lunedì 25 giugno 2012

Greg Burke: cinque giorni per dire 'sì'. Come 'advisor' per la comunicazione della Segreteria di Stato servono piccoli passi nella direzione giusta

"Era il giugno 2009: chiamai il mio amico Carlo Ancelotti che aveva appena firmato con il Chelsea e mi offrii come insegnante d’inglese" ricorda con un aperto sorriso Greg Burke. Evidentemente poi qualcosa andò storto, e il corrispondente dal Vaticano e dall’Italia di Fox News Channel è rimasto saldo al suo posto. Almeno per qualche anno ancora: nemmeno un mese fa, infatti, una telefonata quasi storica Burke, cinquantaduenne del Missouri, non l’ha fatta, ma l’ha ricevuta. Del resto che il racconto e la comunicazione fossero in qualche modo nel suo dna lo si comprese molto presto: non può certo essere un caso, infatti, che il nuovo 'advisor' per la comunicazione della Segreteria di Stato abbia iniziato a parlare quando gli Stati Uniti elessero il loro primo presidente cattolico. Greg Burke nasce l’8 novembre 1959 a Saint Louis, in un quartiere irlandese-tedesco e in una famiglia cattolica praticante, e studia presso uno dei licei dei gesuiti della città, prima di laurearsi in letterature comparate alla Columbia University. Sono gli anni in cui conosce ed entra nell’Opus Dei (di cui poi diventa membro numerario), uno dei punti fermi di una vita professionale che lo avrebbe ben presto portato a cambiare tanti lavori in giro per il mondo. "Ero molto interessato alla carriera, ma anche alla dimensione spirituale" ci racconta. Specializzatosi in giornalismo, fa la gavetta, "quella vera": prima la cronaca nera per un piccolo quotidiano di New York, poi il lavoro massacrante presso la United Press International a Chicago: "Avevo il turno di notte, e non era vita". Da lì, oltre a esperienze per la Reuters e il settimanale Metropolitan ("per cui, tra l’altro, raccontai la giornata tipo degli speedy boys"), il grande salto: il corrispondente sbarca a Roma, inviato dal settimanale National Catholic Register. Paradossalmente da allora Burke, pur saltando da un aereo all’altro, non ha più lasciato Roma, città che lo ha colpito forse ancor più di quanto lui stesso voglia ammettere (tra l’altro è apertamente tifoso della Roma). Prima per quattro anni collaboratore, poi dal 1994 Burke è diventato il corrispondente fisso di Time. È, tra l’altro, l’anno in cui il settimanale nominerà uomo dell’anno Giovanni Paolo II. Di quelle giornate, Burke ricorda in particolare l’emozione della visita all’inginocchiatoio del Papa. "Il segretario mi invitò a sollevare l’imbottitura: sotto c’erano tutte le intenzioni di preghiera di Wojtyła, richieste di intercessioni da ogni parte del mondo. I fedeli del pianeta confluivano lì, nella meditazione del Pontefice". Dopo il giornalismo di agenzia e quello della carta stampata, è venuto, con l’11 settembre, il tempo di quello televisivo per Fox News: "Un paradosso, io che in fondo quel mondo lì un po’ lo disprezzavo". Quello stesso sorriso con cui racconta il suo percorso professionale Burke lo infonde anche nella descrizione "della speranza e la gioia che vengono dalla fede": la domanda se la sua cattolicità sia mai entrata in conflitto con le testate laiche per cui ha lavorato è quasi scontata. Scuote la testa: nemmeno nei momenti più critici sono sorti problemi, risponde, "penso ad esempio allo scandalo degli abusi sui minori da parte di sacerdoti dell’arcidiocesi di Boston: io ho fatto il mio lavoro restando sempre in the middle of the road". La correttezza è stata reciproca, il solo "scontro culturale lo ebbi con Time al tempo della conferenza sulla popolazione al Cairo". La proposta per cui oggi Greg Burke è al centro dell’attenzione è giunta a fine maggio 2012, "prima ventilata non troppo chiaramente, poi formalizzata il 4 giugno: e il 5 giugno io ho detto no, grazie". Da un lato, certo, la grande sfida professionale, ma dall’altro "un lavoro che mi piaceva moltissimo, un’emittente in crescita, una strada ancora stimolante dinanzi a me". Eppure poi quel rifiuto è diventato un "ni", e infine, il 10 giugno, è stato "sì". Così questo giornalista americano che intreccia insieme l’entusiasmo del suo grande Paese, la complessità cattolica e la solarità romana (è da qualche settimana cittadino italiano), assume un ruolo inedito in un ambiente dove dei media spesso si sono occupati prelati americani. Basti pensare al lungo servizio degli arcivescovi presidenti dell’organismo che si occupa delle comunicazione sociali vaticane, Martin John O’Connor, Edward Louis Heston e John Patrick Foley, tra il 1948 e il 2007. Ha accettato la proposta perché attratto dalla nuova sfida professionale o perché ha sentito una responsabilità in qualità di credente? "Fifty-fifty" risponde, e qui il sorriso si fa più profondo e meditato. "Due volte nella mia vita professionale mi sono trovato, un po’ per caso e un po’ per fortuna, in the right place at the right time", cioè nel 1994 per Time e nel 2001 per Fox. "Questa volta sento che è lo stesso, ma che al contempo è diverso". Sorride Burke, ma, ascoltandolo, non vi sono dubbi sulla consapevolezza della responsabilità e del senso del suo nuovo ruolo. "So cosa pensano i giornalisti, so quale potrà essere la reazione a una certa cosa, perché ho un’idea di come funziona il meccanismo dell’informazione": questo il bagaglio che porterà sedendo nel suo nuovo ufficio. Nessun delirio da salvatore: servono "piccoli passi nella direzione giusta". Il messaggio c’è: la sfida affascinante è quella di comunicarlo.

Giulia Galeotti, L'Osservatore Romano
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