martedì 7 agosto 2012

Anno delle fede. Da Paolo VI a Benedetto XVI, il nemico è la pigrizia. L'urgenza della nuova evangelizzazione già presente negli anni di Papa Montini

Trentaquattro anni fa terminava la sua giornata il Papa della fede. A Castel Gandolfo, il 6 agosto 1978, si spegneva il cuore di Paolo VI (nella foto con l'allora card. Ratzinger). Nella festa della trasfigurazione del Signore il Pontefice della modernità, colui che aveva ereditato da Giovanni XXIII la barra del Concilio Ecumenico Vaticano II, il Papa tormentato che negli ultimi mesi di regno aveva somatizzato l’omicidio del suo amico Aldo Moro, lasciava la Chiesa con un volto totalmente diverso da quello che aveva conosciuto sotto il pontificato di Roncalli. "Fisso lo sguardo verso il mistero della morte, e di ciò che la segue, nel lume di Cristo, che solo la rischiara; e perciò con umile e serena fiducia. Avverto la verità, che per me si è sempre riflessa sulla vita presente da questo mistero, e benedico il vincitore della morte per averne fugate le tenebre e svelata la luce". Così scriveva Giovanni Battista Montini, il 16 settembre 1972, alle 7.30 del mattino, nel suo testamento. "Nomino la Santa Sede mio erede universale...Circa le cose di questo mondo: mi propongo di morire povero, e di semplificare così ogni questione al riguardo...Desidero che i miei funerali siano semplicissimi e non desidero né tomba speciale, né alcun monumento. Qualche suffragio (beneficenze e preghiere)". Era stato Montini, il Papa incompreso, un Pontefice da riscoprire, a indire, nel XIX centenario del martirio dei Santi Apostoli Pietro e Paolo, il primo Anno della fede. Il secondo sarà aperto il prossimo 11 ottobre da Benedetto XVI nel cinquantesimo anniversario dall’apertura del Vaticano II. Un anno, quello voluto da Montini, "dedicato - come spiegò il 30 giugno 1968 durante la solenne concelebrazione di chiusura di quell’evento straordinario - alla commemorazione dei Santi Apostoli per attestare il nostro incrollabile proposito di fedeltà al Deposito della fede che essi ci hanno trasmesso, e per rafforzare il nostro desiderio di farne sostanza di vita nella situazione storica, in cui si trova la Chiesa pellegrina nel mondo". In quell’occasione Paolo VI pronunciò la solenne "Professione di fede", un testo che condensa il depositum fidei della Chiesa di Roma. C’è da chiedersi se Joseph Ratzinger, che dalle mani di Montini ricevette la berretta cardinalizia, scriverà nei prossimi mesi, come il card. Tarcisio Bertone ha ipotizzato qualche giorno fa, un’Enciclica dedicata alla fede in occasione di questo anno a lei dedicato e che completerebbe così una sorta di trilogia delle virtù teologali con le altre due Encicliche ratzingeriane dedicate alla carità e alla speranza. Quanto differirà l’Anno della fede montiniano da quello che spalancherà le sue porte in ottobre? L’urgenza della nuova evangelizzazione, parola chiave del Pontificato wojtyliano, era già presente negli anni di Papa Montini, che da vescovo nell’arcidiocesi ambrosiana aveva indetto la missione per Milano, conclusa il 24 novembre 1957. "La pigrizia religiosa - scriveva l’allora cardinale - domina la nostra età. Il mondo sembra diventare meno sensibile al religioso". Sono molti, proseguiva Montini, "i lontani, pensosi e solleciti. E possono essere questi lontani i preferiti" dell’evangelizzazione. Invitare i “lontani” ad ascoltare la Parola di Dio, fuori da ogni apologia o peggio da ogni richiamo di ritorno alla comunità cristiana, è stato l’obiettivo concreto della missione per Milano. Un obiettivo da perseguire ancora oggi nell’Anno della fede ratzingeriano.

Francesco Grana, Orticalab
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