martedì 22 maggio 2012

Insofferenti a gerarchie e regole di Roma i praticanti statunitensi sono sempre di meno. Ma per il Papa si deve rispondere senza tradire l'identità

"Sono cristiano senza Chiesa” disse Ignazio Silone in un’intervista all’Express il 23 gennaio 1961. Il medesimo concetto che ripetono oggi molti cattolici nordamericani i quali, secondo un esplosivo sondaggio che monsignor David O’Connell, arcivescovo di Trenton in New Jersey, ha affidato al gesuita William J. Byron, docente di Affari e finanza alla Saint Joseph University di Filadelfia e a Charles Zech, docente di Economia e direttore del Centro studi per il management ecclesiale alla Villanova University della Pennsylvania, hanno deciso negli ultimi mesi di dire addio alla chiesa. “Siamo cattolici – spiegano – ma non ci riconosciamo più nell’istituzione, nella chiesa in quanto tale. Per questo non pratichiamo più”. Lo scopo del sondaggio è uno. Chiedere ai cattolici che hanno lasciato perché l’hanno fatto. Le risposte, rilanciate dalla rivista progressista cattolica America, il magazine del quale fu direttore padre Thomas Reese, il teologo gesuita ribelle che il Vaticano costrinse qualche anno fa a dimettersi per le posizioni troppo liberal sui matrimoni gay, hanno fatto scalpore perché entrano a gamba tesa in quello che è il cuore dei problemi del cattolicesimo oggi, e cioè il rapporto in crescente tensione tra la dottrina tradizionale e le domande della contemporaneità. America ha più volte sostenuto che la rigidità di Roma, le regole che il Vaticano impone ai fedeli sono “il” problema della fuga dei cattolici dalla Chiesa. Una teoria aspramente contestata non soltanto dal Vaticano, ma anche dalle principali gerarchie statunitensi. Una teoria, però, che il sondaggio “O’Connell” viene in qualche modo ad avallare. “Se faccio una domanda a un sacerdote ottengo in risposta una regola da seguire. Mai nessuno che mi dica: ‘Sediamoci e parliamo’”, è la dichiarazione più gettonata che, con parole diverse, i cattolici “fuoriusciti” hanno rilasciato. Una risposta “molto interessante”, sostiene O’Connell commentando il sondaggio. Dice: “Quando sono diventato vescovo di Trenton, nel dicembre del 2010, ho appurato che soltanto il 25% della nostra popolazione che si dice cattolica assiste alla Messa domenicale regolarmente. Questa percentuale si è ulteriormente ridotta nell’ottobre del 2011. Il dato mi ha molto preoccupato e così ho chiesto di investigare. Sapere perché lasciano, “Why they left” è il titolo del sondaggio stesso, può essere utile per prevenire l’emorragia”. E ancora: “Certo, noi non siamo un’azienda. Le aziende quando perdono clienti studiano strategie per cambiare il trend negativo e non c’è scritto da nessuna parte che anche noi dobbiamo arrivare fino questo punto. Ma almeno conoscere il motivo della fuga è un’operazione che possiamo fare e che può rivelarsi utile”. La cosa sorprendente, sostiene il gesuita Byron, è che la stragrande maggioranza dei cattolici che hanno lasciato la Chiesa “si dicono ancora cattolici”. “Dicono di essere cattolici seppure separati dalla gerarchia, seppure non si riconoscono più dipendenti dalla struttura ecclesiastica”. Seppure non più praticanti, insomma. Dice America che c’entra poco con la fuga il relativamente recente scandalo della pedofilia nel clero. Il malessere per l’abito ecclesiale macchiato dagli abusi sessuali commessi su minori c’è, sostiene il sondaggio, ma il problema è più profondo. I cattolici in fuga non sanno più riconoscersi nei dettami della Chiesa sui temi più importanti: ciò che, insomma, la Chiesa sostiene rispetto alla morale sessuale, alla vita coniugale, alle coppie di fatto, agli omosessuali e al matrimonio omosessuale, al divorzio e ai divorziati risposati, fino al celibato ecclesiastico e all’ordinazione sacerdotale femminile. I fronti aperti tra cattolici (fuoriusciti o ancora praticanti che siano) e gerarchie sono negli Stati Uniti molteplici e, a tratti, caratterizzati da non poca asprezza. “In primo luogo – scrive il gesuita Raymond A. Schroth su un’altra rivista altrettanto importante e prestigiosa nel panorama del cattolicesimo progressista americano, il National Catholic Reporter – abbiamo il duro rimprovero mosso da Roma nei confronti delle donne religiose americane. Per il clero maschile, che continua a pagare per lo scandalo ancora non risolto degli abusi sessuali, le religiose non possono sostanzialmente più essere membri rispettati nella Chiesa perché, a loro dire, avrebbero posizioni troppo liberal”. Raymond cita un editoriale del quotidiano Star Ledger del New Jersey, esemplificativo di tutto: “Non si tratta di fede. Si tratta di dogmi e si tratta di politica. Il problema è che le suore americane sono diventate troppo buone. Sanno amministrare le scuole, gli ospedali, gli enti di beneficenza. Sanno accogliere le persone lasciate ai margini della società, coloro che sono discriminati. E sanno anche riconoscere la gerarchia della chiesa per quello che è: tristemente fuori dal mondo. Ma non reagiscono. Soltanto subiscono”. In fondo, si tratta della medesima accusa che i principali giornali laici del paese, New York Times in testa, muovono alle gerarchie non soltanto in merito al commissariamento delle suore e, ma di più, intorno a tutte quelle tematiche che portano molti fedeli a lasciare, a distaccarsi dalla Chiesa pur continuando a dichiararsi cattolici. Per la celebre columnist di formazione cattolica e di origini irlandesi Maureen Dowd, ad esempio, il commissariamento conferma che il Vaticano, “e gli uomini medievali che lo gestiscono”, altro non vuole che “imbavagliare le suore”. Ma, si chiede, “come può il Vaticano sentirsi più offeso dalle suore che appassionatamente lavorano per i poveri piuttosto che dai sacerdoti pedofili?”. Per la Dowd, “è ormai divenuta un’abitudine quella della Santa Sede di andare contro le donne, loro che sono il cuore e l’anima di parrocchie, scuole e ospedali”. E ancora: “I dirigenti della Chiesa si comportano come adolescenti, accecati dal sesso”. Insomma, come scrive lo Star Ledger, “sono fuori dal mondo”. Una teoria che ha fatto sostanzialmente sua ancora il magazine America che attraverso la penna del gesuita James Martin scrive che “le religiose cattoliche mi insegnano cosa significhi perseverare nel ministero senza il beneficio del potere istituzionale”. Anche il settimanale britannico The Tablet è sceso in campo in difesa delle suore, un modo per difendere la base dalla cosiddetta arroganza del centralismo romano. E con una certa spregiudicatezza ha individuato nel vescovo William Lori di Bridgeport (Connecticut) e nel card. Bernard Law, ex arcivescovo di Boston dimessosi nel 2002 per le accuse di insabbiamento di abusi sessuali compiuti da sacerdoti della sua diocesi su minori, gli ispiratori di questa linea dura del Vaticano contro le religiose. Una linea però, condivisa dalla maggioranza dei vescovi americani, Robert Lynch a parte. Il vescovo di Saint Petersburg (Florida), Lynch appunto, è stato uno dei pochi presuli che ha avuto il coraggio di dare voce alle perplessità che lui dice siano diffuse in merito alla decisione vaticana. Non è questa, ha detto, la Chiesa che sa stare vicina alla gente. La realtà è una ed è impietosa: per molti cattolici oggi i vescovi sono “out” rispetto ai loro problemi. Così dice anche il sondaggio “O’Connell”. Le suore americane vengono commissariate dalla Congregazione per la Dottrina della Fede perché non in linea con la dottrina cattolica? Per molti fedeli a sbagliare è il Vaticano non le suore: “I tempi cambiamo, la Chiesa dovrebbe adeguarsi. E invece non lo fa. Dall’alto, dai giardini dorati d’oltre Tevere, impone i propri dettami” dicono. Mentre il sondaggio veniva rilanciato da America, il vescovo Daniel R. Jenky, di Peoria (diocesi suffraganea della più grande Chicago) convocava i cattolici nella cattedrale e sostanzialmente li invitava a non votare per Obama. “La storia occidentale è la storia di una continua persecuzione contro la Chiesa Cattolica”, ha detto, una persecuzione che oggi si ripete in tanti modi, anche grazie “alla radicale agenda pro aborto del nostro presidente Barack Obama”. E ancora: “Quei cattolici che si rifiutano di votare come dicono i vescovi sono tutti dei Giuda Iscariota”. Né più né meno: dei “Giuda Iscariota”. Parole durissime che il National Catholic Reporter non lascia passare inosservate: “Sono queste condanne – scrive la rivista – che testimoniano la distanza delle gerarchie dalla base, e che giustificano in qualche misura la fuga dei fedeli”. “Cosa direbbe al vescovo se poteste parlargli vis-à-vis?”, hanno chiesto Byron e Zech ai propri intervistati nel sondaggio commissionato loro dal vescovo O’Connell. Risposta: “Diremmo di non condannare i gay, ma accoglierli come figli di Dio, di riconoscere la parità delle donne, di avere una visione meno chiusa sul divorzio, di rinnovare la mentalità arcaica per diventare una religione aperta alla società” e ancora “di far sì che la Messa non diventi fonte di umiliazione per quanti non possono accostarsi alla comunione”. Insomma, il tema di fondo è uno: il rinnovamento, la spinta perché la Chiesa muti se stessa dall’interno delle proprie convinzioni e conquiste. Quello stesso rinnovamento che Benedetto XVI il 22 dicembre del 2005 ha chiesto alla Chiesa nel discorso rivolto alla Curia romana nel quarantesimo anniversario della conclusione del Concilio. Occorre un “rinnovamento nella continuità dell’unico soggetto-chiesa”, ha detto il Papa. E ancora: “E’ un soggetto che cresce nel tempo e si sviluppa, rimanendo però sempre lo stesso, unico soggetto del popolo di Dio in cammino”. Per il Papa, è evidente, il rinnovamento non può tradire la dottrina della Chiesa, ma un rinnovamento è comunque necessario. Per i “fuoriusciti” statunitensi, invece, riforma può anche essere rottura, purché riforma sia. E’ qui, su questo rapporto non ancora risolto tra passato e presente, tra tradizione e riforma che il cattolicesimo di oggi gioca la propria sfida più delicata e decisiva. Le nuove leve dell’episcopato statunitense sono prevalentemente di stampo conservatore. Non solo Charles J. Chaput, arcivescovo di Filadelfia, ma anche José H. Gómez, arcivescovo di Los Angeles. Anche Timothy Dolan (nella foto con Benedetto XVI), arcivescovo di New York e capo dei vescovi statunitensi, non è certo ascrivibile al filone progressista. Deve l’elezione alla guida dell’episcopato a Chaput che durante l’assemblea dei vescovi incaricata dell’elezione dirottò i propri voti su di lui. Presule prestigioso, energico e combattivo, non lascia passare più di una settimana senza aver polemizzato con l’amministrazione Obama, l’ultima durissima uscita è sulle nozze gay. Per queste sue posizioni che sovente il New York Times definisce “integraliste” guadagna non poche critiche. Eppure, per molti, è lui l’astro nascente, la stella che nonostante la terra d’origine (può essere ipotizzabile un futuro Pontefice proveniente dal paese ancora oggi leader mondiale?) molti vedono capace di dire la sua nel prossimo pur lontano conclave. Dolan ha il sostegno del Vaticano, o almeno di una parte di esso. Ma, si domandano in molti: può essere lui il faro a cui i cattolici scontenti delle gerarchie possono guardare di qui in avanti? Non è un mistero per nessuno che oltre il Tevere un presule statunitense di linea meno dura sia l’arcivescovo Joseph Tobin, segretario dei Religiosi. Redentorista, ha cercato di far valere oltre il Tevere le ragioni delle suore del suo paese. Non ci è riuscito, tanto che l’inchiesta di linea soft sulle suore che la sua Congregazione aveva avviato un paio di anni fa è stata di fatto chiusa per lasciar spazio all’inchiesta ben più invasiva promossa dalla Congregazione della Dottrina della Fede del quasi dimissionario, entro fine giugno dovrebbe lasciare, prefetto statunitense William Joseph Levada. Vaticano a parte, il sondaggio “O’Connell” dice di un cattolicesimo, quello statunitense, variegato e anche in sofferenza. Ancora sul New York Times è Ross Douthat a confermare la cosa. Dice: “Siamo una nazione di eretici in cui la maggior parte delle persone si considera cristiana, rivendicando, però, solo quella parte dottrinaria che considera più congeniale. Nessuno, inoltre, può realmente affermare in cosa consista e come possa essere definita la fede cristiana”. A conti fatti un dato sembra certo: tra i fedeli contrari alle gerarchie e le gerarchie stesse la distanza appare incolmabile. E così è anche negli altri paesi dove fedeli e preti insieme chiamano alla battaglia del dissenso contro il centralismo romano: Austria, Germania, Belgio, Irlanda, Svizzera. Dice ancora Douthat: “La Chiesa Cattolica statunitense è rimasta divisa al suo interno tra le fazioni liberal e conservatrice, distanti anni luce tra loro, un po’ come Rush Limbaugh e Bill Maher”. Di certo c’è un fatto. I vescovi americani, soprattutto le nuove leve, non sono arrivati nelle rispettive diocesi dalle nuvole, sono piuttosto stati scelti dal Papa. E’ stato lui a volere una certa linea. Lui che, in pochi l’hanno notato, ricevendo il 5 maggio scorso proprio un gruppo di vescovi americani, ha ricordato la necessità della fedeltà alla dottrina. Fedeltà in tutti i campi, anche e soprattutto in quello dell’insegnamento. Chi insegna discipline teologiche nelle scuole e università cattoliche deve avere il mandato dell’autorità ecclesiastica, anche per evitare la “confusione” e i “danni” che nascono quando emergono “istanze di apparente dissenso” tra chi sostiene certe posizioni e la guida pastorale della Chiesa. Il richiamo del Papa agli istituti cattolici affinché “riaffermino la loro identità” è un richiamo più vasto a tutto il mondo cattolico statunitense. E’ giusto, anche per lui, domandarsi perché i fedeli fuggano, ma è anche giusto, per lui senz’altro doveroso, rispondere senza tradire la propria identità.

Paolo Rodari, Il Foglio
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