Rowan Williams: l’abitudine alla contemplazione ci spoglia da una sconsiderata sensazione di superiorità nei confronti degli altri battezzati e dal pregiudizio che nulla abbiamo da imparare da loro

Ieri pomeriggio, durante la quinta Congregazione generale del Sinodo dei vescovi, alla presenza del Santo Padre, il presidente delegato ha dato la parola a Rowan Douglas Williams, Arcivescovo di Canterbury, Primate di tutta l'Inghilterra e della Comunione Anglicana. È la contemplazione la chiave della nuova evangelizzazione per Williams. L’arcivescovo di Canterbury sarà fino alla fine dell’anno il primate della Chiesa anglicana di Inghilterra. La nomina del suo successore sembra ancora in fase di stallo, e potrebbe non avvenire per mesi. In dieci anni alla guida della Chiesa anglicana, Williams ha dato nuova forza e vigore allo slancio ecumenico; ha dovuto fronteggiare le derive della sua Chiesa, dilaniata come non mai da una lotta tra progressisti e conservatori; ha stretto allo stesso tempo i legami con Roma. E forse la spiegazione migliore di come abbia fatto a rimanere saldo nella fede, nonostante le correnti avverse, è nel suo discorso, tutto da leggere, centrato sull’importanza della contemplazione. Perché, ha detto Williams,“la contemplazione rappresenta l’unica risposta definitiva al mondo irreale e folle che i nostri sistemi finanziari, la nostra cultura pubblicitaria e le nostre emozioni caotiche e incontrollate ci incoraggiano ad abitare. Imparare la pratica contemplativa significa imparare ciò di cui abbiamo bisogno per vivere fedelmente, onestamente e amorevolmente. Si tratta di un fatto profondamente rivoluzionario”. Come in fondo rivoluzionario è il messaggio del cristianesimo. Williams è partito da lontano, dalla “grande promessa” rappresentata dal Concilio Vaticano II cinquanta anni fa anche per quelli “al di là dei confini della Chiesa cattolica romana”, perché “la Chiesa si poneva delle domande sull’adeguatezza della propria cultura e delle proprie strutture per il compito di condividere il Vangelo con lo spirito complesso, spesso ribelle, sempre inquieto, del mondo moderno”. Era un liberarsi delle catene dell’interpretazione neoscolastica, un trovare un modo nuovo di guardare alla Chiesa. Un po’ come ieri, cinquant’anni dopo, ci dovremmo liberare delle catene delle interpretazioni del Concilio, come ha chiesto Benedetto XVI nell’Udienza generale di mercoledì. E che la sintonia tra Williams e Benedetto XVI sia enorme si comprende dalle citazioni del primate anglicano. Come Joseph Ratzinger teologo, così Williams guarda alla Chiesa delle origini per liberare dalle catene delle interpretazioni la Chiesa di oggi. Come Benedetto XVI, così Williams punta direttamente alla contemplazione, perché si evangelizza a partire dalla preghiera . “Essere convertiti alla fede – ha detto Williams – non significa semplicemente acquisire un nuovo bagaglio di credenze, ma diventare una persona nuova, una persona in comunione con Dio e con gli altri attraverso Gesù Cristo”. Evangelizzare significa mostrare “senza veli” al mondo il volto umano che riflette il volto del Figlio rivolto verso il Padre, e per questo – ha affermato il primate anglicano – si deve “a un impegno serio per la promozione di tale preghiera e di tali pratiche”. Che non significa – ammonisce Williams – “che una trasformazione “interiore” è più importante dell’azione a favore della giustizia; anzi, è una maniera di insistere sul fatto che la chiarezza e l’energia di cui abbiamo bisogno per fare giustizia ci richiede di lasciare spazio alla verità, affinché la realtà di Dio possa emergere. Altrimenti la nostra ricerca della giustizia o della pace si trasforma in un altro esercizio della volontà umana, insidiato dalla nostra umana capacità di ingannare noi stessi. Le due vocazioni sono inseparabili, la vocazione alla “preghiera e alla azione giusta”, come disse il martire protestante Dietrich Bonhoeffer, scrivendo dalla sua cella nel 1944. È un tema fondante anche del Pontificato di Benedetto XVI, che ha voluto fondare anche l’azione diplomatica della Santa Sede a partire dal concetto di verità. Perché è vero che l’agenda internazionale della Santa Sede è il bene comune, e che il centro della sua missione è lo sviluppo umano integrale. Ma è anche vero, ha sostienuto Williams, che “proclamare il Vangelo equivale a proclamare che in definitiva è possibile essere veramente umani: la fede cattolica e cristiana rappresenta un ‘vero umanesimo’”. Ma, si è chiesto il primate anglicano, facendo sua la domanda del teologo Henry de Lubac, “noi non sostituiamo il compito evangelico con una campagna di “umanizzazione”. “Umanizzare prima di cristianizzare? - scrive de Lubac in “Paradossi della fede" - Se l’impresa riesce, il cristianesimo giungerà troppo tardi: il suo posto sarà già stato occupato. E chi pensa che il cristianesimo non abbia un valore umanizzante?”. E allora, ha sostenuto Williams, “l’evangelizzazione, vecchia o nuova che sia, deve radicarsi in una profonda fiducia che tutti noi abbiamo uno specifico destino umano da mostrare e da condividere con il mondo”. È un’evangelizzazione che parte dalla contemplazione del volto di Dio, dallo stare al suo cospetto. Per questo il primate anglicano mostra grande simpatia per “i segni dei tempi”, rappresentati da movimenti e comunità di preghiera. “Quando la storia cristiana dei nostri tempi – ha affermato - verrà scritta in una prospettiva prevalentemente (anche se non esclusivamente) europea e nordamericana, ci renderemo conto del ruolo centrale e vitale di luoghi come Taizé oppure Bose, ma anche di comunità più tradizionali, che sono diventate punti nodali per l’esplorazione dell’umanità in un senso più ampio e più profondo di quanto chiedono le abitudini sociali. E le grandi reti spirituali, come Sant’Egidio, i Focolari, Comunione e Liberazione mostrano a loro volta lo stesso fenomeno: sono aperte a una visione umana più profonda poiché tutte, ciascuna a modo suo, offrono una disciplina di vita personale e comune il cui scopo è far sì che la realtà di Gesù diventi viva in noi”. Ha ricordato, Williams, il carisma di Chiara Lubich, fondatrice dei Focolari: “Che tutti siano uno”. Intende l’ecumenismo spirituale come “una ricerca condivisa per promuovere e per sviluppare discipline di contemplazione con la speranza di svelare il volto della nuova umanità”. E ha affermato: “L’abitudine alla contemplazione ci spoglia da una sconsiderata sensazione di superiorità nei confronti degli altri battezzati e dal pregiudizio che nulla abbiamo da imparare da loro. Nella misura in cui l’abitudine alla contemplazione ci aiuta ad avvicinare qualsiasi esperienza come un dono, dovremmo chiederci costantemente cosa un fratello o una sorella possono condividere con noi, anche quando il fratello o la sorella sono in un modo o nell’altro separati da noi oppure da ciò che consideriamo come la pienezza della comunione. 'Quambonum et quam iucundum'". È la contemplazione la chiave alla nuova evangelizzazione. Ha concluso Williams: “Se la nostra evangelizzazione non riesce ad aprire la porta a tutto ciò, rischierà di cercare di far poggiare la fede sul fondamento di un insieme non trasformato di abitudini umane...e il risultato ben noto sarà che la Chiesa apparirà disgraziatamente altrettanto ansiosa, affaccendata, competitiva e dominante quanto molte altre istituzioni puramente umane”. E allora “un’autentica iniziativa di evangelizzazione sarà sempre anche una nuova evangelizzazione di noi stessi come cristiani, una riscoperta del motivo per cui la nostra fede è diversa, perché trasfigura; insomma, un ripristino della nostra nuova umanità”. A conclusione di Congregazione, l’arcivescovo di Canterbury è stato ricevuto in udienza dal Santo Padre nello studio dell’aula del Sinodo.

Andrea Gagliarducci, Korazym.org

INTERVENTO DI SUA GRAZIA ROWAN DOUGLAS WILLIAMS, ARCIVESCOVO DI CANTERBURY, PRIMATE DI TUTTA L'INGHILTERRA E DELLA COMUNIONE ANGLICANA (GRAN BRETAGNA)

Commenti