Il Papa in Libano. Benedetto XVI nel Paese dopo la 'primavera araba' per sostenere i cristiani e ridargli il senso della loro presenza

L'annunciato viaggio di Benedetto XVI in Libano (14-16 settembre 2012) ha una sua particolare urgenza per i rivolgimenti in cui è in preda la regione. Certo, il motivo evidente è anzitutto quello di diffondere l'Esortazione Apostolica che lui ha scritto in base a tutti i suggerimenti venuti dal Sinodo. Ma un motivo più profondo è quello di domandare ai cristiani di ridare alle loro società il senso profondo della Primavera araba, spesso snaturato dai politici e dai movimenti estremisti. Il Sinodo delle Chiese del Medio oriente è avvenuto nell'ottobre 2010. Nel dicembre 2010 e nel gennaio 2011 è cominciata la cosiddetta "Primavera araba". Da allora tutto il mondo arabo è in piena ebollizione. Qualcuno ha detto che il Sinodo aveva pre-sentito tutti i cambiamenti che si stanno verificando oggi. Ma le crogiolanti trasformazioni di cui è oggetto il mondo arabo stanno cambiando il suo volto in modo radicale e costringe al cambiamento anche la vita dei cristiani.
La ‟Primavera araba" e la sua evoluzione. La Primavera araba è stata anzitutto una grande speranza: il movimento dei giovani in Tunisia, Egitto, Libia e anche altrove, si è mosso per garantire giustizia, parità, democrazia, dignità umana, e soprattutto libertà, che manca un po' dappertutto nella regione. La libertà era uno dei temi forti del Sinodo, insieme agli altri temi menzionati. Un altro aspetto. presente soprattutto in Egitto, dove vive una forte comunità cristiana copta, era il sostegno a un'idea di parità fra musulmani e cristiani: si diceva "siamo tutti una mano sola"; "non vogliamo più guardare o farci frenare dalla differenza religiosa"; ‟siamo tutti cittadini". Tutti ricordiamo la bandiera egiziana con i simboli della croce e del Corano, le mani che si uniscono, ecc. Quando il movimento islamista ha cominciato a farsi sentire, dopo essere rimasto estraneo e in opposizione alla "Primavera", i giovani musulmani e cristiani hanno chiesto insieme che non ci fosse la sharia, un sistema religioso, ma che ci fosse rispetto per tutte le religioni e fedi. Gridavano: ‟Siamo tutti credenti, ma lasciateci credere come l'intendiamo". Pochi mesi dopo si è giunti ad una seconda tappa: prima sono penetrati lentamente gli islamisti, i Fratelli Musulmani; più tardi i salafiti, che sono più estremisti di loro. Con il sostegno, finanziario e ideologico, dell'Arabia saudita e poi dal Qatar, è iniziata una lotta interna all'islam. Oggi nella "Primavera araba" domina un conflitto fra diversi tipi d'islam. Ciò è visibile in Tunisia, Egitto, Bahrein, Yemen e Siria. Il risultato è davanti agli occhi di tutti : gli islamisti hanno preso il potere in Tunisia, in Egitto e in Libia, e rischiano di prenderlo in Siria. Questa nuova situazione è allarmante per tutti, e più particolarmente per i cristiani, con il rischio che una parte di loro (i più capaci d'integrarsi in Occidente) abbandona la loro patria per emigrare in Paesi più liberali.
Sostenere i cristiani e costruire la nuova società. Di fronte a questa situazione imprevista e sconosciuta, è urgente rafforzare i cristiani che si sentono esitanti sulle scelte da compiere. E questa è la ragione profonda per la venuta del Papa in Libano e in Medio oriente. Ciò è ancora più urgente nel caso della Siria. Qui, ogni giorno decine, anche centinaia di persone vengono uccise. Per i cristiani sembra non esserci altra scelta che il fuggire, o farsi uccidere. Perché il Papa viene proprio in Libano? La prima risposta è che non vi sono altri Paesi mediorientali dove andare, in cui esistano sicurezza e cristiani. In Iraq vi sono cristiani, ma non vi è sicurezza. In Egitto i cattolici sono una minoranza che non supera le 250mila persone, senza peso in una società di 84 milioni di abitanti. In Tunisia non vi sono cristiani o quasi. Rimane quindi il Libano, dove esiste una comunità cattolica di peso, rispettata e attiva, con una forte infrastruttura organizzativa. Ma c'è anche un altro motivo: il Papa viene in Libano con l'occhio alla Siria, con cui il Libano e i cristiani libanesi hanno molti legami. Egli viene per dare un indirizzo ai cristiani, che sono divisi sulla politica e sul da fare nella crisi siriana. In Siria la crisi è gravissima. La gerarchia cristiana in Siria, tutte le denominazioni, preferisce il regime non democratico, assolutista di Assad, che però garantisce sicurezza e una larga libertà religiosa. Il popolo è diviso: la classe più alta è con il regime, perché essa ha spazi per vivere e negoziare in tranquillità. Questo vale anche per i musulmani ricchi delle grandi città come Damasco e Aleppo. Ma le classi meno agiate soffrono problemi e soprusi. Chi cerca un po' di giustizia e democrazia non può essere con il governo; soprattutto, chi la pensa politicamente diversamente dal governo non può esprimersi a rischio di prigione e torture. Il punto è che se cambia questo governo, l'unico a sostituirlo, sarà un governo islamista, col sostegno dell'Arabia saudita e del Qatar. Io spero che il Papa, venendo in Libano, dica una parola equilibrata, che cancelli il disagio attuale dei cristiani.
Perché il Libano. Un ulteriore motivo è che la presenza dei cristiani e dei cattolici in Libano è una presenza apprezzata e aiuta il resto dei cristiani del Medio Oriente attraverso i media. La stampa libera, le radio cattoliche (come La Voce della Carità), o i canali televisivi (NoorSat, Telelumière, ecc..) sono seguiti da tutto il mondo della diaspora in America, Svezia, Germania, Kuwait, ecc.. Parlare in Libano significa parlare a tutti i cristiani orientali sparsi del mondo per dare loro il messaggio del Sinodo: rimanete in Medio oriente; qui è la vostra missione. Più importante ancora è il fatto che il Libano non è un Paese musulmano. E' un Paese arabo multireligioso. Il presidente della Repubblica è automaticamente cristiano (cattolico), mentre il primo ministro è automaticamente musulmano (sunnita). Le funzioni alte sono ripartite tra le due religioni. Il Parlamento è composto di 128 membri : 64 cristiani e 64 musulmani (inclusi i Druzi) ed è presieduto da un musulmano sciita. Infine, esiste una sola università pubblica, l'Università Libanese con varie sezioni geografiche, fondata nel 1951. Ma ci sono 7 università cristiane: le due antiche (Università Americana fondata nel 1866, di origine protestante; e l'Università San Giuseppe, 1875, dei Gesuiti) e cinque più recenti: Kaslik (1962, dei Monaci Baladiti Maroniti), Louaizé (1987,dei Monaci Mariamiti maroniti), Balamand (1988, dei Greci Ortodossi), Antonina (1996, maronita) e la Sapienza (1999, della diocesi maronita di Beirut). Queste università formano in parte l'élite della popolazione del Libano, e non solo dei cristiani. A titolo d'esempio, l'Università San Giuseppe ha circa 11mila studenti, dei quali il 34% è composto da musulmani.
Ridare ai cristiani il senso della loro presenza. Questa missione ha anche un risvolto specifico: testimoniare il vangelo ai musulmani. In questo, i cristiani arabi sono i più idonei: hanno la stessa lingua, una cultura comune, ecc.. Negli altri Paesi musulmani (Indonesia, Malaysia, Pakistan, Sudan, Somalia, Senegal, ecc.), i cristiani sono un piccolo numero, o non hanno radici culturali arabe. La lingua araba è di fatto il punto di riferimento dei musulmani nel mondo. Noi cristiani arabi abbiamo queste radici e possiamo dialogare più facilmente con loro. Il Santo Padre potrebbe insistere sulla nostra missione per l'insieme dei musulmani del mondo (compresa l'Europa), e sull'evangelizzazione delle nostre società attraverso la nostra testimonianza. Il momento che viviamo è davvero importante: non si era mai avuta una rivoluzione così generale nel mondo arabo. E c'è il rischio che da tali rivoluzioni scivolino per decenni nel fanatismo e nella violenza; che emergano regimi islamici con nuovi e aspri problemi per i cristiani, ma anche per tutta la regione. Grazie a Dio, sembra che in Tunisia, i tentativi dei salafiti di imporre la sharia sono stati frenati e c'è la speranza di un governo più democratico. Proprio questo esempio fa comprendere che questa situazione drammatica è anche un'opportunità: occorre spingere i cristiani a collaborare e impegnarsi sui temi della Primavera araba come i diritti umani, la democrazia, la giustizia, la libertà, l'educazione, e soprattutto il ruolo essenziale della donna nella società. In questo periodo è forte pure la tensione con l'Iran. Anche questa è una nuova tappa nei rivolgimenti della regione. Nei nostri Paesi vediamo con chiarezza l'opposizione fra sunniti e sciiti. Ma ora questa tensione sta prendendo una forma sempre più marcata e si esprime nel conflitto fra l'Arabia saudita ed altri Paesi contro l'Iran. In Siria si sta combattendo anche questo tipo di guerra, con gli alauiti (vicini allo sciismo) contro i sunniti; in Libano vi è la tensione fra Hezbollah e sunniti... La presenza del Santo Padre potrebbe sciogliere questo scontro. Noi cristiani non possiamo essere contenti di una lotta interna all'Islam. Sarebbe una ‟tattica politica" indegna del cristiano. Abbiamo un ruolo da giocare anche fra questi movimenti contrastanti. La lotta fra Arabia Saudita e Qatar contro Iran e Siria rischia di deflagrare in tutta la regione e sembra inarrestabile, perché potrebbe coinvolgere Israele, gli Stati Uniti, e altri. Anche il nostro contributo per la pace tra Palestina (e mondo islamico) ed Israele è fondamentale. Da oggi a settembre, è importante usare la ragione per capire i passi da fare. Il Papa è il migliore ambasciatore di pace e non ha, come i politici di altri Paesi in occidente, interessi particolari e nascosti. Penso che la sua presenza e il suo pensiero aiuterà non solo i cristiani, ma tutti quanti a meglio affrontare le nostre situazioni e a costruire delle società più giuste, più democratiche, più aperte a tutti, insomma più degne dell'Uomo.


Samir Khalil Samir, AsiaNews

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