Lo spirito del Quirinale ed il salotto dei Cortesi: abbiamo mutuato una concezione 'offuscata' del dialogo, il celeberrimo 'rendere ragione della speranza' non esclude le cariche istituzionali

Venerdì il “Cortile dei Gentili” ha inaugurato la sua tappa ad Assisi con l’intervento del Capo dello Stato. Atto di rispetto istituzionale, presumo. Non so spiegarmi altrimenti la presenza di Giorgio Napolitano, che, a conclusione del suo discorso, ha voluto richiamare lo spirito di Assisi. Accogliamo con il massimo rispetto le parole che il presidente ha riservato al difficile momento che il nostro Paese attraversa, riconoscendo la bontà delle affermazioni sull’importanza del bene comune e dell’invito rivolto a tutti, credenti e non credenti, a voler “rianimare senso dell’etica e del dovere”. Mi sono chiesto dove fosse il Dio evocato nel tema assegnato a questo Cortile. Forse è troppo pretenderlo dalla più alta carica delle nostre istituzioni repubblicane. In fondo, il presidente ha indicato nello spirito di Assisi la metodologia da seguire in questo difficile momento, nel quale abbiamo bisogno “di apertura, di reciproco ascolto e comprensione, di dialogo, di avvicinamento e unità nella diversità”. E quindi siamo serviti! Abbiamo celebrato un bel momento di confronto e possiamo ritenerci soddisfatti. Le cose stanno proprio così? No, e per diversi motivi. Prima di ogni cosa, bisogna cercare di capire cosa intenda Napolitano per spirito di Assisi. La definizione che egli ha fornito venerdì, dice tutto e non dice niente. Non possedendo altre categorie di comprensione, dobbiamo chiederci cosa egli voglia dire quando parla di dialogo, di avvicinamento e di unità nella diversità. Abbiamo fonti che possano aiutarci in questo compito? Penso che possa fare al caso nostro il messaggio augurale rivolto alla FUCI in occasione del suo 61° Congresso Nazionale, nello scorso aprile. In quell’occasione, Giorgio Napolitano scriveva a proposito del Concilio: “Voluto fortemente da Giovanni XXIII per aprire la via del rinnovamento nel segno dell’ecumenismo e nel rispetto pieno della dignità dell’uomo, il Vaticano II ha chiamato anche i laici ad affiancare l’opera della Chiesa, impegnandosi costantemente nella costruzione di una società di giustizia e di pace, di solidarieta’ e speranza". Anche qui torna il tema della costruzione di una società di giustizia e di pace, evocato ad Assisi. A mio modesto parere, tuttavia, la chiave di comprensione del suo pensiero risiede in quel “rispetto pieno della dignità dell’uomo”. Cosa intende, allora, Napolitano? Lasciamo i pregiudizi da parte (attenzione a questo termine!) e torniamo all’intervento di Assisi. Ecco cosa ha detto quando ha richiamato gli sforzi congiunti per rianimare il senso dell’etica: “Concentrazione e convergenza di sforzi che rischierebbe di essere resa più ardua, se non compromessa, dall’insorgere di contrapposizioni tra forze che si ponessero come rappresentanti sul terreno politico dei credenti o degli osservanti, da un lato, dei non credenti o non osservanti dall’altro, in particolare su questioni controverse e delicate inerenti a scelte soggettive delle persone e dei rispettivi nuclei famigliari. Mi auguro perciò sia possibile affrontare tali questioni fuori di antitetiche rigidità pregiudiziali e anche di forzose strettoie normative”. Se non ho smarrito il senso di comprensione di un testo in lingua italiana, credo che abbia detto, più o meno: “Abbiamo valori in comune? Bene! Adoperiamoci per un’intesa e lavoriamo assieme per la rinascita morale dell’Italia. Abbiamo divergenze su temi che chiamano in ballo la coscienza e la famiglia? Non interferite! Mettete da parte i vostri pregiudizi!”. Perdonatemi il linguaggio poco galante, ma normalmente al mercato si traduce così l’espressione “rigidità pregiudiziali”. Applausi all’oratore! E fin qui potrei capire. Si tratta pur sempre di un intervento laico! Ed ecco il secondo rilievo: siamo sicuri che laicità significhi rinuncia alla rigidità pregiudiziale? Esiste una morale che sia condivisibile in nome di quei valori poco prima osannati come terreno comune di collaborazione tra credenti e non credenti? Lo stesso pensiero laico dice di sì. Se lo spirito di Assisi conduce al soggettivismo, possiamo dormire sonni poco tranquilli. Per carità, ognuno è libero di esprimere un discorso che sia inconsistente dal punto di vista logico, e noi gli dobbiamo rispetto. E siamo alla terza osservazione. Da cattolico, mi aspetto che interlocutori di rango possano opporre all’incosistenza di un ragionamento la consistenza del nostro pensiero. Non credo che il celeberrimo “rendere ragione della speranza” escluda le cariche istituzionali. Perchè il dialogo non sa esporre le nostre ragioni? Tanto più che esse, in determinati ambiti, sono perfettamente comprensibili e condivisibili. Abbiamo paura o forse vergogna? Probabilmente abbiamo mutuato una concezione “offuscata” del dialogo, che è poi la stessa formulata da Napolitano. Noi cristiani dovremmo condividere l’analisi che Agostino formula quando mostra il legame tra la verità e la carità: “Quanto più dunque l’anima si allontana da Dio non per distanza spaziale ma per amore e cupidigia delle cose inferiori a se stessa, tanto più si riempie di stoltezza e di miseria. Pertanto, essa ritorna a Dio con l’amore, però non con quello con cui aspira ad eguagliarlo, ma con quello col quale aspira a sottomettersi a lui. E quanto più lo avrà fatto con passione e con applicazione, tanto più sarà felice ed eccelso e, sotto la sola dominazione di Dio, sarà completamente libero. Per questo deve sapere che è una creatura: deve infatti credere nel suo creatore così come è, cioè inviolabile e immutabile, come comporta la natura della verità e della sapienza, e deve invece confessare che, da parte sua, può cadere nella stoltezza e nell’inganno, anche a causa degli errori dei quali desidera liberarsi” (“I Costumi della Chiesa Cattolica e i costumi dei Manichei”, XII, 21). Non possiamo pretendere che il nostro interlocutore condivida. Dobbiamo però pretendere che il parlare a due (dià-lògos) abbia di fronte, nella sua oggettività, un terzo elemento da cui non si può prescindere: la verità. Questa non è fede, ma logica! L’autentico rispetto accende il cuore e la mente dell’altro. In questo modo il Cortile dei Gentili, strumento prezioso di autentico confronto, si riduce a salotto dei cortesi. I gentili, infatti, da pagani diventano…persone galanti. Ed è sempre piacevole fare due chiacchiere con persone per bene. Venerdì non abbiamo vissuto un momento riconducibile allo spirito di Assisi. Venerdì abbiamo avuto di fronte soltanto lo spirito del Quirinale.

Don Antonio Ucciardo, Uno sguardo da Porta Sant'Anna

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