giovedì 28 luglio 2011

Verso la Giornata di Assisi. Il rabbino Di Segni: la lingua del dialogo deve essere comune. Il card. Koch: la croce non può essere un ostacolo

“Il credente cristiano può certamente pensare che la Croce rimpiazzi in modo permanente e universale il giorno del Kippur, ma se desidera dialogare sinceramente e rispettosamente con l’ebreo, per il quale il Kippur rimane parimenti nella sua valenza permanente e universale, non deve proporre all’ebreo le sue credenze e interpretazioni cristiane come indici del ‘cammino decisivo’. Perché allora veramente si rischia di rientrare nella teologia della sostituzione e la Croce diventa ostacolo”. E’ la parte centrale di un articolo firmato da Riccardo Di Segni (nella foto con Benedetto XVI), rabbino capo della Comunità ebraica di Roma, su L’Osservatore Romano, in risposta ad una risposta ad un articolo firmato il 7 luglio, sullo stesso quotidiano, dal card. Kurt Koch, presidente del Pontificio Consiglio per la Promozione delll’Unità dei Cristiani, sul significato della Giornata di preghiera in programma il 27 ottobre ad Assisi. La croce di Gesù, aveva scritto il cardinale, “si erge sopra di noi come il permanente e universale Yom Kippur”, e “pertanto non è di ostacolo al dialogo interreligioso”, ma “indica il cammino decisivo che soprattutto ebrei e cristiani dovrebbero accogliere in una profonda riconciliazione interiore diventando così fermento di pace e di giustizia nel mondo”. “La propria differenza non può essere proposta all’altro come il modello da seguire”, obietta Di Segni, perché “la lingua del dialogo deve essere comune”. “Il mio articolo si rivolgeva ai lettori cristiani, a cui volevo far presente il loro compito di riconciliarsi anche e precisamente con l’ebraismo”, precisa il card. Koch, nella replica pubblicata sempre su L’Osservatore Romano in edicola oggi. “Volevo mostrare che, partendo precisamente dall’evento della croce, i cristiani hanno il dovere di riconciliarsi con gli ebrei”, prosegue il cardinale, facendo notare che “per i cristiani la croce non può essere ‘un ostacolo al dialogo interreligioso’”. “Se i rappresentanti di altre religioni e soprattutto gli ebrei, la vedono in tal modo – puntualizza il porporato - non sta a me giudicare; ciò si iscrive piuttosto nella libertà della convinzione religiosa di ognuno”. “Non ritengo assolutamente che gli ebrei debbano vedere la croce come noi cristiani per poter intraprendere insieme il cammino verso Assisi”, precisa ancora il card. Koch: “Non si intende pertanto sostituire lo Yom Kippur ebraico con la croce di Cristo, anche se i cristiani vedono nella croce ‘il permanente e universale Yom Kippur’”. Il “punto fondamentale, molto delicato, del dialogo ebraico -cattolico”, per il cardinale è infatti “la questione di come si possano conciliare la convinzione, vincolante anche per i cristiani, che l’alleanza di Dio con il popolo d’Israele ha una validità permanente e la fede cristiana nella redenzione universale in Gesù Cristo”.

SIR

Ebrei e cattolici verso il prossimo incontro di Assisi: sicuramente la Croce non è un ostacolo


La lingua del dialogo deve essere comune