venerdì 20 aprile 2012

Benedetto XVI, una bio-bliografia. Dai due volumi su Gesù di Nazaret ai sedici dell'Opera omnia: basta riguardare i libri per rileggere il Pontificato

Forse il capitolo sulla Resurrezione del secondo volume del "Gesù di Nazaret" è stato quello più sudato da Benedetto XVI in tutta la sua carriera di teologo. Perché la Resurrezione è la chiave per comprendere tutta la rivelazione, rappresenta il senso di essere cristiani. Ora, Benedetto XVI sta lavorando a quella che è l’ultima fatica da teologo: il terzo volume su Gesù di Nazaret, quello sui Vangeli dell’Infanzia. Speravano che potesse essere pubblicato in tempo per gli 85 anni. Ma più probabilmente il libro sarà dato alle stampe a ottobre. Dopo sette anni di Pontificato, si può ripercorrere a ritroso la storia di Benedetto XVI partendo dai libri che ha scritto. Una storia di vita, più che una bibliografia. Perché all’interno dei suoi scritti sono racchiusi molti dei temi che saranno poi propri non solo del Pontificato, ma di tutta quanta la sua stessa vita. La chiave di tutto è ovviamente la figura di Gesù di Nazaret. Da tempo progettava di scrivere un libro su Gesù. Probabilmente sin dai primi tempi da teologo all’università. Papa Ratzinger vi era arrivato dopo una esperienza pastorale come viceparroco nella Chiesa del Preziosissimo Sangue. E lì, ascoltando le confessioni dei fedeli, comprese. Comprese che non era più una Chiesa di pagani diventati cristiani, ma di una Chiesa di cristiani che si chiamano ancora cristiani eppure sono pagani. E da lì allargò l’orizzonte, e guardò a tutta l’Europa, alla storia dell’Europa che da quattrocento anni ha perso la sua identità. Ne scrive un saggio, “I nuovi pagani e la Chiesa”. Ma quel pensiero non lo abbandonerà più. Diventerà un tema portante del suo pensiero. Nel 1992 scriverà “Una svolta per l’Europa” (citato dal premier Mario Monti quando è andato in visita in Vaticano) e che poi sfocerà in un libro scritto a quattro mani con l’allora presidente del Senato Marcello Pera nel 2004. Sono sedici i volumi dell’Opera omnia di Joseph Ratzinger che stanno venendo ripubblicati. Il lavoro di raccolta dell’opera Omnia nasce, ovviamente, in tedesco. E’ quella la lingua con cui Joseph Ratzinger scrive i suoi libri, la lingua con cui ha portato avanti gli studi in teologia. Ogni volume ha l’approvazione speciale del Papa. Il quale ha chiesto che i testi abbiano tutti come autore Joseph Ratzinger, e non Benedetto XVI, per favorire il dibattito accademico sui suoi studi, slegandoli dal dogma dell’infallibilità papale. In Italia, cura la pubblicazione la Libreria Editrice Vaticana. È significativo che il primo volume dell’Opera omnia ad essere pubblicato sia stato “Teologia della Liturgia”, ovvero l’undicesimo della serie. Una scelta dello stesso Benedetto XVI, il quale ha scritto nell’introduzione che “la liturgia della Chiesa è stata per me, fin dalla mia infanzia, l’attività centrale della mia vita”. Tanto che a partire da qui si può comprendere la rivoluzione tranquilla di Benedetto XVI che non riguarda solo la Curia, ma anche il modo di pregare. Così, a piccoli passi, il Papa ha chiesto che il crocifisso fosse posizionato al centro dell’altare, poi ha disposto che quanti prendevano la comunione dalle sue mani l’avrebbero dovuta prendere in ginocchio, poi ha liberalizzato l’antico rito, un provvedimento controverso all’interno della Chiesa, ma che si inserisce in un disegno di unire l’intera comunità cristiana. Ed è ancora più significativo che in Germania, dove l’Opera omnia è curata dal vescovo di Ratisbona Gerhard Ludwig Müller, sia stato appena ripubblicato “Il Popolo di Dio in Sant’Agostino", il primo volume della serie, che non è altro che la tesi di dottorato che Joseph Ratzinger portò a termine nel 1950. Cosa è il Popolo di Dio? È un popolo eucaristico. La Chiesa, scriveva, “si costituisce sempre intorno all’altare”. È la stessa idea, Müller lo ha sostenuto con forza presentando il volume, che ha guidato il Pontificato. Ma il vescovo di Ratisbona è andato oltre, affermando che le “numerose interpretazioni” che sono state fatte del Pontificato sono nella maggior parte fallite. Soprattutto quelle che hanno riguardato, durante il viaggio di Benedetto XVI in Germania, l’interpretazione della parola demondanizzazione. Infatti, basterebbe piuttosto partire dalla ecclesiologia che, basata su Agostino, precedeva il Concilio Vaticano II e il suo ritorno ai Padri come il vescovo di Ippona. Perché per Papa Ratzinger essere “attorno all’altare” non significa chiudersi di fronte al mondo, alla collaborazione con gli stati, all’uso del beni per la carità. Non è uno “spiritualismo” che allontana il Popolo di Dio dalla realtà. Al contrario, permette al credente di essere nel mondo, ma non del mondo. È così che il credente porta la “nuova forza della fede nell’unità degli uomini nel Corpo di Cristo, come un elemento di trasformazione che Dio stesso porterà a compimento quando questa storia sarà ormai giunta al suo traguardo”. Demondanizzare è trasformare e unire, e per farlo la Chiesa ha un mezzo che ha radici antichissime: il diritto canonico, l’unico diritto realmente globale e universale del mondo, sul quale Benedetto XVI ha incardinato una parte della sua rivoluzione tranquilla. Antonio Rosmini sosteneva che “la persona umana è l’essenza del diritto”, e Benedetto XVI fece sue queste parole in occasione del venticinquesimo anniversario della promulgazione del Codice di Diritto Canonico. E poi continuò: “Lo Ius Ecclesiae non è solo un insieme di norme prodotte dal Legislatore ecclesiale. È in primo luogo la dichiarazione autorevole dei doveri e dei diritti che si fondano nei sacramenti e che sono quindi nati dall’istituzione di Cristo stesso”. Basta riguardare i libri di Joseph Ratzinger per rileggere il Pontificato. E serve guardare anche un po’ avanti, a quel terzo volume del Gesù di Nazaret. Grande attenzione dovrebbe essere prestata alla nascita di Gesù. Come la Resurrezione è il compimento della storia, la nascita ne rappresenta l’inizio. In “Immagini di speranza. Le feste cristiane in compagnia del Papa”, Joseph Ratzinger si chiede chi riconobbe Gesù. E trova la risposta nel Vangelo di Matteo: a non riconoscere fu Erode e “tutta Gerusalemme con lui”, ovvero i dotti, gli specialisti dell’interpretazione. “E la nostra posizione qual è? – si chiede - Siamo tanto lontani dalla stalla appunto perché siamo troppo raffinati e intelligenti per questo? Non ci perdiamo anche noi in una dotta esegesi biblica, nei tentativi di dimostrare l’inautenticità o l’autenticità storica di un certo passo, al punto da divenire ciechi nei confronti del Bambino e non percepire più nulla di lui? Non viviamo anche noi troppo in 'Gerusalemme', nel palazzo, racchiusi in noi, nella nostra autonomia, nella nostra paura di persecuzione, sì da non riuscire più a percepire di notte la voce degli angeli, unirci ad essa e adorare?”.

Andrea Gagliarducci, Korazym.org
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