Venerdì Santo. Il Papa: rimanendo nella morte Gesù ha oltrepassato la porta di questa solitudine ultima per guidare anche noi ad oltrepassarla con Lui

La Chiesa in tutto il mondo oggi prega e riflette sul mistero della morte di Cristo. Anche la giornata di Benedetto XVI è tutta incentrata sulla rievocazione di questo momento centrale della fede cristiana. Nel pomeriggio, alle 17.00, il Papa presiederà nella Basilica di San Pietro la celebrazione della Passione del Signore, guidata dalla meditazione del predicatore pontificio, padre Raniero Cantalamessa. In serata, poi, Benedetto XVI si sposterà al Colosseo per presiedere, dalle 21.15, il rito della Via Crucis. La salita al Calvario e la morte in Croce di Gesù sono state occasione di innumerevoli riflessioni da parte del Papa. Tre anni di semina nel cuore delle folle di un messaggio mai ascoltato e poi la brutale eliminazione del seminatore. Al Maestro dell’amore di Dio nulla viene risparmiato dell’odio e delle miserie dell’uomo: il tradimento degli amici, lo spregio crudele degli avversari, persino la beffa atroce di essere preferito a un delinquente dalle mani insanguinate. Quella che Gesù patisce nell’ultimo venerdì della sua vita sulla terra è una spoliazione tanto veloce, quanto paziente e lunga era stata la sua missione in precedenza. Dall’arresto nel Getsemani ai ferri che lo inchiodano sul Golgota, è una sorta di apnea sorda e violenta, che arriva a quel culmine di dolore nel dolore quando, per un momento, il rifiutato dagli uomini sembra esserlo persino dal cielo: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato? Lontane dalla mia salvezza le parole del mio grido. Mio Dio, grido di giorno e non rispondi; di notte, e non c’è tregua per me...Gesù è sotto il peso schiacciante di una missione che deve passare per l’umiliazione e l’annichilimento” (Udienza generale, 14 settembre 2011).
Tutto l’impossibile accade di vedere sul Calvario, persino che Dio “abbandoni” se stesso. Ma dove, per un uomo, si sarebbero spalancate le porte della disperazione più nera, per il Dio appeso alla Croce il senso di abbandono diventa, spiega il Papa, un abbandonarsi alla certezza che il Padre è, ed è sempre stato, accanto a lui: “Dal volto di questo ‘Uomo dei dolori’, che porta su di sé la passione dell’uomo di ogni tempo e di ogni luogo, anche le nostre passioni, le nostre sofferenze, le nostre difficoltà, i nostri peccati - ‘Passio Christi. Passio hominis’ - promana una solenne maestà, una signoria paradossale” (Venerazione della Santa Sindone nel Duomo di Torino, 2 maggio 2010).
È il paradosso della Croce: il Re dei re affronta l’ultimo nemico andandolo a cercare sul suo stesso terreno. Tre giorni per sconfiggerlo in quello che Benedetto XVI una volta ha definito “intervallo unico e irripetibile”. Tre giorni per fissare il punto di non ritorno della fede cristiana, per ribaltare la fine della vita in un inizio che più non muore: “Dio, fattosi uomo, è arrivato fino al punto di entrare nella solitudine estrema e assoluta dell’uomo, dove non arriva alcun raggio d’amore, dove regna l’abbandono totale senza alcuna parola di conforto: 'gli inferi'. Gesù Cristo, rimanendo nella morte, ha oltrepassato la porta di questa solitudine ultima per guidare anche noi ad oltrepassarla con Lui” (Venerazione della Santa Sindone nel Duomo di Torino, 2 maggio 2010).

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