martedì 27 dicembre 2011

La nomina del prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede e lo strano caso della teologia della liberazione rivalutata in Vaticano

La possibile candidatura di Gerhard Ludwig Müller, vescovo di Ratisbona, quale nuovo prefetto della Congregazione per la dottrina della fede al posto del card. William Joseph Levada, ha suscitato qualche perplessità all’interno della Curia romana per via dei suoi legami con il fondatore della teologia della liberazione, il prete peruviano domenicano Gustavo Gutiérrez. Il 23 dicembre, tuttavia, è stato L’Osservatore Romano a ricalibrare la figura di Müller pubblicando un suo articolo uscito lo scorso 6 dicembre sulla Tagespost. Il vescovo Müller, che vanta nel suo curriculum la cura dell’“Opera omnia” del teologo Joseph Ratzinger, ricorda che proprio all’interno della prossima uscita in Germania, nel febbraio 2012, del volume dedicato all’Escatologia saranno pubblicati due testi di Papa Ratzinger nei quali egli, oltre a enucleare i “pericoli” insiti nel movimento teologico ne mostra anche “i princìpi positivi”. Se risulta difficile affermare con certezza che l’uscita del quotidiano vaticano sia stata pensata per rivalutare il curriculm di Müller agli occhi dei critici, si può invece sostenere che all’interno della Santa Sede è in atto una sorta di rivalutazione di una teologia che, durante gli anni di Pontificato di Giovanni Paolo II, era stata costantemente criticata. A una visione della teologia politicizzata che ha rischiato di ridurre la Chiesa ad attività terrene, ha risposto anzitutto Wojtyla il quale, nel 1979 in Messico, dichiarò che la “concezione di Cristo come politico, rivoluzionario, come il sovversivo di Nazaret, non si compagina con la catechesi della Chiesa”. Il prefetto Joseph Ratzinger aveva la medesima visione di Wojtyla. Ma è anche vero che, come dice Müller, i documenti usciti dalla sua penna quando era prefetto dell’ex Sant’Uffizio, “Libertatis nuntius” del 1984 e “Libertatis coscientiae” del 1986, non contenevano solo critiche. Dice Müller che, al contrario, prepararono la strada a “una vera teologia della liberazione che è strettamente legata alla dottrina sociale della Chiesa e che nel mondo di oggi deve levare la propria voce. Una visione che, partendo dalla fede, realizza la realtà intera, storica del’uomo, come singolo e come società, offre orientamenti comportamentali non solo a singoli cristiani, ma anche sul piano delle decisioni politiche ed economiche”. Oggi la teologia della liberazione è ancora viva. Recentemente è stato il suo fondatore, il prete peruviano Gustavo Gutiérrez, a dichiarare che essa “è ancora viva in America latina nonostante le ultime quattro decadi e il suo messaggio centrale, l’opzione preferenziale per i poveri, si ripercuote sul compito pastorale della Chiesa”. A Roma c’è un prefetto di Congregazione che viene da quell’esperienza. E’ l’arcivescovo brasiliano João Braz de Aviz, chiamato a guidare la Congregazione dei religiosi. Quando lo scorso febbraio arrivò a Roma, rilasciò un’intervista su L’Osservatore Romano nella quale spiegò che la teologia della liberazione “non è solo utile ma anche necessaria’”. Perché ha permesso alla Chiesa di scoprire “l’opzione preferenziale per i poveri”, che è una “opzione evangelica”.

Paolo Rodari, Il Foglio
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