mercoledì 31 ottobre 2012

Il Papa: è la luce di Dio quella che illumina gli affreschi e l'intera Cappella Sistina. Quella luce che con la sua potenza vince il caos e l'oscurità per donare vita: nella creazione e nella redenzione. E la Cappella narra questa storia di luce, di liberazione, di salvezza, parla del rapporto di Dio con l'umanità

Questo pomeriggio, nella Cappella Sistina, il Santo Padre Benedetto XVI presiede la Celebrazione dei primi Vespri della solennità di tutti i Santi, in occasione del 500° anniversario dell’Inaugurazione della Cappella. "La Sistina è, per sua natura, un'aula liturgica, è la Cappella magna del Palazzo Apostolico Vaticano", ha detto il Papa nella sua omelia. "Le opere artistiche che la decorano, in particolare i cicli di affreschi - ha proseguito Benedetto XVI - trovano nella liturgia, per così dire, il loro ambiente vitale, il contesto in cui esprimono al meglio tutta la loro bellezza, tutta la ricchezza e la pregnanza del loro significato. E' come se, durante l'azione liturgica, tutta questa sinfonia di figure prendesse vita, in senso certamente spirituale, ma inseparabilmente anche estetico, perché la percezione della forma artistica è un atto tipicamente umano e, come tale, coinvolge i sensi e lo spirito. In poche parole: la Cappella Sistina, contemplata in preghiera, è ancora più bella, più autentica; si rivela in tutta la sua ricchezza". Entrando nella Sistina, ha continuato il Pontefice, "il nostro sguardo si leva al Giudizio finale michelangiolesco, dove lo sfondo azzurro del cielo, richiamato nel manto della Vergine Maria, dona luce di speranza all'intera visione, assai drammatica, ma stasera la nostra attenzione va principalmente al grande affresco della volta, che Michelangelo, per incarico di Giulio II, realizzò in circa quattro anni, dal 1508 al 1512".
"Il grande artista, già celebre per capolavori di scultura - ha detto Benedetto XVI - affrontò l'impresa di dipingere più di mille metri quadrati di intonaco, e possiamo immaginare che l'effetto prodotto su chi per la prima volta la vide compiuta dovette essere davvero impressionante. Da questo immenso affresco è precipitato sulla storia dell'arte italiana ed europea - dirà il Woelfflin nel 1899 con una bella e ormai celebre metafora - qualcosa di paragonabile a un 'violento torrente montano portatore di felicità e al tempo stesso di devastazione': nulla rimase più come prima. Giorgio Vasari, in un famoso passaggio delle Vite, scrive in modo molto efficace: 'Questa opera è stata ed è veramente la lucerna dell'arte nostra, che ha fatto tanto giovamento e lume all'arte della pittura, che ha bastato a illuminare il mondo'". "Lucerna, lume, illuminare: tre parole del Vasari che non saranno state lontane dal cuore di chi era presente alla Celebrazione dei Vespri di quel 31 ottobre 1512", ha proseguito Papa Ratzinger. "Ma non si tratta solo di luce che viene dal sapiente uso del colore ricco di contrasti, o dal movimento che anima il capolavoro michelangiolesco, ma dall'idea che percorre la grande volta: è la luce di Dio quella che illumina questi affreschi e l'intera Cappella Papale. Quella luce che con la sua potenza vince il caos e l'oscurità per donare vita: nella creazione e nella redenzione. E la Cappella Sistina narra questa storia di luce, di liberazione, di salvezza, parla del rapporto di Dio con l'umanità. Con la geniale volta di Michelangelo, lo sguardo viene spinto a ripercorrere il messaggio dei Profeti, a cui si aggiungono le Sibille pagane in attesa di Cristo, fino al principio di tutto”.
“Il mondo non è prodotto dell’oscurità, del caso, dell’assurdo, ma deriva da un’Intelligenza, da una Libertà, da un supremo atto di Amore”: questa, secondo Benedetto XVI, la verità che il grande pittore intendeva dimostrare con il suo “grande affresco” della volta: “In quell’incontro tra il dito di Dio e quello dell’uomo, noi percepiamo il contatto tra il cielo e la terra; in Adamo Dio entra in una relazione nuova con la sua creazione, l’uomo è in diretto rapporto con Lui, è chiamato da Lui, è a immagine e somiglianza di Dio”. Vent'anni dopo, nel Giudizio Universale, "Michelangelo concluderà la grande parabola del cammino dell'umanità, spingendo lo sguardo al compimento di questa realtà del mondo e dell'uomo, all'incontro definitivo con il Cristo Giudice dei vivi e dei morti". "Pregare stasera in questa Cappella Sistina, avvolti dalla storia del cammino di Dio con l'uomo, mirabilmente rappresentata negli affreschi che ci sovrastano e ci circondano - ha concluso il Papa - è un invito alla lode, un invito ad elevare al Dio creatore, redentore e giudice dei vivi e dei morti, con tutti i Santi del Cielo, le parole del cantico dell'Apocalisse: 'Amen, alleluia. Lodate il nostro Dio, voi tutti suoi servi, voi che lo temete, piccoli e grandi! Alleluia. Rallegriamoci ed esultiamo, rendiamo a lui gloria".
Prima della celebrazione liturgica il card. Giuseppe Bertello, presidente del Governatorato della Città del Vaticano ha rivoluto un saluto al Papa: “La nostra preghiera è, innanzitutto, per le intenzioni che la Santità Vostra porta nel Suo cuore di Padre e Pastore della Chiesa Universale e per quanti visitano questo luogo, che, come Lei ci ha detto pochi giorni or sono, rappresenta per molte persone, che non conoscono il Vangelo, il contatto maggiore, a volte unico, con la Santa Sede ed è perciò un'occasione privilegiata per conoscere il messaggio cristiano".

Avvenire.it, TMNews, Korazym.org

CELEBRAZIONE DEI VESPRI IN OCCASIONE DEL 500° ANNIVERSARIO DELL’INAUGURAZIONE DELLA CAPPELLA SISTINA - il testo integrale dell'omelia del Papa

Indirizzo di omaggio al Santo Padre del card. Giuseppe Bertello
 

Benedetto XVI: le mie preghiere per le vittime dall'uragano che ha colpito la Costa Est degli Stati Uniti e la mia solidarietà verso tutti coloro che sono impegnati nell'opera di ricostruzione



Papa Benedetto XVI, nei saluti in lingua inglese dell'Udienza generale di questa mattina in Piazza San Pietro, ha pregato per le vittime dell'uragano Sandy negli Stati Uniti. ''Consapevole della devastazione causata dall'uragano che ha recentemente colpito la Costa Est degli Stati Uniti d'America, offro le mie preghiere per le vittime ed esprimo la mia solidarietà verso tutti coloro che sono impegnati nell'opera di ricostruzione'', ha detto il pontefice in inglese, salutando i pellegrini di quella lingua.

Asca

Il Papa: la fede è frutto di una relazione, di un dialogo, in cui c’è un ascoltare, un ricevere e un rispondere. E' veramente personale solo se è anche comunitaria, può essere la mia fede solo se vive e si muove nel 'noi' della Chiesa, solo se è la nostra fede, la comune fede della Chiesa unica

L'Udienza generale del Papa si è tenuta anche oggi in Piazza San Pietro, nonostante la bassa temperatura di Roma e qualche spruzzo di pioggia, e non al chiuso dell'Aula Nervi. Benedetto XVI è giunto in piazza a bordo di una jeep coperta sui tre lati da schermi di plexiglas. Hanno assistito all'Udienza generale circa 10mila fedeli. Nella catechesi il Papa, nel nuovo ciclo dedicato all’Anno della fede, ha incentrato la sua meditazione sulla fede della Chiesa. La fede è “popolo”, è “luce”. La fede non è da nascondere dietro un angolo, della società o dell’anima. Benedetto XVI dà nuova plasticità a un’altra di quelle che la settimana scorsa aveva chiamato “verità elementari”. Anche stavolta a innescare la sua riflessione è una domanda: la fede, in quanto mia è “individuale”, la vivo “da solo”?: “Certo, l’atto di fede è un atto eminentemente personale, che avviene nell’intimo più profondo e che segna un cambiamento di direzione, una conversione personale: è la mia esistenza personale che riceve una svolta...Ma questo mio credere non è il risultato di una mia riflessione solitaria, non è il prodotto di un mio pensiero, ma è frutto di una relazione, di un dialogo, in cui c’è un ascoltare, un ricevere e un rispondere; è il comunicare con Gesù che mi fa uscire dal mio ‘io’ racchiuso in me stesso per aprirmi all’amore di Dio Padre". “Non posso costruire la mia fede in un dialogo privato con Gesù - ha affermato il Papa - perché la fede mi viene donata da Dio attraverso una comunità credente che è la Chiesa e mi inserisce nella moltitudine dei credenti in una comunione che non è solo sociologica, ma radicata nell’eterno amore di Dio”. La fede, ha proseguito il Papa, non è allora “un dialogo privato con Gesù”: è un dono che viene da Dio e, ha sottolineato, arriva attraverso la Chiesa. “Fin dagli inizi”, ha ribadito, è la Chiesa “il luogo della fede”, “il luogo di trasmissione della fede”. Per questo, la Chiesa non è una entità “sociologica”, ma una comunità radicata in Dio, in Gesù, nello Spirito: “La nostra fede è veramente personale, solo se è anche comunitaria: può essere la mia fede, solo se vive e si muove nel ‘noi’ della Chiesa, solo se è la nostra fede, la comune fede della Chiesa unica...La Chiesa è la Madre di tutti i credenti. ‘Nessuno può dire di avere Dio per Padre, se non ha la Chiesa come Madre’. Quindi la fede nasce nella Chiesa, conduce ad essa e vive in essa. Questo è importante ricordarlo”. Chiariti i principi, Benedetto XVI è passato al modo in cui, da duemila anni, la Chiesa li annuncia e li testimonia. In particolare, ha messo in luce l’importanza della “Tradizione”, che “dà la garanzia – ha asserito – che ciò in cui crediamo è il messaggio originario di Cristo, predicato dagli Apostoli”: “Se la Sacra Scrittura contiene la Parola di Dio, la Tradizione della Chiesa la conserva e la trasmette fedelmente, perché gli uomini di ogni epoca possano accedere alle sue immense risorse e arricchirsi dei suoi tesori di grazia”. Infine, l’ultima, fondamentale, indicazione di Benedetto XVI: “È nella comunità ecclesiale che la fede personale cresce e matura”. “Un cristiano che si lascia plasmare dalla fede della Chiesa - la certezza del Pontefice - nonostante le sue debolezze, i suoi limiti e le sue difficoltà, diventa come una finestra aperta alla luce del Dio vivente, che riceve questa luce e la trasmette al mondo”. Per cui, la nuova evangelizzazione, al centro del Sinodo appena terminato, altro non è che l’espressione pubblica, accompagnata dalla grazia di Dio, di questa fede. Per questo, ha concluso: “La tendenza, oggi diffusa, a relegare la fede nella sfera del privato contraddice la sua stessa natura. Abbiamo bisogno della Chiesa per avere conferma della nostra fede e per fare insieme esperienza dei doni di Dio: la sua Parola, i Sacramenti, il sostegno della grazia e la testimonianza dell’amore...In un mondo in cui l’individualismo sembra regolare i rapporti fra le persone, rendendole sempre più fragili, la fede ci chiama ad essere popolo di Dio, ad essere Chiesa, portatori dell’amore e della comunione di Dio per tutto il genere umano”.

TMNews, Radio Vaticana, SIR

L’UDIENZA GENERALE - il testo integrale della catechesi e dei saluti del Papa
 

Sinodo dei vescovi 2012. Mons. Ambrosio: ritrovare nel contesto plurale la propria identità e dialogare alla pari con le altre espressioni culturali, sapendo di poter offrire molto e molto ricevere da altri continenti, culture, tradizioni

“Il recupero della tradizione cristiana e della visione umanistica ci consentono di fare un passo avanti e accogliere la sfida”. È il pensiero di mons. Gianni Ambrosio, vescovo di Piacenza-Bobbio e vicepresidente della Commissione degli episcopati della Comunità europea), che a SIR Europa riflette sul Messaggio al popolo di Dio del Sinodo dei vescovi, laddove si rivolge alle Chiese europee invitandole a cogliere “le difficoltà del presente” come “una sfida da superare e un’occasione per un annuncio più gioioso e più vivo di Cristo e del suo Vangelo di vita”. “È in gioco l’umano - annota mons. Ambrosio - e siamo posti di fronte a un bivio: da una parte c’è l’uomo, con la sua dignità e la visione trascendente della vita; dall’altra il continuare a tenere gli occhi chiusi, senza alcun orizzonte, rimpicciolendo l’uomo fino a renderlo una piccola rotella di un ingranaggio senza senso. Ecco - prosegue -, ritengo che i Padri conciliari abbiano voluto rivolgere un invito pressante a recuperare i valori dell’umano per un futuro di bene e di speranza”. Il vicepresidente della Comece fa quindi riferimento alle radici cristiane, da riscoprire per “ritrovare nel contesto plurale la propria identità e dialogare alla pari con le altre espressioni culturali, sapendo di poter offrire molto e molto ricevere da altri continenti, culture, tradizioni”.

SIR

Dal 15 al 17 novembre la XXVII Conferenza Internazionale del Pontificio Consiglio per gli Operatori Sanitari. A conclusione l'incontro con Benedetto XVI

"L'ospedale, luogo di evangelizzazione: missione umana e spirituale" è il titolo della XXVII Conferenza Internazionale del Pontificio Consiglio per gli Operatori Sanitari che si terrà in Vaticano dal 15 al 17 novembre prossimi. Lo rende noto un comunicato. "Il terzo giorno - spiega l'arcivescovo Zygmunt Zimowski, presidente del dicastero vaticano - è previsto l'incontro con Sua Santità Papa Benedetto XVI, a conclusione della nostra Conferenza e con la partecipazione dei medici cattolici impegnati nel Congresso congiunto AMCI-FEAMC che, dedicato a 'Bioetica ed Europa Cristiana', si svolgerà a Roma dal 15 al 18 novembre di quest'anno. All'incontro con il Successore di Pietro - prosegue il capo dicastero - sono anche invitati i medici romani con le loro famiglie, gli studenti delle discipline legate alla pastorale sanitaria e, insieme ai malati, gli organismi che se ne prendono cura a partire dall'UNITALSI".

TMNews

martedì 30 ottobre 2012

Domani la celebrazione dei Vespri presieduta dal Papa nella Cappella Sistina. Antonio Paolucci: nonostante i cinque milioni di visitatori all'anno nel breve medio periodo l'adozione del numero chiuso non sarà necessaria

Così come fece Papa Giulio II quel 31 ottobre 1512, sarà Benedetto XVI a presiedere, mercoledì 31 ottobre, la celebrazione dei Vespri nella Cappella Sistina per il cinquecentesimo anniversario dell'inaugurazione della volta dipinta da Michelangelo. Lo sottolinea L'Osservatore Romano, che ricorda: "Il grande artista con una impresa immane, in soli quattro anni tra il 1508 e il 1512, affrescò una superficie di più di mille metri quadrati". Niente numero chiuso per i visitatori della Cappella Sistina. Quanto meno "nel breve medio periodo". Lo precisa, smentendo ipotesi di stampa, il direttore dei Musei vaticani Antonio Paolucci in un intervento su L'Osservatore Romano. "Cinque milioni di visitatori all'anno all'interno della Cappella Sistina, ventimila al giorno nei periodi di punta, fanno un ben arduo problema", scrive Paolucci. "La pressione antropica con le polveri indotte, con l'umidità che i corpi portano con sé, con l'anidride carbonica prodotta dalla traspirazione, comporta disagio per i visitatori e, nel lungo periodo, possibili danni per le pitture. Potremmo contingentare l'accesso, introdurre il numero chiuso. Lo faremo se la pressione turistica dovesse aumentare oltre i limiti di una ragionevole tollerabilità e se non riuscissimo a contrastare con adeguata efficacia il problema. Io ritengo però che nel breve medio periodo l'adozione del numero chiuso non sarà necessaria. Intanto (è l'obiettivo che sta impegnando in questi mesi le nostre energie) è necessario mettere in opera tutte le più avanzate provvidenze tecnologiche in grado di garantire l'abbattimento delle polveri e degli inquinanti, il veloce ed efficace ricambio dell'aria, il controllo della temperatura e dell'umidità. Se ne sta occupando, con un progetto di altissima tecnologia, radicalmente innovativa, la multinazionale Carrier, azienda leader nel mondo nel settore della climatizzazione. Io confido che, entro un anno, il nuovo impianto potrà entrare in funzione".

TMNews

Cinque secoli di luce accecante: il 31 ottobre 1512 Giulio II inaugurava la volta della Cappella Sistina completata da Michelangelo

Libretto della Celebrazione

Anno della fede. Ciclo della 'Radio Vaticana' a 20 anni dalla pubblicazione del Catechismo della Chiesa Cattolica: per il Papa un vero strumento e sostegno della fede

Si era alla metà degli anni Ottanta del secolo scorso quando nella Chiesa iniziava l’elaborazione del Catechismo della Chiesa Cattolica. A richiederlo era stato il Sinodo dei vescovi, celebrato a 20 anni dal Concilio Vaticano II. Altri 20 anni sono trascorsi dalla pubblicazione di un'opera organica, frutto della consultazione di tutte le Chiese locali. La Radio Vaticana propone oggi la prima puntata di una nuova rubrica incentrata sull’importanza di questo testo fondamentale per la fede cristiana, curata dal gesuita, padre Dariusz Kowalczyk. Tra diversi inviti che il Papa Benedetto XVI ci ha rivolto in occasione dell’Anno della fede vi è anche quello di leggere il Catechismo. Nella bellissima lettera “Porta fidei” il Santo Padre esprime la sua convinzione che il Catechismo sia durante tutto l'anno “un vero strumento e sostegno della fede”. Abbiamo delle diverse versioni del Catechismo. Prima di tutto il Catechismo della Chiesa Cattolica, pubblicato 20 fa. Poi, una sua versione più breve: il Compendio del Catechismo. L’anno scorso invece è uscito il Catechismo "YouCat", indirizzato ai giovani. Tutte le versioni del Catechismo hanno avuto una grande diffusione, sono state tradotte in molte lingue e vendute in milioni di copie. Nonostante tutto ciò è vera l’opinione che il grande Catechismo e le sue versioni abbiano penetrato solo una minima parte della comunità della Chiesa. E sebbene il Catechismo sia “uno dei frutti più importanti del Concilio Vaticano II”, è anche vero che esso è una delle opere meno comprese e apprezzate. L’Anno della fede è un'occasione per cercare di cambiare questa situazione. Nella prefazione di Benedetto XVI al Catechismo "YouCat" troviamo una fervente chiamata: “Vi invito – scrive il Papa – studiate il catechismo con passione e perseveranza! Sacrificate il vostro tempo per esso! Studiatelo nel silenzio della vostra camera, leggetelo in due, se siete amici, formate gruppi e reti di studio, scambiatevi idee su Internet. Rimanete ad ogni modo in dialogo sulla vostra fede!”. Questo ciclo di riflessioni sul Catechismo che inizia oggi vuole essere una spinta per rispondere a quell'invito del Papa Benedetto. Ci soffermeremo su diversi capitoli della parte prima del Catechismo, intitolata "La professione della fede" per rimanere, come ha chiesto il Papa in dialogo sulla nostra fede. Prendiamo quindi in mano il Catechismo!

Radio Vaticana

Il vescovo di Cassano allo Ionio ringrazia il Papa per l'attenzione e l'affetto espressi alle popolazioni colpite dal terremoto del 26 ottobre: ci aiuta ad attraversare con minore apprensione questo momento

Il vescovo di Cassano allo Ionio, mons. Nunzio Galantino, ha scritto a Papa Benedetto XVI e al card. Angelo Bagnasco, presidente della Conferenza Episcopale italiana, per ringraziarli "dell’attenzione e dell’affetto espressi alle popolazioni colpite dal terremoto del 26 ottobre". "La Sua preghiera, Beatissimo Padre, e la preghiera alla quale Lei ha invitato domenica scorsa, durante l’Angelus, la comunità dei credenti ci aiuta ad attraversare – afferma il vescovo – con minore apprensione questo momento e a viverlo radicati nella fede e sostenuti dalla carità di tutti. Le popolazioni dei centri toccati dal sisma stanno reagendo con grande dignità e stanno evidenziando grande e solidale attenzione nei confronti dei più bisognosi. Questo ha permesso – conclude mons. Galantino – di evitare i problemi legati ai grandi numeri di sfollati da assistere in emergenza". "In questi giorni di particolare difficoltà per la nostra Chiesa diocesana – scrive mons. Galatino al card. Bagnasco – ho potuto sperimentare l’affetto collegiale di tanti Confratelli e l’attenzione solidale della Chiesa italiana. Sentirci accompagnati dall’affetto e dalla preghiera ci aiuta ad attraversare con minore apprensione questo momento e a viverlo radicati nella fede e sostenuti dalla carità di tutti".

Meteo Web

Il Papa in Benin. Presentati due volumi a quasi un anno dal viaggio. Card. Sarah: dovremmo ripartire dall’Africa, 'polmone spirituale dell’umanità', dai suoi valori più profondi, le relazioni umane, la famiglia e il senso di Dio

“Il Benin e la Santa Sede” e “Il Papa Benedetto XVI in Benin” sono i due volumi presentati ieri a Roma presso la Pontificia Università Lateranense, entrambi pubblicati dalla Libreria Editrice Vaticana, e curati dall’ambasciata del Benin presso la Santa Sede. A ricordarlo, durante l'incontro di ieri, oltre all'ambasciatore presso la Santa Sede Théodore C. Loko, due porporati che ebbero il privilegio di seguire da vicino il pellegrinaggio: i cardinali Giuseppe Bertello, presidente del Governatorato dello Stato della Città del Vaticano, e Robert Sarah, presidente del Pontifico Consiglio Cor Unum. Il card. Bertello ha iniziato la sua analisi a partire dalle motivazioni che hanno ispirato il viaggio. "Il Pontefice - ha ricordato - è andato in Benin a firmare e, potremmo dire, a lanciare il messaggio contenuto nell'Esortazione post-sinodale 'Africae munus', nella quale egli ha raccolto i frutti dell'assemblea speciale per l'Africa del Sinodo dei vescovi del 2009". Un documento, ha aggiunto, nel quale "è riassunto tutto ciò che l'Africa è stata e ha fatto, tutto il suo presente, ma soprattutto sono indicate le linee da seguire per il cammino futuro". Pregio del libro presentato alla Lateranense "è proprio la raccolta dei discorsi pronunciati dal Papa in quelle intense giornate - ha sottolineato il card. Bertello - i quali contengono le indicazioni da seguire per il futuro". "Sono rimasto impressionato - ha aggiunto - dal discorso che Benedetto XVI pronunciò nella cattedrale di Ouidah per la firma dell'esortazione. Egli insistette molto sul concetto di missionarietà. Rivolto alla Chiesa in Africa la esortò a sentirsi aperta e ormai pronta per annunciare il Vangelo agli altri popoli. In quel momento mi tornò in mente l'esperienza vissuta proprio in Benin negli anni Ottanta, quando dalle Chiese locali nel sud del Paese partivano giovani sacerdoti per andare a portare il Vangelo nelle zone più povere del nord. Già allora si viveva questo spirito di missionarietà". Quanto alla scelta del Benin come «"orta d'ingresso del messaggio post-sinodale", il porporato ha ricordato che il Papa stesso l'ha spiegata ai giornalisti a bordo dell'aereo durante il viaggio verso Cotonou. "Il Benin, disse il Pontefice, è un Paese in cui si vive in un clima di pace, nel quale la transizione verso la democrazia è avvenuta in modo assolutamente pacifico»" senza alcun spargimento di sangue. "E io - ha aggiunto il cardinale - ne sono stato testimone. È inoltre un Paese nel quale il dialogo tra le religioni è una realtà concreta che coinvolge anche le religioni tradizionaliste". Infine un ricordo personale, legato al rapporto di amicizia tra il card. Bertello e il professore della Lateranense Albert Tévoédjrè, presente all'incontro. "Un amico speciale - lo ha definito il porporato - autore di un libro fantastico intitolato Le certezze della mia speranza. Lo conobbi a Ginevra, durante una riunione dell'organismo del lavoro. Era mediatore della Repubblica del Benin. Mi ha aiutato a penetrare a fondo l'anima del popolo beninese" ed è stato uno dei protagonisti della diffusione nel Paese della dottrina sociale della Chiesa. Il card. Sarah ha ricordato che, per parlare di quanto sta accadendo in Africa, occorra "un discernimento comunitario” nel quale non si escludano “gli occhi degli uomini”, in particolare dei poveri, e “gli occhi di Dio”. Riferendosi alla crisi mondiale, crisi economica ma anche “spirituale, etica ed antropologica”, il card. Sarah ha evidenziato che l’Africa, da sempre ai margini dei circuiti economici-finanziari, ha subito fenomeni indiretti della crisi come l’accaparramento delle risorse e lo sfruttamento delle risorse naturali a vantaggio delle multinazionali con la completa esclusione dei locali. Non mancano però elementi di conforto – ha aggiunto – come tassi di crescita buoni e alcune guerre risolte, come pure l’immigrazione dall’Europa, dal Portogallo in particolare, al grande continente africano. Permangono però delle conflittualità, delle pandemie e il fenomeno delle migrazioni di massa. La Chiesa locale – ha proseguito il card. Sarah – continua ad avere uno sviluppo notevole nonostante i casi di Nigeria e Kenia dove “non mancano i martiri”. “Tocca ai governi - ha aggiunto il presidente di Cor Unum – garantire non solo l’esercizio della libertà religiosa ma anche la libertà di coscienza che sono i diritti fondamentali della persona”. Necessario ribadire che “non esistono modelli di sviluppo unici” e quindi “non si deve cadere nella tentazione di assumere come positivi modelli di vita, di comportamento e di consumo stranieri”, cose che rischiano di imporsi come ideologie: “dal consumismo alla teoria del gender”. “Occorre – ha detto il cardinale Sarah – uno sviluppo che passi attraverso l’istruzione, l’educazione, la dignità del lavoro, la tutela della salute, il rispetto dell’ambiente”. Infine, sulla nuova evangelizzazione, tema al centro del Sinodo appena concluso, il porporato ha soggiunto che è un “tema cruciale per tenere viva l’esperienza della fede in Africa e perché il Vangelo può forgiare la nostra cultura arricchendola”. Sottolineando il grande contributo portato dal Concilio Vaticano II, ha ribadito quali sono le nuove sfide della Chiesa in Africa: sentirsi parte della Chiesa universale; la pastorale della carità e la conversione che significa anche riconciliazione di fronte alle guerre in corso. “Dovremmo ripartire dall’Africa – ha concluso il card. Sarah – ‘polmone spirituale dell’umanità’, dai suoi valori più profondi: le relazioni umane, la famiglia e il senso di Dio”.

Radio Vaticana, L'Osservatore Romano

La missione vaticana in Siria, la vicenda giudiziaria di Gabriele, i lefebvriani, il Concistoro e le ultime nomine di Curia: nello stesso lasso di tempo un percorso a tornanti, uno 'zig zag' in cui ogni passo correggeva, sconfessava, ribaltava quello precedente

Il caso più eclatante è stato quello della missione in Siria. “Benedetto XVI manda una delegazione di pace, parte presto, prestissimo, anzi no, chissà quando parte, forse non parte”, è stata, schematizzando un po’ brutalmente, la serie di annunci delle ultime due settimane in Vaticano. Ma anche la vicenda giudiziaria del maggiordomo del Papa, l’'affaire' lefebvriano, l’annuncio a sorpresa del “piccolo Concistoro” di novembre, nonché le ultime nomine di Curia hanno seguito, nello stesso lasso di tempo, un percorso a tornanti, uno stile rapsodico, per non dire uno zig zag in cui ogni passo correggeva, sconfessava, ribaltava quello precedente. La Siria, innanzitutto. Il 16 ottobre il card. Tarcisio Bertone interviene al Sinodo sulla “nuova evangelizzazione” per annunciare che “il Santo Padre ha disposto che una delegazione si rechi nei prossimi giorni a Damasco” con lo scopo di esprimere “fraterna solidarietà a tutta la popolazione, con una offerta personale dei Padri Sinodali, oltre che della Santa Sede”, “vicinanza spirituale ai fratelli e sorelle cristiani” e “incoraggiamenti a quanti sono impegnati nella ricerca di un accordo rispettoso dei diritti e dei doveri di tutti, con una particolare attenzione a quanto previsto dal diritto umanitario”. L’annuncio, imprevisto, aveva dell’eclatante. Organizzare una spedizione in Siria di questi tempi non è scontato, sia per motivi di sicurezza che diplomatici, tanto meno lo è in quattro e quattr’otto. Ma tant’è, la Santa Sede annuncia l’invio, nel giro di una settimana, di un gruppo di cardinali rappresentanti di tutti i continenti. Passano pochi giorni, a Beirut, nel quartiere di Achrafieh, un’esplosione uccide il capo dell'intelligence libanese, il generale Wissam al-Hassan, e altre sette persone, bombe esplodono anche nel quartiere cristiano di Damasco, e, il 22 ottobre, il portavoce vaticano Federico Lombardi tira il freno a mano: “La annunciata missione in Siria di rappresentanti della Santa Sede e del Sinodo dei vescovi continua ad essere allo studio e in preparazione, al fine di attuarla quanto prima possibile, per rispondere efficacemente alle finalità proposte di solidarietà, pace e riconciliazione, nonostante i gravissimi fatti avvenuti recentemente nella regione”. Il giorno dopo lo stesso Bertone prende di nuovo la parola all’Assemblea sinodale per annunciare che “la visita verrà posticipata, probabilmente oltre la conclusione del Sinodo”. Qualche giorno dopo conclude: "Speriamo di farla, di non rinunciare". Poi più nulla. Cosa è successo? Le bombe, certo, ma non era chiaro sin dall’inizio che, in Siria e nei dintorni, il frangente non è tranquillo? E quanto ha pesato invece, sulla breve storia della missione sinodale, la divergenza, per non dire la spaccatura, tra la linea delle comunità cristiane locali, attente a non contestare un Assad che nel corso degli anni ha garantito loro una certa sicurezza, e la diplomazia vaticana, propensa ad incoraggiare un cambio di regime e, più in generale, a non demonizzare la “primavera araba”? Una linea, quest’ultima, dispiegata dal Papa nel recente viaggio in Libano e nell'Esortazione Apostolica "Ecclesia in Medio Oriente" che proprio a Beirut ha consegnato ai patriarchi e agli arcivescovi di tutto il Medio Oriente. Una linea contestata, però, dal più alto esponente della gerarchia cattolica siriana, il patriarca melchita Gregorios III Laham. Secondo il quale la Siria è, tuttora, il paese “più libero” del mondo arabo, mentre i ribelli sono “stranieri, controllati dagli stranieri e armati dagli stranieri”. A Roma per il Sinodo, Laham è stato tra i patriarchi mediorientali che si sono intrattenuti con il Papa il giorno prima dell’annuncio della missione in Siria. E’ stato lui a (mal) consigliare il Pontefice? Puntava a promuovere un viaggio che risultasse un 'endorsement' del regime di Assad da parte della Santa Sede? E il card. Timothy Dolan, che avrebbe dovuto far parte della delegazione sinodale, e che ha lasciato l'assemblea romana per 24 ore per cenare con Obama e Romney alla tradizionale cena di beneficienza della Alfred E. Smith foundation a New York, la sera del 18 ottobre, ha svolto un ruolo nel bloccare la missione? Alla cena di gala caduta tra l’annuncio della partenza e l’annuncio del suo rinvio si è consultato con il presidente degli Stati Uniti sul tema? Domande che serpeggiano senza trovare risposte ufficiali. E che, comunque, aiutano solo parzialmente a spiegare perché, sulla missione in Siria, il Vaticano è andato a zig zag. Così come a zig zag la Santa Sede si è mossa su altri dossier importanti delle ultime settimane. Non tanto un problema di comunicazione, quanto di scelte prese ai vertici che hanno contraddetto quanto gli stessi vertici avevano deciso in precedenza. Il maggiordomo del Papa, Paolo Gabriele, è stato incarcerato lo scorso 25 ottobre in una cella della caserma della Gendarmeria vaticana. Le motivazioni della sentenza, prima, e una dura nota della Segreteria di Stato, poi, hanno ribaltato la prospettiva assodata sino a quel momento. Sembrava scontato che il Papa gli avrebbe concesso la grazia prima della detenzione. Lo facevano pensare gli insistenti rumors che si inseguivano da settimane nelle sacre stanze. Lo faceva pensare il fatto che l’ex assistente di camera aveva chiesto il perdono papale già in estate. Lo confermava la sentenza, che riconosceva a Gabriele una certa, pur delirante, buona fede. Lo suggeriva, in splendido stile vaticano, che non afferma né smentisce ma prepara la strada di una decisione con messaggi criptati ma neanche troppo, un articolo apparso su L’Osservatore Romano un articolo apparso pochi giorni dopo l’arresto, il 31 maggio, che, a firma dello psicologo Camillo Regalia, discettava sulla “importanza del perdono famigliare”, e quale ambiente più famigliare della famiglia pontificia? La grazia, insomma, sembrava a portata di mano. Tanto che la legale del maggiordomo, Cristiana Arru, non ha presentato ricorso alla sentenza di primo grado per un giudizio d’appello. E invece, niet. Niente grazia, quanto meno non subito. Non solo: Paolo Gabriele è stato rinchiuso non, come era stato affermato, anche ufficialmente, sino a quel momento, in un penitenziario italiano, ma nelle redivive carceri vaticane. Le spiegazioni si sprecano: il card. Bertone sarebbe stato infastidito dal fatto che i giornali di tutto il mondo hanno dipinto l’iter giudiziario come un “processo farsa”; Paolo Gabriele non ha ancora fornito sufficienti garanzie di non voler ripetere l’errore (la grazia, sottolinea la Segreteria di Stato, “presuppone ragionevolmente il ravvedimento del reo e la sincera richiesta di perdono al Sommo Pontefice e a quanti sono stati ingiustamente offesi”); in un carcere italiano, poi, l’ex maggiordomo sarebbe finito sotto la supervisione di uno Stato sì amico, ma pur sempre straniero, eventualità troppo rischiosa per un uomo che conosce troppi segreti di Stato del Vaticano. Tutte spiegazioni plausibili che, però, non spiegano perché, sino a pochi giorni prima dell’arresto, la linea era un’altra. E poi, ancora, le più recenti nomine di Curia. Due uomini-cardine del “sistema Ratzinger” sono stati allontanati senza spiegazioni ufficiali. Promossi come vescovi in due diocesi dei loro paesi d’origine, sì, ma non ancora sostituiti, quasi che ci fosse più fretta di sconfessare la loro linea che non di procedere ad un fisiologico ricambio dei quadri dirigenziali. Mons. Charles J. Scicluna, coraggioso prelato anti-pedofilia, è stato nominato vescovo ausiliare di Malta, e Joseph W. Tobin, uomo-chiave del dialogo che il Vaticano ha ricucito lo strappo con le suore statunitensi dopo annose polemiche innescate da una visitazione percepita oltreatlantico come punitiva, torna a casa a guida della diocesi di Indianapolis. Ancora, il mini-Concistoro annunciato da Benedetto XVI durante il Sinodo. Il 24 novembre verranno creati sei nuovi cardinali. Al Concistoro di febbraio la Santa Sede, e in particolare il cardinale segretario di Stato vaticano Bertone, erano stati accusati di voler monopolizzare il prossimo conclave con un’infornata di nuove porpore italiane e curiali. “Vince il partito romano”, si disse. E ora il Papa ha spiegato di aver voluto, “con questo piccolo Concistoro”, “completare il Concistoro di febbraio”, “mostrando che la Chiesa è Chiesa di tutti i popoli, parla in tutte le lingue”, non è "Chiesa di un Continente, ma Chiesa universale”. E infine, i lefebvriani. Dall’arrivo di mons. Gerhard Ludwig Mueller alla testa della Congregazione per la Dottrina della fede, questa estate, i negoziati per il rientro dei tradizionalisti nella Chiesa cattolica e la sutura di uno scisma aperto negli anni Ottanta venivano dati per morti. Mueller lo ha fatto capire più che esplicitamente in numerose interviste, da ultimo a inizio ottobre. Poi, una nota della Pontificia Commissione "Ecclesia Dei" del 27 ottobre ha riaperto, improvvisamente, i giochi. Perché, vi si legge, per “la realizzazione della riconciliazione a lungo attesa della Fraternità sacerdotale di S. Pio X con la Sede di Pietro – una potente manifestazione del 'munus Petrinum' all’opera – sono necessarie pazienza, serenità, perseveranza e fiducia”. Virtù esaurite nel passato prossimo, riemerse negli ultimi giorni. Cambio di linea. Nuovo tornante. Zag e non zig.

Iacopo Scaramuzzi, Linkiesta

Intenzione di preghiera del Papa per novembre: i vescovi, i sacerdoti e tutti i ministri del Vangelo diano coraggiosa testimonianza di fedeltà al Signore crocifisso e risorto

Il Santo Padre Benedetto XVI propone ogni mese due intenzioni di preghiera: una generale ed una missionaria. Quelle affidate all’Apostolato della Preghiera per il mese di novembre 2012, che sta per iniziare, sono le seguenti. “Perché i vescovi, i sacerdoti e tutti i ministri del Vangelo diano coraggiosa testimonianza di fedeltà al Signore crocifisso e risorto”, dice l'intenzione generale. “Perché la Chiesa pellegrina sulla terra risplenda come luce delle nazioni”, afferma invece quella missionaria.

Zenit

Sinodo dei vescovi 2012. Vian: Benedetto XVI ha sintetizzato con efficacia il senso dell’Assemblea appena conclusa, sottolineando l’ininterrotto cammino della Chiesa nella contemporaneità

“Paesi di missione” è il titolo dell’editoriale di Giovanni Maria Vian, direttore de L’Osservatore Romano, nel numero in edicola ieri sera. Il direttore dedica un commento ai lavori del Sinodo dei vescovi concluso domenica in Vaticano. Vian richiama il volume “La France, pays de mission?”, uscito il 12 settembre 1943 a Lione, ad opera di Henri Godin e Yvan Daniel, due cappellani della Jeunesse ouvrière catholique a cui l’arcivescovo di Parigi, il card. Emmanuel Suhard, aveva commissionato un rapporto sulla situazione religiosa degli ambienti operai parigini. “Proprio a quell’analisi, lucida e appassionata, si è richiamato Benedetto XVI - scrive Vian nell’editoriale -, sintetizzando con efficacia il senso dell’Assemblea sinodale appena conclusa e sottolineando l’ininterrotto cammino della Chiesa nella contemporaneità”. “L’Assemblea sinodale - nota Vian - ha così riflettuto e discusso la necessità di un annuncio del Vangelo che ha bisogno di metodi nuovi e di ‘nuovi linguaggi, appropriati alle differenti culture del mondo’ e ‘creatività pastorale’ ha sintetizzato Benedetto XVI. Che alla fine ha pregato con le parole di Clemente di Alessandria, rivolte a quella luce che ha brillato una volta per tutte, ‘più pura del sole, più dolce della vita di quaggiù’”.

SIR

Paesi di missione

Venti giornalisti iracheni in visita alla Sala Stampa della Santa Sede: la stampa del Paese si sta evolevendo, diventando sempre più libera, meno governativa e più coraggiosa

Venti giornalisti iracheni, in rappresentanza di 16 testate, tra agenzie, tv e carta stampata, sono in questi giorni a Roma per un corso di formazione promosso dal Ministero degli affari esteri italiano e organizzato dal Gruppo Adnkronos. I giornalisti coinvolti, 3 donne e 17 uomini selezionati dall'Ambasciata italiana a Baghdad, attraverso visite e lezioni, hanno l'opportunità di confrontarsi con il mondo dei mass-media e delle istituzioni italiane. L'iniziativa si basa sulla consapevolezza del contributo che l'informazione libera può portare alla riconciliazione e alla ricostruzione del tessuto sociale in un Paese ancora insanguinato dalla violenza a quasi dieci anni dalla caduta di Saddam. Presso la Sala Stampa della Santa Sede (foto) i giornalisti iracheni hanno incontrato il direttore, padre Federico Lombardi, che ha illustrato loro il funzionamento della macchina informativa vaticana. "La stampa irachena si sta evolevendo, diventando sempre più libera, meno governativa e più coraggiosa" ci spiega in un'intervista Muamal Majeed Hameed, giornalista della tv satellitare irachena. "La visita alla Sala Stampa vaticana - aggiunge - è stata un'esperienza unica. Vedere come il Vaticano cura la comunicazione anche con i paesi non-cattolici è stato molto interessante". "Il ruolo della stampa in questo momento della vita politica dell'Iraq è fondamentale. Dal 2003 i giornalisti del nostro Paese hanno preso coscienza che non si può sempre restare imparziali, ma a volte bisogna prendere posizione. Fotografare la realtà, raccontarla alle persone per permettere loro di formarsi una coscienza critica è molto difficile, ma sappiamo che è l'unica strada per ridare la pace a un Paese che ha sofferto molto in questi ultimi anni".

Radio Vaticana

Anno della fede. Vescovi del Giappone: la nostra Chiesa ha davanti a sé molte sfide che si possono risolvere tornando alla vita nella fede e al sangue dei martiri, fondamento della nostra esistenza

L'Anno della fede in Giappone "è una sfida per tutte le Chiese, ma in modo particolare per quella giapponese. Che ha davanti a sé molte sfide che si possono risolvere tornando alla vita nella fede e al sangue dei martiri, fondamento della nostra esistenza". È il senso del messaggio inviato dai vescovi giapponesi a tutte le chiese del Paese in occasione delle celebrazioni relative all'Anno proclamato da Benedetto XVI. "Fra gli scopi dell'Anno della fede - si legge nel testo, intitolato 'Le sfide per la Chiesa giapponese' - c'è anche la preparazione per il futuro sviluppo della Chiesa e il rinnovamento della nostra fede, basandosi sulla comprensione del catechismo cattolico. Nel corso di quest'Anno, noi vescovi vorremmo confermare anche il progresso dell'evangelizzazione negli ultimi 50 anni e promuovere il rinnovamento della fede". "In questo 2012 - continua il testo - la nostra Chiesa commemora il 150° anniversario della canonizzazione dei 26 Martiri giapponesi e la ripresa delle attività missionarie. Noi non dobbiamo mai dimenticare che abbiamo lo stesso sangue e la stessa fede di coloro che, 415 anni fa, diedero la vita per la Chiesa in Giappone: come ha sottolineato il Beato Giovanni Paolo II durante la sua visita qui nel 1981, la fondazione della Chiesa nipponica è nel sangue stesso dei martiri". Con queste premesse, scrivono ancora i presuli, "dobbiamo riflettere sulla straordinaria storia di salvezza che Dio ha preparato per il nostro Paese. Allo stesso tempo, rinnoviamo e confermiamo la nostra fede in linea con Benedetto XVI. Per ottenere questi scopi, e promuovere una nuova evangelizzazione, è importante continuare nei nostri sforzi evangelici: leggiamo la Bibbia, preghiamo e condividiamo la nostra fede". "Il Giappone - conclude il testo - ha davanti a sé molte sfide: i postumi delle grandi tragedie ambientali, la stagnazione economica, il calo delle nascite, i suicidi. Questo nasce in parte anche per un modo di pensare sbagliato, basato sul materialismo e sul vivere solo per il presente. Ascoltando la voce di chi soffre, come cattolici dobbiamo fare il possibile per trovare nuove misure ed espressioni di evangelizzazione per chi vive all'interno e all'esterno della Chiesa".

AsiaNews

Il pensiero di Benedetto XVI per la questione dell'Ilva di Taranto espresso al vescovo Filippo Santoro: spero per la città, prego per tutti voi e vi benedico

“Spero per Taranto, prego per tutti voi e vi benedico”. Così Benedetto XVI si è rivolto all’arcivescovo di Taranto, mons. Filippo Santoro, nell’ultima Congregazione generale del Sinodo dedicato alla nuova evangelizzazione, dopo aver chiesto al presule come si stesse cercando di far fronte alla vicenda. Ne dà notizia la diocesi tarantina, sottolineando come “il pensiero del Santo Padre” sia “ancora a Taranto, alla difficile situazione che la città si trova a vivere, divisa tra diritto alla salute, e quindi alla vita, e diritto al lavoro”. “Appena l’ho salutato, mi ha chiesto immediatamente – riferisce il vescovo a proposito dell’incontro con il Pontefice – come andasse la questione Ilva. ‘Il momento è delicato, ma si possono aprire prospettive positive’, ho risposto, ‘per questo Santità le chiedo di benedirci’”. E Papa Benedetto ha replicato con la sua benedizione. “Il Papa – ricorda la diocesi – ha dimostrato, fin dall’inizio della vicenda Ilva, solidarietà ai lavoratori e a coloro che vivono il dramma della malattia legata all’inquinamento prodotto dall’industria. Lo ha fatto nell’Angelus del 29 luglio da Castel Gandolfo, torna a farlo questa volta, rivolgendosi al suo vicario sul territorio ionico”.

SIR

lunedì 29 ottobre 2012

Sinodo dei vescovi 2012. Mons. Eterović: il bilancio è del tutto positivo. I partecipanti all’Assemblea hanno sperimentato la cattolicità della Chiesa. Si è sentita la presenza dello Spirito Santo

Un Sinodo “del tutto positivo”. Mons. Nikola Eterović, segretario generale del Sinodo dei vescovi, non ha dubbi nel tracciare un primo bilancio all'agenzia SIR dei lavori dell’assemblea sulla “nuova evangelizzazione conclusa ieri con la Messa celebrata dal Papa nella basilica vaticana. “Il bilancio è del tutto positivo - afferma il vescovo -. In primo luogo i partecipanti all’Assemblea hanno sperimentato la cattolicità della Chiesa. All’Assise sinodale hanno partecipato vescovi, rappresentanti dell’episcopato di tutti e cinque i continenti. Ad essi occorre aggiungere anche i capi delle Chiese orientali cattoliche. Vi hanno preso parte anche vari uditori e uditrici, come pure esperti di varie nazionalità, lingue e culture. Essi hanno condiviso la loro esperienza personale e comunitaria della fede cristiana vissuta nelle rispettive Chiese particolari. Se ne percepiva in modo concreto l’unità della fede nella varietà arricchente delle sue espressioni. I partecipanti all’Assemblea hanno poi vissuto una squisita comunione ecclesiale. Sotto l’attenta presidenza di Benedetto XVI, capo del Collegio episcopale e pastore della Chiesa universale, i vescovi e gli altri partecipanti si sentivano a casa loro, liberi di condividere le gioie e le preoccupazioni delle Chiese nei Paesi di provenienza”. “In un ambiente di preghiera, ascolto, dialogo e approfondita riflessione - prosegue mons. Eterović - si è sentita la presenza dello Spirito Santo, principale protagonista dell’Assemblea sinodale che ha, in definitiva, guidato i nostri lavori. Occorre tenere presente tale realtà anche per valutare in modo adeguato i documenti che i Padri sinodali hanno approvato. Pur essendo importanti, essi non esauriscono la ricca esperienza sinodale”. Uno dei “temi maggiormente sottolineati”, spiega il vescovo, è stato “‘il rinnovamento spirituale dei cristiani e della Chiesa’. Tutti siamo invitati alla santità. Tutti dobbiamo pertanto convertirci per diventare autentici discepoli del Signore. I veri evangelizzatori sono i Santi. Essi sapranno trovare linguaggi adeguati per annunciare Gesù Cristo e il suo Vangelo all’uomo contemporaneo. I Padri sinodali hanno sottolineato il ruolo fondamentale della ‘famiglia cristiana nella trasmissione della fede. È stato poi messo in luce il ruolo essenziale della ‘parrocchia nella vita ecclesiale”. Mons. Eterović parla anche dei prossimi impegni della segreteria generale del Sinodo, tra cui “la preparazione della XIV Assemblea generale ordinaria che dovrebbe avere luogo nel 2015, l’anno della conclusione del Concilio Ecumenico Vaticano II”.
 
SIR
 
Simpatia per il mondo: intervista con il segretario generale, mons. Nikola Eterović

Mons. Müller: per un cristiano il rispetto della religiosità altrui non significa, e non potrebbe significare, una rinuncia alla propria fede, alla propria identità e alla verità definitiva ricevuta, tramite la Chiesa, nella Rivelazione di Dio

Ad un anno dallo storico pellegrinaggio di Benedetto XVI e di numerosi fratelli cristiani e rappresentanti delle Religioni mondiali, nella città di Assisi, la diocesi e le famiglie francescane si sono ritrovate di nuovo oggi nella città del Santo per fare memoria di quell’evento con una conferenza dal titolo “Lo spirito di Assisi: Pellegrini della verità - pellegrini della Pace. La consegna del 27 ottobre”. “Siamo qui riuniti - ha detto padre Giuseppe Piemontese, custode del Sacro Convento - non solo a rendere grazie al Signore per quanto vissuto lo scorso anno, ma per interrogarci nuovamente sulla consegna dello “spirito di Assisi” che è stato affidato alla Chiesa di Assisi e alle Famiglie Francescane”. Alla conferenza è intervenuto anche mons. Gerhard Müller, prefetto della Congregazione per la Dottrina della fede, che a 26 anni dallo storico incontro ad Assisi delle religioni per la pace indetto da Giovanni Paolo II ha fatto il punto sul dialogo interreligioso chiarendone obiettivi e modalità. “Per un cristiano - ha detto il prefetto - il rispetto della religiosità altrui non significa, e non potrebbe significare, una rinuncia alla propria fede, alla propria identità e alla verità definitiva ricevuta, tramite la Chiesa, nella Rivelazione di Dio”. “Anzi - ha aggiunto -, la Chiesa può proporre un dialogo vero solo a partire della verità su se stessa. Sarebbe menzognero nascondere la fede autentica ed abbandonare l’unicità della Rivelazione e della Incarnazione del Figlio di Dio, in nome di un dialogo politically correct. È giustificato e corretto solamente un dialogo condotto nella verità e nell’amore. Perciò la nostra fede, indirizzata verso Cristo, e la verità su noi stessi devono sempre avere un posto privilegiato in ogni occasione di dialogo dei cristiani con coloro che non lo sono”. Pertanto, “il dialogo con i seguaci delle religioni non-cristiane - ha osservato il prefetto - è una forma di testimonianza della fede, che dev’essere sempre rispettosa verso l’altro e la dignità della sua coscienza. È un dialogo da praticare sempre nella verità, che include ed accetta la missione, ricevuta da Gesù Cristo, di predicare il Vangelo fino alla fine dei tempi e agli estremi confini della terra. La dimensione missionaria della Chiesa non può essere sospesa nel dialogo interreligioso”. “È così - ha incalzato mons. Müller - che il dialogo diviene fruttuoso”. Ciò, ovviamente, non significa che il cristiano è “un possessore della verità”. Ne è piuttosto un “testimone”. Nel suo lungo e articolato intervento, mons. Müller ha delineato anche lo “scopo” del dialogo che “non è il dialogo in sé stesso” quanto “la conoscenza della verità. Il dialogo - ha detto - è un metodo che aiuta nel cammino verso la verità”. Ed ha aggiunto: “A volte, l’uomo si chiude in posizioni relativistiche o in una semplificante religiosità naturale per sentirsi libero dalle esigenze della verità. Il relativismo preferisce il dubbio permanente per non lasciarsi obbligare dalla certezza della verità. Così, le religioni naturali possono offrire qualche risposta alle domande fondamentali dell’uomo, placare qualche inquietudine intellettuale e spirituale ed offrire un certo orizzonte di vita, sebbene talvolta esonerino dall’obbligo di cercare la verità nella sua pienezza e di informare la coscienza ad essa. Il dialogo interreligioso serve dunque a provocare l’uomo, perché si incammini con coraggio nella ricerca della verità e si apra con fiducia alle sue esigenze”. Ad Assisi, i leader delle religioni mondiali si erano ritrovati su invito di Giovanni Paolo II per pregare per la pace. Non fu – ha ricordato mons. Muller - una preghiera comune che sarebbe manifestazione di sincretismo, ma una preghiera pronunciata simultaneamente”. “La pace - ha quindi proseguito il prefetto - è un bene stimato da tutti. Tutta l’umanità aspira alla pace. Tuttavia la pace, essendo così cagionevole di salute, richiede una cura costante e intensiva . Essa, come ci insegna la tradizione della fede, è frutto della giustizia ed ancor più della carità. Le negoziazioni politiche per la pace, pur necessarie, possono solo risolvere alcuni problemi, stabilendo accordi e convenzioni. La pace autentica, che supera l’ingiustizia, che ama la verità e si apre all’universale solidarietà, è un dono che viene dall’alto ed esige un’apertura a Dio. Essa si nutre di un rapporto vivo con Dio e di un rapporto con un Dio vivo e presente in mezzo a noi”.

SIR

Sinodo dei vescovi 2012. La Chiesa invita alla missione non perché incalzata dal pessimismo, quanto piuttosto sollecitata dalla speranza, in spirito di vera amicizia con l’umanità attuale. Senza interrompere, anzi consolidando quel filo di novità pastorale ereditata dal Concilio Vaticano II

Era iniziato bene e si è concluso meglio. Il Sinodo apre il tempo della nuova evangelizzazione chiamando tutte le componenti della Chiesa, ecclesiastici e laici, ai blocchi di partenza per la missione, indicata come un compito di tutti i battezzati. Il messaggio al popolo di Dio ribadisce che la Chiesa invita alla missione non perché incalzata dal pessimismo, quanto piuttosto sollecitata dalla speranza, in spirito di vera amicizia con l’umanità attuale. Senza interrompere, anzi consolidando quel filo di novità pastorale ereditata dal Vaticano II. Iniziato nel segno del Concilio, questo Sinodo, momento collegiale per rispondere concretamente alla desertificazione spirituale del nostro tempo, si è richiamato al Vaticano II, ponendo al centro del proprio orizzonte la fede in Gesù nazareno, proponendolo alla Chiesa quale stella polare di tutta la pastorale. Ormai alla conclusione, raccogliendo le iniziali indicazioni di Benedetto XVI, il Sinodo è apparso in forma nitida figlio del Concilio. Lo stesso Pontefice aprendo i lavori aveva, infatti, sottolineato la stretta relazione tra l’Anno della fede e l’assemblea sinodale come opportunità per celebrare degnamente i cinquant’anni della più grande assise dell’episcopato cattolico che la storia ricordi. Il Magistero del Vaticano II, confluito nel Catechismo, rimane per il nostro tempo un riferimento sicuro della fede. L’Assemblea sinodale ha ribadito la ferma adesione all’insegnamento del Concilio e il convinto impegno a continuarne la piena attuazione. Assenti e comunque non determinanti nei lavori i "profeti di sventura". Si è invece creata una simpatia reale con l’uomo stretto dalle molte difficoltà dell’attuale momento storico. Culminata con l’inusuale decisione di inviare una delegazione sinodale nel pieno della bufera siriana, la preoccupazione dei padri sinodali di farsi prossimo è stata quella di ribadire la vicinanza della Chiesa a ogni specie di sofferenza umana. Tante le voci di speciale attenzione al permanere diffuso di restrizioni della libertà non solo religiosa, al persistere della povertà e dell’ingiustizia, della malattia e del lavoro precario, di conflitti, migrazioni, attentati alla dignità e alla vita umana. Nell’aula sinodale è più volte risuonata la volontà dichiarata per una Chiesa che riconosce le debolezze dei fedeli e dei suoi ministri, che intende essere amica dei giovani, della ragione e della scienza, in ascolto dei cercatori di verità anche non credenti, in dialogo con le altre religioni e impegnata a ricucire il tessuto con le altre Chiese e confessioni cristiane come contributo alla pace e al superamento definitivo della violenza. È apparsa una coscienza più definita nel chiarire la qualità dell’evangelizzazione. Lo ha espresso bene uno dei padri sinodali invitando tutti a chiedersi "se la buona novella che annunciamo sia buona per i poveri e se noi come Chiesa rendiamo credibile questo annuncio". Tra le carte pubblicate si legge che all’origine di questa scelta c’è il rinnovamento spirituale che la Chiesa è chiamata a proclamare e realizzare come condizione della nuova evangelizzazione. Decisivo è l’incontro personale di ogni cristiano con Cristo. Si può cogliere in questo obiettivo centrale l’eco della prima preoccupazione che caratterizza gli scritti di Papa Ratzinger che, non a caso, ha dedicato parte del suo tempo a scrivere di Gesù di Nazaret. Solo rimettendolo al centro l’opera di aggiornamento da completare avviene senza che la Chiesa smarrisca la ragione del suo essere e del suo operare.

Carlo Di Cicco, L'Osservatore Romano

Card. Tong: proposta Commissione Cina-Santa Sede grande speranza per il futuro. Il dialogo è necessario, perché senza di esso non si può tentare di risolvere nessuno dei problemi ancora aperti, mentre attraverso il dialogo possono cadere incomprensioni e equivoci

La recente proposta del card. Fernando Filoni di istituire una Commissione di alto livello tra Cina popolare e Santa Sede per affrontare questioni irrisolte che riguardano la vita dei cattolici cinesi rappresenta “una grande speranza per il futuro”. Ne è convinto il card. John Tong (nella foto con Benedetto XVI), vescovo di Hong Kong. Il porporato cinese, che ha trascorso le ultime settimane a Roma in veste di presidente delegato dell'Assemblea sinodale sulla nuova evangelizzazione, confida all'agenzia Fides di pregare affinché le autorità cinesi, nell'imminenza di un cruciale Congresso del Partito comunista, colgano come “gesto amichevole” la portata delle considerazioni esposte dal prefetto del dicastero vaticano per l'evangelizzazione in un recente articolo scritto proprio per Tripod, il trimestrale cattolico legato alla diocesi Hong Kong. In quel saggio, il card. Filoni considerava le vicende del cattolicesimo cinese a cinque anni dalla Lettera indirizzata da Benedetto XVI ai cattolici di Cina nel 2007, suggerendo tra l'altro la ricerca di “un nuovo modo di dialogare” tra Santa Sede e governo di Pechino, e citando a tal riguardo come precedenti di riferimento le Commissioni bilaterali esistenti tra Cina popolare e Taiwan e quella istituita tra Santa Sede e Vietnam. Anche secondo il card. Tong “il dialogo è necessario, perché senza di esso non si può tentare di risolvere nessuno dei problemi ancora aperti, mentre attraverso il dialogo possono cadere incomprensioni e equivoci”. Il vescovo di Hong Kong porta come esempio i casi delle ordinazioni episcopali illegittime imposte alla Chiesa che è in Cina: “Il nostro turbamento su tali vicende spiega il porporato - nasce dal fatto che queste ordinazioni feriscono la Chiesa in un punto essenziale della sua natura propria. Col dialogo si può rendere ragione del fatto che i vescovi non sono funzionari politici di un apparato. Anche per diventare sacerdoti occorre avere dei requisiti appropriati dal punto di vista dottrinale, morale, pastorale e umano. E questo vale ancora di più per la scelta dei vescovi”. Secondo Tong, il saggio scritto dal prefetto del dicastero missionario della Santa Sede delinea con forza persuasiva gli effetti positivi che la libertà di fede e di appartenenza alla Chiesa Cattolica possono proiettare anche sul terreno della convivenza civile: “C'è una potenziale consonanza - nota il vescovo di Hong Kong - tra l'essere un buon cattolico e l'essere un buon cittadino. Le nostre tradizioni millenarie basate sul pensiero confuciano spingono i singoli a correggere se stessi per vivere nell'armonia e nel rispetto verso la propria famiglia, la società e il mondo intero. Ora, la sequela di Gesù produce proprio questi effetti, liberandoci dall'egoismo e dal materialismo e conducendoci ad amare il prossimo. Anche il governo potrebbe riconoscere e apprezzare questo: se alla Chiesa è concesso di far crescere nella libertà i propri fedeli, così che possano essere davvero dei buoni cattolici, anche la società ne guadagna”. Il card. Tong concorda anche sull'opportunità di nuovi strumenti di dialogo prefigurati dal card. Filoni nel suo articolo per Tripod: “Commissioni bilaterali di alto livello - ricorda il vescovo di Hong Kong - esistono già tra Cina popolare e Taiwan, così come tra Vietnam e Santa Sede. Sono precedenti eloquenti, e confermano che si potrebbe istituire un simile strumento di contatto anche tra Santa Sede e Cina popolare”.

Fides

Benedetto XVI riceve in udienza il primo ministro della Croazia: nel colloquio la crisi economica e l'integrazione europea. La questione di Dajla da risolvere presto nello spirito dell'amicizia tra i Paesi

Questa mattina Benedetto XVI ha ricevuto il presidente del governo della Repubblica di Croazia, Zoran Milanović (foto), che poi ha incontrato il cardinale segretario di Stato Tarcisio Bertone e l’arcivescovo Dominique Mamberti, segretario per i Rapporti con gli Stati. “I cordiali colloqui – riferisce un comunicato della Sala Stampa vaticana - hanno permesso un fruttuoso scambio di opinioni sulle sfide che il Paese deve affrontare nell’attuale crisi economica, come pure sui temi di comune interesse nel quadro dei rapporti bilaterali. Al riguardo si è fatto cenno alla Conferenza promossa in occasione del 20° anniversario dei rapporti diplomatici, che si terrà oggi pomeriggio. Per quanto poi concerne il noto caso di Dajla, le due Parti hanno concordato di risolvere la questione il più presto possibile, nello spirito della tradizionale amicizia fra la Santa Sede e la Repubblica di Croazia”. “Infine – conclude il comunicato - si è rinnovato l’appoggio della Santa Sede alle legittime aspirazioni della Croazia alla piena integrazione europea e ci si è soffermati sulla congiuntura regionale, con uno speciale riferimento alla situazione dei croati nella Bosnia ed Erzegovina”.

Radio Vaticana

COMUNICATO DELLA SALA STAMPA: UDIENZA AL PRIMO MINISTRO DELLA CROAZIA
 

Presentazione del Messaggio del Papa. Vegliò: ci sono leggi e lo Stato deve difendere l’identità culturale, di benessere, dei suoi propri cittadini ma non significa cacciare i migranti. Kalathiparambil: difficile chiedere asilo in Europa

I contenuti del Messaggio di Benedetto XVI per la Giornata mondiale del Migrante 2013 sono stati oggetto questa mattina di una presentazione in Sala Stampa vaticana, presieduta del capo dicastero vaticano dei Migranti, il card. Antonio Maria Vegliò. Il porporato ha ribadito che, pur avendo il diritto di difendere l’identità dei propri cittadini, nessuno Stato ha quello di “cacciare i migranti”. Le ultime battute della conferenza stampa fanno emergere la convinzione, chiara e diretta, del massimo responsabile vaticano in materia. Rispondendo alla domanda di un giornalista su come vada inteso il punto del documento che tratta della regolazione dei flussi migratori, se cioè il Vaticano sia pro o contro un forte controllo sugli stessi, il card. Vegliò replica: “Di fronte al processo migratorio, non è che uno lo incoraggia o lo scoraggia. Uno cerca di risolvere i problemi che questo processo comporta. Io credo che nessuno Stato al mondo abbia il diritto di cacciare i migranti, ma nessuno Stato al mondo deve essere così 'naïf' che tutti quelli che vogliono entrare nel suo Stato possano farlo. Ci sono leggi e lo Stato deve difendere l’identità culturale, di benessere, dei suoi propri cittadini. Questo non significa, però, cacciare i migranti”. In apertura di conferenza stampa, lo stesso cardinale Vegliò aveva messo in risalto – oltre agli aspetti umanitari del lavoro svolto dalla Chiesa verso gli immigrati – la dimensione religiosa del fenomeno. Un migrante, aveva detto in sostanza, non è solo un corpo in movimento col suo carico di esigenze e aspettative, ma anche un’anima con il bagaglio di ciò che crede. E citando uno studio del 2012, intitolato “Fede in movimento”, che individua la fede professata da chi emigra in rapporto al Paese di approdo e quindi i dieci Stati più interessati da questo fenomeno (Federazione Russa, Ucraina, Germania, Francia, Regno Unito e Spagna, ma anche Arabia Saudita e India), il porporato ha ricordato che la nazione emblematica in questo senso sono gli Stati Uniti, con 43 milioni circa di cittadini stranieri ospitati, dei quali ben 32 milioni sono cristiani soprattutto messicani: “Questi numeri mostrano le potenziali risorse religiose che portano con sé i migranti e, allo stesso tempo, rivelano le aspettative che essi nutrono nei confronti delle comunità cristiane che li accolgono”. Per questo, ha soggiunto, la “dimensione religiosa” non viene “mai dimenticata” dalla Chiesa nel suo lavoro caritativo e pastorale, che si sforza di essere esemplare nel suo impegno di difesa a tutto tondo dei diritti e della dignità dei migranti: “La Chiesa ha un ruolo importante nel processo della integrazione. Essa risponde ponendo l’accento sulla centralità e sulla dignità della persona con la raccomandazione a tutelare le minoranze, valorizzando le loro culture, il contributo delle migrazioni alla pacificazione universale, la dimensione ecclesiale e missionaria del fenomeno migratorio, l’importanza del dialogo e del confronto all’interno della società civile, della comunità ecclesiale e tra le diverse confessioni e religioni”. Se il cardinale Vegliò si era soffermato sulle motivazioni di tipo strettamente non umanitario, e quindi economico, che spingono a lasciare la propria terra parte dei 740 milioni di migranti internazionali (stimati nel 2011 dall’Organizzazione Mondiale delle Migrazioni), il segretario del Pontificio Consiglio, mons. Joseph Kalathiparambil, ha circoscritto l’attenzione ai rifugiati e richiedenti asilo, a quello che ha definito il loro “calvario per la sopravvivenza”, fatto spesso di abbandono, di abusi, e di camion e carrette del mare come mezzi di una fuga verso la speranza: “Penso, ad esempio, alla situazione in Siria, nel Mali e nella Repubblica Democratica del Congo, dove l’80% delle vittime sono i civili. La fuga da queste tragedie prende diverse vie. Alcuni, ad esempio, devono camminare per settimane intere prima di varcare la frontiera di un Paese africano orientale. Purtroppo, durante questi esodi, non è raro che una madre perda uno o più figli, a causa di privazioni o stremati dalle fatiche, come è successo in Sudan”. E quando il racconto del dramma arriva agli sciacalli che sfruttano la miseria di queste persone, la denuncia del numero due del dicastero vaticano si fa più stringente: “Nell’Unione Europea, queste situazioni sono il segno che diventa sempre più difficile poter chiedere asilo, specialmente da quando in alcuni Paesi sono state introdotte misure restrittive per ostacolare l’accesso al territorio...Queste limitazioni hanno incentivato le attività dei contrabbandieri, dei trafficanti, e pericolose traversate in mare che hanno visto sparire fra le onde già troppe vite umane”. Cibo, alloggio, cure mediche, diritto al lavoro e alla libera circolazione sono, ha concluso, gli “elementi primari” garantiti dalle norme internazionali ai richiedenti asilo. Concederli e provvedere alla loro integrazione da parte degli Stati, ha riconosciuto, “richiede grandi sforzi e adattamento”. Ma è indispensabile, ha soggiunto, che le misure e le politiche decise in alto siano riempite di umanità dalla base, dai cittadini: “C’è bisogno anche di un atteggiamento socievole e disponibile da parte del grande pubblico con piccoli gesti di attenzione nei loro riguardi (un sorriso, un saluto, una chiacchierata, un invito a partecipare alle attività di tutti i giorni) che aiuteranno i rifugiati e i richiedenti asilo a sentirsi più accolti e faciliteranno il processo di inclusione nella società”.

Radio Vaticana

CONFERENZA STAMPA DI PRESENTAZIONE DEL MESSAGGIO DEL SANTO PADRE PER LA 99° GIORNATA MONDIALE DEL MIGRANTE E DEL RIFUGIATO (13 GENNAIO 2013)

Il Papa: fede e speranza binomio inscindibile nel cuore di tantissimi migranti. Ogni Stato ha il diritto di regolare i flussi migratori e di attuare politiche dettate dalle esigenze generali del bene comune, sempre nel rispetto della dignità di ogni persona umana. Riaffermare il diritto a non emigrare

"Migrazioni: pellegrinaggio di fede e di speranza" è il tema scelto dal Papa per la 99° Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato, che sarà celebrata domenica 13 gennaio 2013. Questa mattina, la Sala Stampa della Santa Sede ha pubblichato il testo del Messaggio che il Santo Padre Benedetto XVI ha preparato in vista di tale Giornata. Per chi migra, scrive il Papa, "fede e speranza formano un binomio inscindibile nel cuore di tantissimi migranti, dal momento che in essi vi è il desiderio di una vita migliore, unito molte volte alla ricerca di lasciarsi alle spalle la 'disperazione' di un futuro impossibile da costruire. Al tempo stesso, i viaggi di molti sono animati dalla profonda fiducia che Dio non abbandona le sue creature e tale conforto rende più tollerabili le ferite dello sradicamento e del distacco, magari con la riposta speranza di un futuro ritorno alla terra d'origine".“Fede e speranza” riempiono spesso “il bagaglio di coloro che emigrano”. "Nel vasto campo delle migrazioni la materna sollecitudine della Chiesa si esplica su varie direttrici. Da una parte, quella che vede le migrazioni sotto il profilo dominante della povertà e della sofferenza, che non di rado produce drammi e tragedie. Qui si concretizzano interventi di soccorso per risolvere le numerose emergenze, con generosa dedizione di singoli e di gruppi". "Dall'altra parte, però, la Chiesa non trascura di evidenziare gli aspetti positivi, le buone potenzialità e le risorse di cui le migrazioni sono portatrici. In questa direttrice, allora, prendono corpo gli interventi di accoglienza che favoriscono e accompagnano un inserimento integrale di migranti, richiedenti asilo e rifugiati nel nuovo contesto socioculturale, senza trascurare la dimensione religiosa, essenziale per la vita di ogni persona". "Verso i fedeli cristiani provenienti da varie zone del mondo l’attenzione alla dimensione religiosa comprende anche il dialogo ecumenico e la cura delle nuove comunità, mentre verso i fedeli cattolici si esprime, tra l’altro, nel realizzare nuove strutture pastorali e valorizzare i diversi riti, fino alla piena partecipazione alla vita della comunità ecclesiale locale. La promozione umana va di pari passo con la comunione spirituale". "La Chiesa e le varie realtà che ad essa si ispirano sono chiamate nei confronti di migranti e rifugiati, - prosegue il Papa -, ad evitare il rischio del mero assistenzialismo, per favorire l'autentica integrazione, in una società dove tutti siano membri attivi e responsabili ciascuno del benessere dell'altro, generosi nell'assicurare apporti originali, con pieno diritto di cittadinanza e partecipazione ai medesimi diritti e doveri". "La sofferenza, l’enorme perdita e, a volte, un senso di alienazione di fronte al futuro incerto non distruggono il sogno di ricostruire, con speranza e coraggio, l’esistenza in un Paese straniero. In verità - rileva Benedetto XVI - coloro che migrano nutrono la fiducia di trovare accoglienza, di ottenere un aiuto solidale e di trovarsi a contatto con persone che, comprendendo il disagio e la tragedia dei propri simili, e anche riconoscendo i valori e le risorse di cui sono portatori, siano disposte a condividere umanità e risorse materiali con chi è bisognoso e svantaggiato". "Occorre ribadire - afferma citando la sua Enciclica 'Caritas in veritate' - che la solidarietà universale, è un dovere". "Migranti e rifugiati, insieme alle difficoltà, possono sperimentare anche relazioni nuove e ospitali, che li incoraggiano a contribuire al benessere dei Paesi di arrivo con le loro competenze professionali, il loro patrimonio socio-culturale e, spesso, anche con la loro testimonianza di fede, che dona impulso alle comunità di antica tradizione cristiana, incoraggia ad incontrare Cristo e invita a conoscere la Chiesa"."Ogni Stato ha il diritto di regolare i flussi migratori e di attuare politiche dettate dalle esigenze generali del bene comune, assicurando sempre il rispetto della dignità di ogni persona umana". "Il diritto della persona ad emigrare - come ricorda anche la Costituzione conciliare 'Gaudium et spes' - è iscritto tra i diritti umani fondamentali, con facoltà per ciascuno di stabilirsi dove crede più opportuno per una migliore realizzazione delle sue capacità e aspirazioni e dei suoi progetti'". Ma "nel contesto socio-politico attuale, prima ancora che il diritto a emigrare, va riaffermato il diritto a non emigrare, cioè a essere in condizione di rimanere nella propria terra". "'Diritto primario dell'uomo - afferma Papa Ratzinger facendo sue le stesse parole usate nel 1988 da Giovanni Paolo II nel suo discorso in occasione del Congresso mondiale delle Migrazioni - è quello a vivere nella propria patria: diritto che però diventa effettivo solo se si tengono costantemente sotto controllo i fattori che spingono all'emigrazione'". E "oggi infatti vediamo che molte migrazioni - ammonisce Papa Benedetto - sono conseguenza di precarietà economica, di mancanza dei beni essenziali, di calamità naturali, di guerre e disordini sociali". "Migrare diventa allora un 'calvario0 per la sopravvivenza, dove uomini e donne appaiono più vittime che autori e responsabili della loro vicenda migratoria". Per il Papa, "mentre vi sono migranti che raggiungono una buona posizione e vivono dignitosamente, con giusta integrazione nell’ambiente d’accoglienza, ve ne sono molti che vivono in condizioni di marginalità e, talvolta, di sfruttamento e di privazione dei fondamentali diritti umani, oppure che adottano comportamenti dannosi per la società in cui vivono". "Il cammino di integrazione - evidenzia ancora Joseph Ratzinger - comprende diritti e doveri, attenzione e cura verso i migranti perché abbiano una vita decorosa, ma anche attenzione da parte dei migranti verso i valori che offre la società in cui si inseriscono". E "a tale proposito, non possiamo dimenticare la questione dell'immigrazione irregolare, tema tanto più scottante nei casi in cui essa si configura come traffico e sfruttamento di persone, con maggior rischio per donne e bambini", è scritto ancora nel messaggio del Papa. "Tali misfatti - continua Benedetto XVI - vanno decisamente condannati e puniti, mentre una gestione regolata dei flussi migratori, che non si riduca alla chiusura ermetica delle frontiere, all'inasprimento delle sanzioni contro gli irregolari e all'adozione di misure che dovrebbero scoraggiare nuovi ingressi, potrebbe almeno limitare per molti migranti i pericoli di cadere vittime dei citati traffici". A giudizio di Papa Benedetto XVI, infine, "sono quanto mai opportuni interventi organici e multilaterali per lo sviluppo dei Paesi di partenza, contromisure efficaci per debellare il traffico di persone, programmi organici dei flussi di ingresso legale, maggiore disponibilità a considerare i singoli casi che richiedono interventi di protezione umanitaria oltre che di asilo politico". "Alle adeguate normative - richiama il Pontefice - deve essere associata una paziente e costante opera di formazione della mentalità e delle coscienze. In tutto ciò è importante rafforzare e sviluppare i rapporti di intesa e di cooperazione tra realtà ecclesiali e istituzionali che sono a servizio dello sviluppo integrale della persona umana. Nella visione cristiana, l'impegno sociale e umanitario trae forza dalla fedeltà al Vangelo, con la consapevolezza che 'chiunque segue Cristo, l'uomo perfetto, diventa anch'egli più uomo'", come recita la 'Gaudium et spes'. "'La vita - conclude il suo messaggio il Papa, citando questa volta l'Enciclica 'Spe salvi' - è come un viaggio sul mare della storia, spesso oscuro ed in burrasca, un viaggio nel quale scrutiamo gli astri che ci indicano la rotta. Le vere stelle della nostra vita sono le persone che hanno saputo vivere rettamente. Esse sono luci di speranza. Certo, Gesù Cristo è la luce per antonomasia, il sole sorto sopra tutte le tenebre della storia. Ma per giungere fino a Lui abbiamo bisogno anche di luci vicine - di persone che donano luce traendola dalla sua luce ed offrono così orientamento per la nostra traversata'".

AsiaNews, TMNews

MESSAGGIO DEL SANTO PADRE PER LA 99° GIORNATA MONDIALE DEL MIGRANTE E DEL RIFUGIATO (13 GENNAIO 2013)

domenica 28 ottobre 2012

Un Sinodo un po' troppo generalista: dai vescovi tante solenni dichiarazioni d’intenti ma poche indicazioni concrete. Le osservazioni più apprezzate e realistiche quelle pronunciate da Tommaso Spinelli, il più giovane dei partecipanti

Una blanda autocritica per gli scandali e un generico appello al rilancio della fede. Tante solenni dichiarazioni di intenti ma poche soluzioni concrete alle questioni più spinose sul tappeto. La montagna (il Sinodo dei vescovi per la nuova evangelizzazione) ha partorito il topolino (le 58 "propositiones" finali approvate ieri). Insomma, uno sguardo complessivo su secolarizzazione e Concilio Vaticano II, diritti umani e libertà religiosa, immigrati e dottrina sociale, catechesi e teologia, poveri pietà popolare, movimenti e parrocchie, ecumenismo e dialogo con la scienza, vita consacrata e ruolo dei giovani. Dai rappresentanti degli episcopati mondiali convocati a Roma sono arrivate poche indicazioni attuabili o prese di posizione che incideranno davvero sul governo della Chiesa "global" del terzo millennio. E la stessa forma del dibattito a tutto campo è apparsa dispersiva e inadeguata alla complessità dei problemi attuali della comunità mondiale dei credenti. Dunque, un'impostazione dei lavori eccessivamente macchinosa e un taglio troppo "generalista": troppa carne al fuoco, si sono lamentati alcuni Padri sinodali. Forse da un'assise con funzioni esclusivamente consultive non era lecito aspettarsi di più, ma significativamente in una struttura ecclesiastica burocratizzata e rimasta sostanzialmente incompiuta rispetto all'intuizione iniziale di Paolo VI, le osservazioni più apprezzate e realistiche sono state quelle pronunciate nell'aula da Tommaso Spinelli, il più giovane dei partecipanti, sulla necessità di ritrovare un entusiasmo che si sta spegnendo di fronte alle rigidità strutturali, ai carrierismi dei prelati e all'esempio negativo con cui parte della classe dirigente ecclesiastica contraddice i modelli della "purificazione" e della Chiesa povera indicati da Benedetto XVI. Le varie proposte emerse nel corso di tre settimane di discussioni vengono condensate in proposte che ora il Papa recepirà nell'Esortazione Apostolica che (tra diversi mesi) concluderà formalmente l'assemblea. Le "propositiones" (inizialmente 326 poi riassunte in 58) ripetono i temi già affrontati nel messaggio conclusivo ("nuntius") presentato venerdì dal card. Giuseppe Betori in Vaticano. In più rispetto al Messaggio c'è solo la "propositio" 49, in cui compare un accenno autocritico, per quanto generico, ai recenti scandali che hanno investito la Chiesa. "Di fronte agli scandali che hanno riguardato la vita sacerdotale e il ministero, per i quali ci rammarichiamo profondamente - si legge in trasparente riferimento alla pedofilia - proponiamo tuttavia di ringraziare e incoraggiare al fedele servizio di così tanti preti". Un tema che aveva sollevato molti interventi di Padri sinodali, quello delle coppie divorziate risposate, viene trattato all'interno di una 'propositio' sulla "famiglia cristiana" (48): "La nuova evangelizzazione deve cercare di affrontare significativi problemi pastorali attorno al matrimonio, il caso dei divorziati e risposati, la situazione dei loro figli, il destino delle spose abbandonate, le coppie che vivono al di fuori del matrimonio e la tendenza nella società a ridefinire il matrimonio". Due 'propositiones' sono dedicate, rispettivamente, al Pontificio Consiglio per la Promozione della nuova evangelizzazione di mons. Rino Fisichella e al 'Cortile dei gentili' del card. Gianfranco Ravasi. Il documento è stato approvato a maggioranza dai Padri sinodali in una votazione in cui una ventina di presuli si sono astenuti. "Il testo ufficiale in latino dell'elenco finale delle Proposizioni delle Assemblee generali ordinarie del Sinodo dei vescovi, oggetto di voto personale da parte dei Padri sinodali - sottolinea l'introduzione - è destinato al Sommo Pontefice, al quale viene debitamente consegnato. Tale testo per sua natura è riservato e non viene pubblicato per rispettare il carattere consultivo e propositivo dell'Assise sinodale. Per benevola decisione il Santo Padre Benedetto XVI - prosegue il teso - concede in questa occasione che una versione in lingua inglese, provvisoria, ufficiosa e non ufficiale, a cura della Segreteria Generale del Sinodo dei vescovi, venga pubblicata nel Bollettino della Sala Stampa della Santa Sede". Del resto già nell'introduzione si mettevano le mani avanti ricordando che "le Proposizioni nascono in un determinato momento del processo sinodale aperto all'eventuale promulgazione di un documento pontificio. Esse non esauriscono la ricchezza degli apporti dei 'Lineamenta', dell''Instrumentum laboris', della 'Disceptatio 'in aula, della 'Relatio ante disceptationem' e della 'Relatio post disceptationem' e del Messaggio ('Nuntius')".

Giacomo Galeazzi, Vatican Insider 

Giulio II inaugurò la conclusione della volta della Cappella Sistina celebrando la liturgia dei Vespri il 31 ottobre 1512: lo stesso gesto per omaggio al capolavoro assoluto di Michelangelo ripeterà a 500 anni di distanza esatti Benedetto XVI

Capolavoro assoluto di tutti i tempi, "lucerna dell'arte nostra", come la definì Giorgio Vasari, ancora oggi meta (ogni anno) di 5 milioni di visitatori provenienti da ogni parte del mondo (e che ne mettono a rischio l'integrità), la Cappella Sistina celebra il 31 ottobre i 500 anni dallo svelamento degli affreschi della volta. Il Pontefice Giulio II della Rovere, che l'aveva commissionata a Michelangelo Buonarroti nel 1508, dovette aspettare ben 4 anni prima di ammirare quell'immane, insuperata opera popolata di centinaia di figure e scene delle Scritture, capaci di rivoluzionare la storia dell'arte influenzandola per secoli. Solo nell'agosto del 1511, il 'papa guerriero' era riuscito a compiere una parziale visione degli affreschi, che andavano a sostituire nella volta della Sistina il magnifico cielo stellato dipinto da Pier Matteo d'Amelia, di certo ispirato dalla padovana Cappella degli Scrovegni. Una meraviglia che perfettamente si armonizzava con le decorazioni volute Sisto IV, anche lui un della Rovere, che aveva fatto edificare tra il 1477 e il 1483 la Cappella. A tal scopo erano stati chiamati i maestri indiscussi del '400 italiano da Botticelli al Ghirlandaio, da Signorelli a Perugino, il quale coordino' il lavoro dei ponteggi e realizzò per la parete dell'altare 'La Nativita' di Cristò e 'Mose' salvato dalle acqué, nonché la pala dell'Assunta. La nuova commessa di Giulio II si rese necessaria per la grande crepa che si era prodotta sulla volta per un inclinamento della parete meridionale. Vasari racconta che fu proprio il Bramante, uno dei maggiori sostenitori di Raffaello Sanzio, a suggerire al pontefice il nome di Michelangelo, conosciuto soprattutto come scultore. Tra il Buonarroti e il genio urbinate si stava consumando un'aperta rivalità, e il primo architetto del papa, sicuro che Michelangelo non sarebbe stato in grado di eguagliare i capolavori di Raffaello, secondo l'autore delle Vite trovò questo espediente per "levarselo dinanzi". Anche per la soluzione di mettere a punto dei ponteggi idonei a quell'impresa (la volta è a 20 metri da terra), Bramante elargì consigli dubbi, tali da danneggiare lo stesso edificio. Capita l'antifona, prosegue il Vasari, l'artista fiorentino decise di costruirsi da solo l'impalcatura e affrontò quell'immane lavoro con pochi collaboratori fidatissimi. I problemi arrivarono subito con lo strato di intonaco steso sulla volta, che cominciò ad ammuffire perché troppo bagnato. Michelangelo dovette rimuoverlo e ricominciare da capo, ma provò una nuova miscela creata da uno dei suoi assistenti, Jacopo l'Indaco. Questa non solo resistette alla muffa, ma entrò anche nella tradizione costruttiva italiana. Inizialmente il Buonarroti era stato incaricato di dipingere solo dodici figure, gli Apostoli, ma presto l'impegno cambiò. Su sua richiesta, ritenendo il progetto iniziale "cosa povera", ricevette da Giulio II un secondo incarico che lasciava all'artista la piena ideazione del programma. In solitudine Michelangelo si mise all'opera e concepì una possente architettura in cui inserì nove Storie centrali, raffiguranti episodi della Genesi, con ai lati figure di Ignudi, a sostenere medaglioni con scene tratte dal Libro dei Re. Alla base della struttura architettonica, ecco i dodici Veggenti, Profeti e Sibille, assisi su troni monumentali contrapposti più in basso agli Antenati di Cristo, raffigurati nelle Vele e nelle Lunette. Nei quattro Pennacchi angolari, l'artista rappresentò infine alcuni episodi della salvazione miracolosa del popolo d'Israele. Durante l'impresa, Michelangelo pretese che nessuno vedesse il suo capolavoro, rifiutando regolarmente le richieste di Giulio II di ammirare, insieme alla sua corte, lo stato dei lavori. Il rivale Raffaello, che in realtà ne comprendeva il genio, riuscì nel 1510 a contemplare parzialmente la prima parte degli affreschi e ne rimase così colpito da inserire un ritratto di Michelangelo (l'Eraclito) nella Scuola d'Atene. E quando fu necessario smontare parte dei ponteggi, anche il papa e il suo seguito videro quello che il Buonarroti stava realizzando. L'artista stesso si rese conto che doveva portare delle modifiche al suo modo di dipingere. Nelle scene del Peccato originale e della Cacciata dal Paradiso Terrestre e nella Creazione di Eva la raffigurazione divenne quindi più spoglia, con corpi più grandi e massicci, accentuando la grandiosità delle immagini. Ma non cedette mai alle pressioni del pontefice per aggiungere più oro e decorazioni. Nel tardo pomeriggio del 31 ottobre 1512, Giulio II inaugurò la conclusione della volta della Cappella Sistina celebrando la liturgia dei Vespri alla vigilia di Ognissanti. Lo stesso gesto che per omaggio al capolavoro assoluto di Michelangelo ripeterà a 500 anni di distanza esatti Papa Benedetto XVI.

Nicoletta Castagni, Ansa