Esercizi spirituali. Card. Ravasi: la storia è e deve essere sempre il luogo da noi amato per incontrare il nostro Signore, il nostro Dio. Anche se è un terreno scandaloso, nel quale spesso noi vediamo magari anche il silenzio di Dio o vediamo l’apostasia degli uomini

La storia come luogo di incontro con Dio e la figura del Messia letta attraverso alcuni Salmi: sono i temi al centro delle due meditazioni predicate stamani al Papa e alla Curia romana dal card. Gianfranco Ravasi, presidente del Pontificio Consiglio della Cultura, nel terzo giorno degli Esercizi spirituali che si tengono nella cappella Redemtoris Mater in Vaticano. Dopo lo spazio, oggi è il tempo il filo d’oro delle meditazioni del card. Ravasi. Anche la storia è, infatti, luogo della teofania di Dio. A mostrarlo è lo stesso Antico Testamento, specialmente in quello che il porporato definisce come il credo storico di Israele, cioè i passi dove emerge che la fede è legata ai fatti, dove ci si riferisce a Dio come Colui che ha liberato il popolo dalla schiavitù dell’Egitto. Il cardinale Ravasi mostra come l’incontro con Dio avvenga nei grovigli degli eventi, segnati dalla sofferenza ma anche dalla gioia. Una realtà resa ancor più visibile con l’Incarnazione: “La storia è e deve essere sempre il luogo da noi amato per incontrare il nostro Signore, il nostro Dio. Anche se è un terreno scandaloso, anche se è un terreno nel quale spesso noi vediamo magari anche il silenzio di Dio o vediamo l’apostasia degli uomini”. E’ la speranza, dunque, la virtù centrale per comprendere che la storia non è una serie di eventi senza senso ma, come si vede nel libro di Giobbe, esiste su di essa un progetto di Dio: “Noi con la speranza siamo certi di non essere in balia di un fato, di un fato imponderabile. Il nostro Dio si definisce in Esodo 3 con il pronome di prima persona 'Io' e col verbo fondamentale 'Io Sono'. Quindi, è Persona che agisce, che vive nell’interno delle vicende ed è per questo che allora il nostro rapporto con Lui è un rapporto di fiducia, di dialogo, di contatto. Ebbene, la speranza nasce dalla convinzione che la storia non è una nomenclatura di eventi senza senso”. Uno sguardo, questo, profondamente legato all’eternità. La seconda meditazione ha al suo centro la figura del Messia, letta principalmente attraverso tre Salmi, dai quali emergono alcune caratteristiche. Prima di tutto, quella del Messia come Colui che fa brillare la giustizia, specialmente per gli ultimi, per i poveri: “Paolo ha dato la definizione migliore di questa giustizia, che si mette al livello delle persone vittime dell’ingiustizia. Paolo, nel famoso Inno dei Filippesi 2, dice: Egli pur essendo nella condizione di Dio non ritenne un privilegio l’essere come Dio, ma svuotò se stesso assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini”. Quindi, emerge la caratteristica del sacerdozio di Cristo come un sacerdozio di grazia, non “biologico”, ma alla maniera di Melchisedek e, infine, del Messia come Figlio di Dio, che con la Risurrezione svela pienamente la sua divinità. La dimensione messianica si può quindi vedere come cuore del Salterio: “Dobbiamo anche più spesso proprio sostare e contemplare la figura di Cristo, il Messia che ha in sé tutto questo respiro dell’Antico Testamento e lo porta alla pienezza”. La liturgia come luogo della rivelazione di Dio era stato il grande tema della riflessione del cardinale Gianfranco Ravasi agli Esercizi spirituali di ieri pomeriggio. Due le dimensioni fondamentali: quella verticale, lo sguardo verso Dio, e quella orizzontale, lo sguardo verso i fratelli. Il porporato ha sottolineato come sia necessario un equilibrio fra queste due dimensioni, altrimenti c’è il rischio o di un sacralismo fine a se stesso o di fare una riunione assembleare. Ma soprattutto la necessità di un’analisi del cuore per non trasformare il culto in un rito esteriore, come dice il Profeta Isaia quando afferma che Dio detesta offerte e sacrifici. L’amore ai fratelli e la confessione delle proprie colpe sono, dunque, momenti fondamentali per varcare la soglia che conduce alla comunione con il Signore: “Per andare alla Comunione con Dio – un solo Pane, un solo Calice – bisogna essere un solo Corpo, bisogna avere la comunione fra di noi”.

Radio Vaticana

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