Mons. Braz de Aviz: molti consacrati lasciano perché non si sentono più felici nella comunità. Non sappiamo rapportarci, come autorità e obbedienza

In molti Paesi Occidentali, il crollo del numero dei religiosi è in caduta verticale: "In dieci anni - ad esempio - le suore in Francia sono calate da 36.000 a 6.000". Lo sottolinea mons.
João Braz de Aviz, prefetto della Congregazione per gli Istituti di vita consacrata e le Società di vita apostolica, in un'intervista rilasciata a L'Osservatore Romano alla vigilia della XVI Giornata Mondiale della Vita Consacrata. Il 18 febbraio il presule brasiliano sarà creato cardinale da Benedetto XVI. "Una delle questioni basilari - afferma il capo dicastero - è che i rapporti interpersonali sono malati. Non sappiamo rapportarci, né come autorità e obbedienza, né come fraternità. Tutto ciò provoca un male molto grande, perché questa solitudine che nel mondo è individualismo, nella comunità può diventare angoscia e non risolve il problema interiore". "Non a caso - osserva il prefetto - molti consacrati e consacrate escono dagli istituti non perché non sentano la vocazione, ma perché non si sentono più felici nella comunità. È un fenomeno che desta attenzione, perché in un certo senso è un po’ nuovo, essendo legato alla globalizzazione e alla ricerca della felicità umana. E perché viene fuori? Perché la maggior qualità evangelica va di pari passo all’attenzione a questo nuovo momento della storia umana". "Abbiamo anche sentito dai vescovi dell’Australia - rivela Braz de Aviz - che quasi non si percepisce più la presenza e l’importanza dei religiosi. Abbiamo dialogato con loro su questo, perché ci sembrava che occorresse, al contrario, maggiore attenzione. Ci sono nazioni, invece, dove c’è una crescita enorme. Penso all’India, alla Corea e ad altri Paesi d’Oriente, nei quali il numero dei consacrati è in aumento. Anche in Africa ci sono tantissime vocazioni, che devono essere ben vagliate per comprenderne le motivazioni profonde. Notiamo poi che nei luoghi dove c’è una maggiore qualità di vita evangelica, proprio lì comincia una nuova sensibilità". "Si nota che individualmente i religiosi non possiedono niente, però l'istituzione non dà sempre la stessa testimonianza". "Non è che siamo contro i beni o diciamo che la Chiesa non possa avere tutto ciò di cui ha bisogno", afferma il presule nell'intervista. "Ma la domanda - prosegue - è un'altra: perché non circolano? Mettiamo il caso di una congregazione che abbia in banca una somma consistente, in vista di una maggiore sicurezza per la vecchiaia dei suoi membri. E' questa la finalità? Quei soldi non potrebbero servire a un altro istituto? A un pezzo di Chiesa sofferente che ha bisogno? Perché non sappiamo dire che mettiamo i nostri averi a disposizione di tanti altri? Notiamo che non sempre c'è questa sensibilità o questa disponibilità a far circolare i beni. E ciò, invece, aiuterebbe tanto e potremmo soccorrere situazioni molto difficili, divenendo anche più liberi da tutto quello che abbiamo. Alle volte ho l'impressione che manca un senso profondo della Provvidenza di Dio. Siamo entrati un po' in un'ottica consumistica. Assisto anche alle volte a divisioni a causa dei beni e questo indica che lo spirito non è corretto. C'è una figura nuova che sta prendendo corpo in Australia, in Canada e negli Stati Uniti d'America, dove molti religiosi si stanno organizzando in 'corporazioni'. Si tratta di un'entità nuova, che accomuna membri di vari ordini o opere dello stesso ordine per una maggiore sicurezza, efficacia ed economia. Come Congregazione stiamo seguendo questa realtà, ma ancora non sappiamo bene come si evolverà, perché è una cosa nuova".


Agi, TMNews

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