Anno della fede. A Benedetto tocca oggi il compito che fu di Paolo VI: un Papa che ricordi che la Chiesa è una nella ricchezza delle diversità

Se settembre sarà il mese del Libano e delle Chiese del Medio Oriente, con il viaggio del Papa e la consegna del documento che riassume i risultati del Sinodo del 2010, ottobre sarà dedicato al Concilio Vaticano II. Benedetto XVI ha voluto che la prossima Assemblea sinodale fosse dedicata alla Nuova evangelizzazione e che le celebrazioni per i 50 anno dell’apertura della grande Assise conciliare siano coronate dall’apertura dell’Anno della fede. Si riuniscono così due eventi voluti da due grandi Pontefici. Il Concilio, indetto in modo inatteso da Giovanni XXIII e l’Anno della fede che Paolo VI volle negli anni post conciliari per contrastare una deriva di cui ancora oggi si sentono gli effetti. L’11 ottobre allora non sarà solo un momento celebrativo, con i giovani in Piazza San Pietro con le fiaccole per ricreare l’atmosfera del “discorso alla luna” di Papa Giovanni. L’11 ottobre sarà una occasione per rileggere cosa ha significato l’apertura del Concilio. Uno shock per cardinali, vescovi e fedeli, una profezia per la Chiesa che vedeva e anticipava l’atmosfera del ’68. Tutto nato solo dal cuore di un Papa, Giovanni XXIII, che per alcuni non aveva niente da dire e che doveva essere di transizione. A rileggere oggi quelle pagine di storia e cronaca sembra di intravedere la miopia di un mondo ecclesiale che immaginava di non dover mai guardare alla contemporaneità. Eppure il problema era reale. C’era un’enorme disparità tra le finalità indicate dal Papa e gli strumenti a disposizione della Chiesa in quei primi anni ’60. Scrive pochi anni dopo Benny Lai: “La situazione della Chiesa era meno tranquilla di quanto apparisse in superficie. All’interno degli ambienti ecclesiastici s’erano sviluppate, nell’area culturale franco-tedesca, tendenze innovatrici tanto in campo teologico che biblico”. Un fermento che il Papa voleva imbrigliare? Papa Giovanni, dopo l’annuncio del 25 gennaio del 1959, dedicò ogni pomeriggio alla preparazione della Assise fino a quell’11 ottobre del 1962, quando ancora il Papa pensava di chiudere i lavori per Natale. Iniziò così anche una certa narrativa che vedeva in Papa Roncalli il grande riformatore, un innovatore. Nel tempo si vide che in effetti il Papa era abbastanza conservatore e toccò proprio al suo successore, Paolo VI, veleggiare in un post Concilio tanto burrascoso da richiedere una “messa a punto”. Evidentemente non fu sufficiente. Ma il Papa che conosceva la Curia sapeva anche che fuori dalle Mura Leonine il fermento era grande e, a volte, fin troppo scomposto. “Noi - disse nella omelia della Messa che concludeva il 28 giugno del 1968 l’Anno della fede - siamo coscienti dell’inquietudine, che agita alcuni ambienti moderni in relazione alla fede. Essi non si sottraggono all’influsso di un mondo in profonda trasformazione, nel quale un così gran numero di certezze sono messe in contestazione o in discussione. Vediamo anche dei cattolici che si lasciano prendere da una specie di passione per i cambiamenti e le novità. Senza dubbio la Chiesa ha costantemente il dovere di proseguire nello sforzo di approfondire e presentare, in modo sempre più confacente alle generazioni che si succedono, gli imperscrutabili misteri di Dio, fecondi per tutti di frutti di salvezza. Ma al tempo stesso, pur nell’adempimento dell’indispensabile dovere di indagine, è necessario avere la massima cura di non intaccare gli insegnamenti della dottrina cristiana. Perché ciò vorrebbe dire - come purtroppo oggi spesso avviene - un generale turbamento e perplessità in molte anime fedeli”. Il Papa “progressista”, come anche in questo caso si voleva dire, era perfettamente consapevole che nei momenti di maggior slancio riformatore bisogna tenere i piedi per terra. Lo si capì a pieno più tardi, quando l’ala più conservatrice del Concilio prese la strada di quello che oggi è ormai quasi uno scisma. Marcel Lefebvre reagì più alle interpretazioni che al Concilio stesso, ma poi i suoi seguaci hanno intrapreso una strada totalmente divergente da quella seguita da Giovanni Paolo II prima e da Benedetto XVI oggi. Ed è proprio a Benedetto che tocca oggi il compito che fu di Paolo VI. Dopo la profezia la riflessione, dopo un Papa che porta il Concilio alle Chiese locali, un Papa che ricordi che la Chiesa è una nella ricchezza delle diversità. Dopo l’entusiasmo dell’adolescenza del Vaticano II, la maturità di una giovanile e meditata energia. Perché la Chiesa è giovane, e la Nuova evangelizzazione profetizzata da Giovanni Paolo II deve diventare concreta quotidianità in un mondo lacerato tra la tentazione del vecchio e indifferenza del nuovissimo.

Angela Ambrogetti, Korazym.org

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