lunedì 29 ottobre 2012

Mons. Müller: per un cristiano il rispetto della religiosità altrui non significa, e non potrebbe significare, una rinuncia alla propria fede, alla propria identità e alla verità definitiva ricevuta, tramite la Chiesa, nella Rivelazione di Dio

Ad un anno dallo storico pellegrinaggio di Benedetto XVI e di numerosi fratelli cristiani e rappresentanti delle Religioni mondiali, nella città di Assisi, la diocesi e le famiglie francescane si sono ritrovate di nuovo oggi nella città del Santo per fare memoria di quell’evento con una conferenza dal titolo “Lo spirito di Assisi: Pellegrini della verità - pellegrini della Pace. La consegna del 27 ottobre”. “Siamo qui riuniti - ha detto padre Giuseppe Piemontese, custode del Sacro Convento - non solo a rendere grazie al Signore per quanto vissuto lo scorso anno, ma per interrogarci nuovamente sulla consegna dello “spirito di Assisi” che è stato affidato alla Chiesa di Assisi e alle Famiglie Francescane”. Alla conferenza è intervenuto anche mons. Gerhard Müller, prefetto della Congregazione per la Dottrina della fede, che a 26 anni dallo storico incontro ad Assisi delle religioni per la pace indetto da Giovanni Paolo II ha fatto il punto sul dialogo interreligioso chiarendone obiettivi e modalità. “Per un cristiano - ha detto il prefetto - il rispetto della religiosità altrui non significa, e non potrebbe significare, una rinuncia alla propria fede, alla propria identità e alla verità definitiva ricevuta, tramite la Chiesa, nella Rivelazione di Dio”. “Anzi - ha aggiunto -, la Chiesa può proporre un dialogo vero solo a partire della verità su se stessa. Sarebbe menzognero nascondere la fede autentica ed abbandonare l’unicità della Rivelazione e della Incarnazione del Figlio di Dio, in nome di un dialogo politically correct. È giustificato e corretto solamente un dialogo condotto nella verità e nell’amore. Perciò la nostra fede, indirizzata verso Cristo, e la verità su noi stessi devono sempre avere un posto privilegiato in ogni occasione di dialogo dei cristiani con coloro che non lo sono”. Pertanto, “il dialogo con i seguaci delle religioni non-cristiane - ha osservato il prefetto - è una forma di testimonianza della fede, che dev’essere sempre rispettosa verso l’altro e la dignità della sua coscienza. È un dialogo da praticare sempre nella verità, che include ed accetta la missione, ricevuta da Gesù Cristo, di predicare il Vangelo fino alla fine dei tempi e agli estremi confini della terra. La dimensione missionaria della Chiesa non può essere sospesa nel dialogo interreligioso”. “È così - ha incalzato mons. Müller - che il dialogo diviene fruttuoso”. Ciò, ovviamente, non significa che il cristiano è “un possessore della verità”. Ne è piuttosto un “testimone”. Nel suo lungo e articolato intervento, mons. Müller ha delineato anche lo “scopo” del dialogo che “non è il dialogo in sé stesso” quanto “la conoscenza della verità. Il dialogo - ha detto - è un metodo che aiuta nel cammino verso la verità”. Ed ha aggiunto: “A volte, l’uomo si chiude in posizioni relativistiche o in una semplificante religiosità naturale per sentirsi libero dalle esigenze della verità. Il relativismo preferisce il dubbio permanente per non lasciarsi obbligare dalla certezza della verità. Così, le religioni naturali possono offrire qualche risposta alle domande fondamentali dell’uomo, placare qualche inquietudine intellettuale e spirituale ed offrire un certo orizzonte di vita, sebbene talvolta esonerino dall’obbligo di cercare la verità nella sua pienezza e di informare la coscienza ad essa. Il dialogo interreligioso serve dunque a provocare l’uomo, perché si incammini con coraggio nella ricerca della verità e si apra con fiducia alle sue esigenze”. Ad Assisi, i leader delle religioni mondiali si erano ritrovati su invito di Giovanni Paolo II per pregare per la pace. Non fu – ha ricordato mons. Muller - una preghiera comune che sarebbe manifestazione di sincretismo, ma una preghiera pronunciata simultaneamente”. “La pace - ha quindi proseguito il prefetto - è un bene stimato da tutti. Tutta l’umanità aspira alla pace. Tuttavia la pace, essendo così cagionevole di salute, richiede una cura costante e intensiva . Essa, come ci insegna la tradizione della fede, è frutto della giustizia ed ancor più della carità. Le negoziazioni politiche per la pace, pur necessarie, possono solo risolvere alcuni problemi, stabilendo accordi e convenzioni. La pace autentica, che supera l’ingiustizia, che ama la verità e si apre all’universale solidarietà, è un dono che viene dall’alto ed esige un’apertura a Dio. Essa si nutre di un rapporto vivo con Dio e di un rapporto con un Dio vivo e presente in mezzo a noi”.

SIR

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