Il Papa: il silenzio è capace di scavare uno spazio interiore nel profondo di noi stessi, per farvi abitare Dio, perché la sua Parola rimanga in noi

Udienza generale questa mattina in Piazza San Pietro dove il Santo Padre ha incontrato gruppi di fedeli e pellegrini provenienti dall’Italia e da ogni parte del mondo. Nella catechesi il Papa, concludendo il ciclo sulla preghiera di Gesù, ha incentrato la sua meditazione sull’importanza del silenzio nel nostro rapporto con Dio. “La croce di Cristo – ha esordito il Papa – non mostra solo il silenzio di Gesù come sua ultima parola al Padre, ma rivela anche che Dio parla per mezzo del silenzio”. “L’esperienza di Gesù sulla croce”, in questa prospettiva, “è profondamente rivelatrice della situazione dell’uomo che prega e del culmine dell’orazione: dopo aver ascoltato e riconosciuto la Parola di Dio, dobbiamo misurarci anche con il silenzio di Dio, espressione importante della stessa Parola divina”. Secondo il Papa, “la dinamica di parola e silenzio, che segna la preghiera di Gesù in tutta la sua esistenza terrena, soprattutto sulla croce, tocca anche la nostra vita di preghiera in due direzioni”. La prima è quella che riguarda l’accoglienza della Parola di Dio: “È necessario il silenzio interiore ed esteriore perché tale parola possa essere udita”, e questo “è un punto particolarmente difficile per noi”, ha constatato il Papa. “La nostra – l’analisi di Benedetto XVI – è un’epoca in cui non si favorisce il raccoglimento; anzi a volte si ha l’impressione che ci sia paura a staccarsi, anche per un istante, dal fiume di parole e di immagini che segnano e riempiono le giornate”. Citando quindi la “Verbum Domini” ha ricordato come “la grande tradizione patristica ci insegna che i misteri di Cristo sono legati al silenzio e solo in esso la Parola può trovare dimora in noi, come è accaduto in Maria, inseparabilmente donna della Parola e del silenzio”. Un principio, questo, che “vale per la preghiera personale, ma anche per le nostre liturgie: per facilitare un ascolto autentico, esse devono essere anche ricche di momenti di silenzio e di accoglienza non verbale”. “I Vangeli presentano spesso, soprattutto nelle scelte decisive – ha proseguito il Santo Padre – Gesù che si ritirava tutto solo in un luogo appartato dalle folle e dagli stessi discepoli per pregare nel silenzio e vivere il suo rapporto filiale con Dio”. “Il silenzio – ha spiegato infatti il Papa – è capace di scavare uno spazio interiore nel profondo di noi stessi, per farvi abitare Dio, perché la sua Parola rimanga in noi, perché l’amore per Lui si radichi nella nostra mente e nel nostro cuore, e animi la nostra vita”. Tuttavia, non basta fare silenzio per lasciare spazio a Dio. Spesso, ha proseguito Benedetto XVI, è anche Dio a fare silenzio con noi e in quel caso "proviamo quasi un senso di abbandono, ci sembra che Dio non ascolti e non risponda. Ma questo silenzio di Dio, come è avvenuto anche per Gesù, non segna la sua assenza. Il cristiano sa bene che il Signore è presente e ascolta, anche nel buio del dolore, del rifiuto e della solitudine. Gesù rassicura i discepoli e ciascuno di noi che Dio conosce bene le nostre necessità in qualunque momento della nostra vita”. Come Gesù insegna ai suoi discepoli, “Dio ci conosce nell’intimo, più di noi stessi, e ci ama: questo deve essere sufficiente”. Nella Bibbia l’esperienza di Giobbe è, per il Papa, “particolarmente significativa”: “Quest’uomo lentamente perde tutto: familiari, beni, amici, salute; sembra proprio che l’atteggiamento di Dio verso di lui sia quello dell’abbandono, del silenzio totale. Eppure Giobbe, nel suo rapporto con Dio, nella sua preghiera, nonostante tutto, conserva intatta la sua fede e, alla fine, scopre il valore della sua esperienza e del silenzio di Dio”. Proprio per essere stato capace di “conservare intatta” la fede in Dio, nonostante le sventure della vita, ha potuto dire alla fine: “Io ti conoscevo solo per sentito dire, ma ora i miei occhi ti hanno veduto”: “Noi tutti quasi conosciamo Dio solo per sentito dire e quanto più siamo aperti al suo silenzio e al nostro silenzio, tanto più cominciamo a conoscerlo realmente". "San Francesco Saverio pregava dicendo al Signore: io ti amo non perché puoi darmi il paradiso o condannarmi all’inferno, ma perché sei il mio Dio. Ti amo perché Tu sei Tu”.Il Papa ha citato le parti del Compendio del Catechismo della Chiesa Cattolica che ci spiegano che “Gesù c’insegna a pregare, non solo con la preghiera del Padre nostro, ma anche quando prega. In questo modo, oltre al contenuto, ci mostra le disposizioni richieste per una vera preghiera: la purezza del cuore, che cerca il Regno e perdona i nemici; la fiducia audace e filiale, che va al di là di ciò che sentiamo e comprendiamo; la vigilanza, che protegge il discepolo dalla tentazione”. "Percorrendo i Vangeli - ha proseguito - abbiamo visto come il Signore sia, per la nostra preghiera, interlocutore, amico, testimone e maestro. In Gesù si rivela la novità del nostro dialogo con Dio: la preghiera filiale, che il Padre aspetta dai suoi figli. E da Gesù impariamo come la preghiera costante ci aiuti ad interpretare la nostra vita, ad operare le nostre scelte, a riconoscere e ad accogliere la nostra vocazione, a scoprire i talenti che Dio ci ha dato, a compiere quotidianamente la sua volontà, unica via per realizzare la nostra esistenza". "A noi, spesso preoccupati dell’efficacia operativa e dei risultati che onseguiamo, la preghiera di Gesù indica che abbiamo bisogno di fermarci, di vivere momenti di intimità con Dio, staccandoci dal frastuono di ogni giorno, per ascoltare, per andare alla radice che sostiene e alimenta la vita”. “Il punto più alto di profondità nella preghiera al Padre, Gesù lo raggiunge al momento della Passione e Morte, in cui pronuncia l’estremo ‘sì’ al progetto di Dio e mostra come la volontà umana trova il suo compimento proprio nell’adesione piena alla volontà divina”, ha concluso il Papa, secondo il quale “nella preghiera di Gesù, nel suo grido al Padre sulla croce, confluiscono ‘tutte le angosce dell’umanità di ogni tempo, schiava del peccato e della morte, tutte le implorazioni e le intercessioni della storia della salvezza... Ed ecco che il Padre le accoglie e, al di là di ogni speranza, le esaudisce risuscitando il Figlio suo. Così si compie e si consuma l’evento della preghiera nell’Economia della creazione e della salvezza’”. "Chiediamo con fiducia al Signore - ha concluso il Pontefice - di vivere il cammino della nostra preghiera filiale, imparando quotidianamente dal Figlio Unigenito fattosi uomo per noi come deve essere il nostro modo di rivolgerci a Dio. Le parole di San Paolo sulla vita cristiana in generale, valgono anche per la nostra preghiera: 'Io sono infatti persuaso che né morte né vita, né angeli né principati, né presente né avvenire, né potenze, né altezza né profondità, né alcun'altra creatura potrà mai separarci dall'amore di Dio, che è in Cristo Gesù, nostro Signore'".

SIR, Radio Vaticana

L’UDIENZA GENERALE - il testo integrale della catechesi e dei saluti del Papa

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