Cosa nasconde il tedesco del professor Ratzinger? Nei discorsi e scritti quanto per primo sperimenta e comprende desidera poi trasformarlo in dono

Come accade per ogni vero maestro, i discorsi o scritti più importanti di Papa Benedetto XVI sono l’espressione dell’uomo Joseph Ratzinger. Quanto egli per primo sperimenta e comprende, egli desidera poi trasformarlo in dono, tutto teso a comunicare un bene al destinatario, facendolo partecipe di un cammino conoscitivo per approfondire l’incontro con la persona di Gesù Cristo, il Figlio di Dio. Egli stesso nell’introduzione al I volume "Jesus von Nazareth" (2007) sottolinea l’intento da cui nasce il libro: esso non vuole essere "un atto magisteriale", bensì "unicamente espressione della mia ricerca personale del 'volto del Signore'", e questo perché al testo egli giunge "dopo un lungo cammino interiore". A un simile personale cammino di incontro con la persona di Gesù, Papa Ratzinger desidera portare ogni interlocutore che gli dimostri un “anticipo di simpatia”. Ma come egli conquista il singolo interlocutore? Con quali espedienti stilistici e linguistici lo coinvolge nel suo personale cammino di conoscenza? Leggere i suoi testi in lingua originale è davvero un’esperienza che diviene ancor più piacevole e stimolante per chiunque abbia il desiderio di imparare o insegnare il tedesco a partire dalla sua forma linguistica e stilistica migliore: veramente ampia sarebbe la scelta da cui trarre validi esempi. A livello lessicale i testi sono spesso ricchi di derivati, ovvero di quelle forme di parola la cui costruzione deriva da un’altra più semplice, e quindi spesso facilmente riconoscibile (Erneuerung da neu, “nuovo”). Nel libro "Licht der Welt", ad esempio, in una risposta spicca il verbo di derivazione latina 'extrapolieren', sinonimo dei ben più “tedeschi” termini 'herausziehen', 'herausbekommen', 'herausfinden'…, come poco più avanti colpisce un enunciato i cui unici quattro sostantivi sono quattro derivati uno in fila all’altro. L’analisi di una tale ricchezza può pertanto facilmente stimolare il gioco linguistico di riconoscimento o di formazione di nuovi termini da parte degli studenti. Se dunque da una parte le frasi dimostrano un linguaggio sempre molto preciso e perfettamente corretto, ma semplice nella scelta dei termini, dall’altra Joseph Ratzinger non perde mai l’occasione di coinvolgere l’interlocutore con l’uso di esempi e attraverso l’uso di una o più domande.Osservando uno dei più noti discorsi degli ultimi mesi, quello al Bundestag tedesco (settembre 2011), si resta affascinati dalla chiara e semplice modalità con la quale Benedetto XVI ha voluto accompagnare fin dalle prime battute i suoi non altrettanto semplici interlocutori al cuore della questione: la richiesta del Re Salomone di ricevere da Dio un cuore docile per saper distinguere il bene dal male è e resta la questione decisiva per ogni uomo politico. Attraverso un continuo simulato interloquire con i membri del Bundestag, ricco di interrogativi e di chiare immediate risposte, egli porta i suoi ascoltatori quasi per mano dal primo passo all’ultimo ad approfondire il nucleo del suo messaggio. Su sei interrogativi, formulati per definire in modo evidente i passaggi centrali del discorso, cinque sono costituiti da almeno due domande (che diventano quattro in uno degli ultimi paragrafi) e solo uno è costituito da una singola domanda: questa però non è altro che la sintesi delle domande formulate nel paragrafo precedente! Si incontra così un’altra delle affascinanti caratteristiche del linguaggio “ratzingeriano”: da vero maestro, intento solo a portare il discente a comprendere pienamente, Papa Ratzinger non ha paura di riprendere lo stesso termine nelle frasi successive. Numerose sono le ripetizioni di uno stesso termine in forme più o meno simili, cosa che chiunque cercherebbe di evitare, scovando chissà quali altri termini fra ostici o incomprensibili neologismi, pur di evitare l’onta di una ripetizione. Nel capitolo dedicato alle parabole nel già citato testo "Jesus von Nazareth", ad esempio, Joseph Ratzinger ripete l’avverbio 'von innen her' (letteralmente “dal di dentro”) per tre volte in poche righe, cosa che il traduttore italiano non osa fare. L’importanza della tripla ripetizione dello stesso avverbio, invece, si coglie nella funzione che esso deve avere per l’autore. Nel passaggio in cui esso compare il messaggio sembra infatti divenire un chiaro e fermo invito al lettore a prendere coscienza “dall’intimo del proprio animo” della validità della tesi proposta. Tale invito, inteso come libera risposta personale, diviene nel lettore “compito”, ovvero responsabilità di verificare in prima persona la promessa, in questo caso l’auspicata immedesimazione con il protagonista della parabola, valutando e sperimentando personalmente quanto descritto.Per nulla difficile risulta pertanto la lettura dei testi di Joseph Ratzinger nella loro lingua originale, esempio del miglior tedesco degli ultimi tempi. Non altrettanto semplice, invece, risulta sottrarsi all’immedesimazione, nella quale l’uomo Ratzinger, che in tali testi sempre si palesa, desidera coinvolgerci. La sfida resta sempre aperta con lui, ma coloro che la colgono imparano molto e molto hanno sempre da scoprire.

Lucia Salvato, Il Sussidiario.net

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