La porta della prigione Benedetto XVI l’ha aperta in prima persona: il sigillo a quell’idea di giustizia che, per la Chiesa, anche quando si tratta di reati 'temporali', non è mai disgiunta dalla misericordia

La grazia, alla fine, è arrivata. Annunciata, è vero, quasi fin dall’inizio di questa "triste vicenda", come è stata giustamente definita dal portavoce vaticano padre Lombardi. A chiudere il capitolo dei documenti rubati da Paolo Gabriele nell’appartamento del Papa, di cui era stimato assistente di camera fin dall’inizio del pontificato, e poi 'ricettati' e usati per una spregiudicata e deliberatamente offensiva operazione libraria e giornalistica. Vatilileaks, era stata chiamata tutta la storia, a riecheggiare quei vikileaks che per alcuni mesi hanno messo sottosopra la diplomazia di mezzo mondo. Una brutta storia, comunque, in sé e per l’ambiente in cui si è svolta. Ma che anche nell’atto che chiude la vicenda processuale, ancora una volta, offre diversi spunti su cui è bene per tutti meditare. Il primo, inevibilmente, riguarda Benedetto XVI. Per quanto atteso, anzi, come detto, annunciato, il modo in cui il perdono del Papa, diventato grazia giudiziaria, s’è manifestato non può essere messo in secondo piano. Non è stato un semplice 'aprite le porte'. Quella porta, la porta della prigione, Benedetto XVI l’ha aperta in prima persona, e s’è voluto intrattenere per un quarto d’ora con colui che per tanti anni è stato la persona laica a lui più vicina, per poi riconsegnarlo alla sua famiglia. Significativamente, tutto ciò, alla vigilia del Natale che, della famiglia, è la festa; e assicurando a Gabriele, con la grazia, anche la possibilità di un futuro dignitoso, una casa, e un lavoro, anche se, certo, nulla potrà più essere come prima. C’è, in questo finale, il sigillo a quell’idea di giustizia che, per la Chiesa, anche quando si tratta di reati 'temporali', non è mai disgiunta dalla misericordia. Il processo Gabriele l’ha ampiamente dimostrato, rivelando a ogni passo, nella totale trasparenza in cui tutta la fase giudiziaria s’è svolta, fin dall’istruttoria, un’assoluta e costante attenzione per l’uomo, pur reo confesso di aver tradito il Papa, qualcosa di inimmaginabile per un cattolico, e non solo al’interno delle mura Leonine. Attenzione che è vero e proprio punto di discrimine, rispetto all’esigenza di verità che ogni processo si pone come obiettivo. E di cui la grazia concessa dal Papa è stato, appunto, il naturale sigillo. Una lezione preziosa, o se vogliamo quasi una scheggia di magistero travasato nell’atto concreto dell’amministrazione della giustizia. E anche, in qualche modo, una risposta a quanti, con superficiale sarcasmo, ha voluto leggere nel processo Gabriele una 'farsa' per mettere un frettoloso coperchio su tutta una storia 'imbarazzante'. Oggi si può dire compiutamente: tutto è stato il processo Gabriele, tranne che una farsa. Nessun 'coperchio', nessuna volontà di sbrigarsi per mettere tutto a tacere, nascondere, deviare l’attenzione. E questo non lo dice solamente il fatto che, come spiegato da padre Lombardi il giorno della pubblicazione delle motivazioni della sentenza nel parallelo processo Sciarpelletti, anch’egli graziato ieri dal Papa, altre indagini sui Vatileaks sono ancora in corso. Lo dice, in sé, l’esemplarità di cui abbiamo detto, e che ha caratterizzato ogni singolo istante della vicenda, dal primo arresto dell’ex assistente di camera di Benedetto XVI, fino al perdono arrivato ieri mattina. Di veramente imbarazzante, con tutta probabilità, resterà adesso, piuttosto, il silenzio di coloro, quanti non si può contarli, che dovrebbero chiedere scusa, e non lo faranno. Di chi ha ricettato quei documenti rubati, di chi ci hanno speculato sopra, di chi ha pensato di poterci costruire montagne di fango e ci ha fatto montagnole di soldi. Sarebbe bello, nelle prossime ore, sentire qualcuno di questi dire: 'Ho sbagliato'. Un bel regalo di Natale alla verità, che, però, difficilmente troveremo sotto l’albero.

Salvatore Mazza, Avvenire

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