaricare sul proprio computer.

Zenit

domenica 28 marzo 2010

L'appello del Papa: addolorato per i recenti constrasti in Gerusalemme. I responsabili delle sue sorti intraprendano con coraggio la via della pace

"In questo momento, il nostro pensiero e il nostro cuore si dirigono in modo particolare a Gerusalemme, dove il mistero pasquale si è compiuto. Sono profondamente addolorato per i recenti contrasti e per le tensioni verificatisi ancora una volta in quella Città". Lo ha detto Papa Benedetto XVI tornando, prima dell recita della preghiera mariana dell'Angelus, sulla questione della pace in Medioriente. Gerusalemme, ha sottolineato il Pontefice, "è patria spirituale di Cristiani, Ebrei e Musulmani, profezia e promessa di quell'universale riconciliazione che Dio desidera per tutta la famiglia umana". "La pace - ha concluso il Papa - è un dono che Dio affida alla responsabilità umana, affinché lo coltivi attraverso il dialogo e il rispetto dei diritti di tutti, la riconciliazione e il perdono. Preghiamo, quindi, perché i responsabili delle sorti di Gerusalemme intraprendano con coraggio la via della pace e la seguano con perseveranza". Il Papa ha anche assicurato la sua preghiera per la Giornata mondiale dei portatori di autismo, promossa dall’Onu per il prossimo 2 aprile.

Apcom, Radio Vaticana

L'Angelus. Il Papa: giovani, date testimonianza perché agli uomini non manchi Gesù, il modello più autentico. Non temete incomprensioni e offese

Al termine della celebrazione della Domenica delle Palme, prima della recita dell'Angelus, il Papa ha ricordato che proprio 25 anni fa Giovanni Paolo II dava inizio alle Giornate Mondiali della Gioventù, “tracciando una sorta di pellegrinaggio giovanile attraverso l‘intero pianeta alla sequela di Gesù”: “25 anni or sono, il mio amato Predecessore invitò i giovani a professare la loro fede in Cristo che “ha preso su di sé la causa dell’uomo” Oggi io rinnovo questo appello alla nuova generazione, a dare testimonianza con la forza mite e luminosa della verità, perché agli uomini e alle donne del terzo millennio non manchi il modello più autentico: Gesù Cristo. Consegno questo mandato in particolare ai 300 delegati del Forum Internazionale dei Giovani, venuti da ogni parte del mondo, convocati dal Pontificio Consiglio per i Laici". "Non temete quando il seguire Cristo comporta incomprensioni e offese" ha detto Benedetto XVI rivolgendosi ai pellegrini italiani "e in particolare ai giovani venuti da varie città e diocesi". "Servitelo nelle persone più fragili e svantaggiate, in particolare nei vostri coetanei in difficoltà" ha aggiunto il Pontefice. Dopo la benedizione, Benedetto XVI ha fatto un giro tra le migliaia di fedeli in Piazza San Pietro a bordo della Papamobile. Il Pontefice ha salutato i fedeli che lo acclamavano e poi ha fatto rientro in Vaticano.

Radio Vaticana, Apcom


Domenica delle Palme. Il Papa: Gesù ci conduce verso ciò che è grande e puro, verso l’aria salubre delle altezze. Ci conduce verso l’amore, verso Dio

Più di cinquantamila fedeli hanno partecipato questa mattina in Piazza San Pietro alla Celebrazione della Domenica delle Palme e dell passione del Signore presieduta da Papa Benedetto XVI. All'inizio del rito, dopo la benedizione dei rami di palme e di ulivo la "Papamobile" con a bordo il Papa si è posta alla testa della tradizionale processione che rievoca l'ingresso trionfale di Gesù a Gerusalemme, quando fu acclamato nelle stesse strade che di lì a poco lo videro portare la Croce fino al Calvario. Alla celebrazione hanno preso parte migliaia di giovani di Roma e di altre diocesi, in occasione della XXV Giornata Mondiale della Gioventù sul tema "Maestro buono, che cosa devo fare per avere in eredità la vita eterna?".
"Benedetto colui che viene, il re, nel nome del Signore": questa acclamazione dei fedeli mentre Gesù entra a Gerusalemme, ricordata nella domenica delle Palme, “è espressione di una profonda pena e, insieme, è preghiera di speranza: Colui che viene nel nome del Signore porti sulla terra ciò che è nei cieli. La sua regalità diventi la regalità di Dio, presenza del cielo sulla terra”. Con questo invito a seguire Gesù, domandando a Lui che “porti a noi il cielo: la gloria di Dio e la pace degli uomini”, perché “in terra non c’è pace”, Benedetto XVI ha concluso la sua magistrale omelia, che ha preso spunto soprattutto dal vangelo della benedizione delle Palme, che nella liturgia precede la Messa; il vangelo della Messa è invece il racconto della Passione. Il Pontefice ha voluto anzitutto commentare il fatto che "Gesù camminava davanti a tutti salendo verso Gerusalemme". “Essere cristiani – ha detto il Papa - è un cammino, o meglio: un pellegrinaggio, un andare insieme con Gesù Cristo. Un andare in quella direzione che Egli ci ha indicato e ci indica”. Tale cammino “è un’ascesa”, non solo geografica, Gesù camminava da Gerico a Gerusalemme, con un’ascesa di quasi 1000 metri, ma “un’ascesa alla vera altezza dell’essere uomini. L’uomo può scegliere una via comoda e scansare ogni fatica. Può anche scendere verso il basso, il volgare. Può sprofondare nella palude della menzogna e della disonestà. Gesù cammina avanti a noi, e va verso l’alto. Egli ci conduce verso ciò che è grande, puro, ci conduce verso l’aria salubre delle altezze: verso la vita secondo verità; verso il coraggio che non si lascia intimidire dal chiacchiericcio delle opinioni dominanti; verso la pazienza che sopporta e sostiene l’altro. Egli conduce verso la disponibilità per i sofferenti, per gli abbandonati; verso la fedeltà che sta dalla parte dell’altro anche quando la situazione si rende difficile. Conduce verso la disponibilità a recare aiuto; verso la bontà che non si lascia disarmare neppure dall’ingratitudine. Egli ci conduce verso l’amore – ci conduce verso Dio”.
Benedetto XVI ha spiegato poi il simbolo di Gerusalemme: “la città in cui si trovava il Tempio di Dio, la cui unicità doveva alludere all’unicità di Dio stesso. Questo luogo annuncia quindi anzitutto due cose: da un lato dice che Dio è uno solo in tutto il mondo, supera immensamente tutti i nostri luoghi e tempi; è quel Dio a cui appartiene l’intera creazione”. Il secondo aspetto è il fatto che Gesù va verso il sacrificio della Pasqua in cui “Egli stesso [è] l’Agnello”: “Gesù sa che la sua via andrà oltre: non avrà nella croce la sua fine. Sa che la sua via strapperà il velo tra questo mondo e il mondo di Dio; che Egli salirà fino al trono di Dio e riconcilierà Dio e l’uomo nel suo corpo…. La sua via conduce al di là della cima del monte del Tempio fino all’altezza di Dio stesso: è questa la grande ascesa alla quale Egli invita tutti noi. Egli rimane sempre presso di noi sulla terra ed è sempre già giunto presso Dio, Egli ci guida sulla terra e oltre la terra”. Il camminare con Gesù significa anche “un camminare nel "noi" di coloro che vogliono seguire Lui. Ci introduce in questa comunità. Poiché il cammino fino alla vita vera, fino ad un essere uomini conformi al modello del Figlio di Dio Gesù Cristo supera le nostre proprie forze, questo camminare è sempre anche un essere portati. Ci troviamo, per così dire, in una cordata con Gesù Cristo – insieme con Lui nella salita verso le altezze di Dio. Egli ci tira e ci sostiene. Fa parte della sequela di Cristo che ci lasciamo integrare in tale cordata; che accettiamo di non potercela fare da soli. Fa parte di essa questo atto di umiltà, l’entrare nel "noi" della Chiesa; l’aggrapparsi alla cordata, la responsabilità della comunione – il non strappare la corda con la caparbietà e la saccenteria. L’umile credere con la Chiesa, come essere saldati nella cordata dell’ascesa verso Dio, è una condizione essenziale della sequela. Di questo essere nell’insieme della cordata fa parte anche il non comportarsi da padroni della Parola di Dio, il non correre dietro un’idea sbagliata di emancipazione. L’umiltà dell’"essere-con" è essenziale per l’ascesa. Fa anche parte di essa che nei Sacramenti ci lasciamo sempre di nuovo prendere per mano dal Signore; che da Lui ci lasciamo purificare e corroborare; che accettiamo la disciplina dell’ascesa, anche se siamo stanchi”. “Dell’ascesa verso l’altezza di Gesù Cristo – ha aggiunto il Papa - dell’ascesa fino all’altezza di Dio stesso fa parte la Croce. Come nelle vicende di questo mondo non si possono raggiungere grandi risultati senza rinuncia e duro esercizio… così la via verso la vita stessa, verso la realizzazione della propria umanità è legata alla comunione con Colui che è salito all’altezza di Dio attraverso la Croce. In ultima analisi, la Croce è espressione di ciò che l’amore significa: solo chi perde se stesso, si trova”.
Quasi a tirare le conclusioni su “pellegrinaggio” e “sequela”, Benedetto XVI ha precisato: “Il nostro pellegrinaggio alla sequela di Cristo non va verso una città terrena, ma verso la nuova Città di Dio che cresce in mezzo a questo mondo”. A conferma, il Pontefice ha ricordato il suo pellegrinaggio in Terrasanta lo scorso anno e anzi, sembra quasi invitare ognuno a compierlo: “Il pellegrinaggio verso la Gerusalemme terrestre… può essere proprio anche per noi cristiani un elemento utile per tale viaggio più grande. Io stesso ho collegato al mio pellegrinaggio in Terra Santa dello scorso anno tre significati. Anzitutto avevo pensato che a noi può capitare in tale occasione ciò che san Giovanni dice all’inizio della sua Prima Lettera: quello che abbiamo udito, lo possiamo, in certo qual modo, vedere e toccare con le nostre mani. La fede in Gesù Cristo non è un’invenzione leggendaria. Essa si fonda su di una storia veramente accaduta. Questa storia noi la possiamo, per così dire, contemplare e toccare. È commovente trovarsi a Nazaret nel luogo dove l’Angelo apparve a Maria e le trasmise il compito di diventare la Madre del Redentore. È commovente essere a Betlemme nel luogo dove il Verbo, fattosi carne, è venuto ad abitare fra noi; mettere il piede sul terreno santo in cui Dio ha voluto farsi uomo e bambino. È commovente salire la scala verso il Calvario fino al luogo in cui Gesù è morto per noi sulla Croce. E stare infine davanti al sepolcro vuoto; pregare là dove la sua santa salma riposò e dove il terzo giorno avvenne la risurrezione. Seguire le vie esteriori di Gesù deve aiutarci a camminare più gioiosamente e con una nuova certezza sulla via interiore che Egli ci ha indicato e che è Lui stesso”. E ha aggiunto: “Quando andiamo in Terra Santa come pellegrini, vi andiamo però anche – e questo è il secondo aspetto – come messaggeri della pace, con la preghiera per la pace; con l’invito a tutti di fare in quel luogo, che porta nel nome la parola ‘pace’, tutto il possibile affinché esso diventi veramente un luogo di pace. Così questo pellegrinaggio è al tempo stesso – come terzo aspetto – un incoraggiamento per i cristiani a rimanere nel Paese delle loro origini e ad impegnarsi intensamente in esso per la pace”. Da qui l’invito a pregare “nello spirito della domanda del Padre Nostro: ‘Sia fatta la tua volontà come in cielo così in terra!’. Sappiamo che il cielo è cielo, luogo della gloria e della pace, perché lì regna totalmente la volontà di Dio. E sappiamo che la terra non è cielo fin quando in essa non si realizza la volontà di Dio. Salutiamo quindi Gesù che viene dal cielo e lo preghiamo di aiutarci a conoscere e a fare la volontà di Dio. Che la regalità di Dio entri nel mondo e così esso sia colmato con lo splendore della pace. Amen”.

Agi, AsiaNews