martedì 21 agosto 2012

Padre 'B' aveva ricevuto da Paolo Gabriele copia dei documenti trafugati ma non ha avvisato i superiori per l’inviolabilità del segreto confessionale

Perché colui che nella sentenza di rinvio a giudizio di Paolo Gabriele (nella foto con Benedetto XVI), per furto aggravato di documenti sottratti alla segreteria papale e finiti nel libro di Gianluigi Nuzzi, viene definito "padre spirituale B", pur avendo ricevuto dal maggiordomo copia delle carte trafugate non ha fatto nulla per fermarlo? E che ruolo ha eventualmente avuto nell’orientare Gabriele in questa vicenda? Molti osservatori hanno sollevato dubbi e domande sull’argomento, a partire da quella sulla sua identità. Padre "B" non sarebbe il rettore della chiesa di Santo Spirito in Sassia, né è il prelato che per qualche tempo, in passato, era stato direttore spirituale di Gabriele, intervistato anonimamente da La Stampa il giorno dopo l’arresto del maggiordomo. A tirare in ballo per primo il suo confessore è lo stesso Gabriele, nel corso dell’ultimo colloquio con mons. Georg Gänswein, avvenuto il 23 maggio, quando il segretario particolare di Benedetto XVI aveva comunicato all’aiutante di camera la sospensione cautelativa dal servizio, poche ore prima che avvenissero la perquisizione e l’arresto. Gänswein ha testimoniato: "Ho allora chiamato davanti alle altre persone della Casa pontificia Paolo Gabriele e gli ho comunicato la sospensione ad cautelam… Lui ha allora detto che in questo modo era stato trovato il capro espiatorio della situazione. Molto freddamente mi ha poi detto che era tranquillo e sereno avendo a posto la coscienza avendo avuto un colloquio con il suo padre spirituale". Così ha spiegato la circostanza Gabriele nell’interrogatorio del 21 luglio: "D’altra parte questo mio atteggiamento di negazione delle responsabilità, seguiva anche le indicazioni del mio padre Spirituale che mi aveva detto di attendere le circostanze e salvo che fosse stato il Santo Padre a chiedermelo di persona di non affermare ancora questa mia responsabilità". Durante i primi interrogatori di fronte ai magistrati vaticani, Gabriele aveva anche raccontato: "Dei documenti consegnati a Nuzzi ho fatto fotocopie che ho consegnato al padre spirituale B". Il 28 giugno scorso, convocato dal giudice istruttore, padre "B" confermava di "aver ricevuto dal maggiordomo, tra il febbraio ed il marzo 2012, una serie di documenti conservati in una scatola con lo stemma pontificio, di cui non aveva conosciuto il contenuto". Paolo Gabriele "non ebbe a porgli alcuna condizione, ma si limitò a dirgli che 'si trattava di documenti molto importanti che riguardavano la Santa Sede'". I documenti erano contenuti "in una scatola con stemma pontificio larga come un foglio di A4 ed alta circa sei o sette centimetri". Padre "B" a questo proposito ha testimoniato di aver bruciato le carte compromettenti qualche giorno dopo la consegna, con questa motivazione: "Ho distrutto i documenti per una duplice ragione in quanto ne conoscevo l’importanza e in quanto qualche mese prima avevamo subito un furto… Inoltre sapevo che queste documentazioni in fotocopia erano frutto di una attività non legittima e non 'onesta' e temevo che se ne potesse fare un uso altrettanto non legittimo e non 'onesto'". Dalla requisitoria e dalla sentenza non emerge alcuna considerazione negativa riguardante padre "B", che è rimasto un semplice testimone. Il giudice istruttore Piero Antonio Bonnet si è limitato a scrivere: "Si può peraltro osservare che tutte le ragioni addotte per la distruzione dei documenti erano già presenti al momento del loro ricevimento". Dunque il confessore avrebbe potuto distruggere immediatamente i documenti. Null’altro però viene rilevato circa il comportamento di padre "B", neanche riguardo all’affermazione fatta da Gabriele a Gänswein sul consiglio ricevuto, quello di negare ogni responsabilità nei "vatileaks" a meno che l’interlocutore non fosse il Papa in persona. Nulla è detto in merito alla data di consegna dei documenti, avvenuta dopo che Gianluigi Nuzzi e Il Fatto Quotidiano avevano iniziato a divulgare le carte passate per la segreteria papale, e dunque doveva essere evidente agli occhi di padre "B" il ruolo avuto dall’aiutante di camera. La spiegazione che viene data in Vaticano di fronte a queste aree "grigie" è legata a uno dei sigilli considerati inviolabili, quello del segreto confessionale, che attiene soltanto a quanto è oggetto della confessione sacramentale. Esiste però anche un altro segreto legato alla direzione spirituale e più in generale allo svolgimento del ministero del sacerdote. Ne parla anche il Concordato tra la Santa Sede e l’Italia, specificando che "gli ecclesiastici non sono tenuti a dare a magistrati o ad altra autorità informazioni su persone o materie di cui siano venuti a conoscenza per ragione del loro ministero". Ciò non toglie, ovviamente, che al di là del ruolo del padre spirituale, vi possa essere ancora molto da scoprire circa i condizionamenti ambientali che hanno portato l’aiutante di camera a fare ciò che fatto. Dalla sentenza del giudice Bonnet si evince innanzitutto che almeno tre testimoni (indicati con lettere dell’alfabeto) hanno parlato del movente: "L’attività criminosa dell’imputato – scrive il giudice – è maturata in un contesto di disagio e di critica consapevole nei riguardi di vicende, organismi e personalità della Chiesa e dello Stato della Città del Vaticano", e questo emerge dalle deposizioni di "A, H e M, rispettivamente doc. 85, 126 e 138 del fascicolo d’ufficio". Lo stesso Paolo Gabriele il 6 giugno ha dichiarato al magistrato: "Sono stato suggestionato da circostanze ambientali, in particolare dalla situazione di uno Stato nel quale c’erano delle condizioni che determinavano scandalo per la fede, che alimentavano una serie di misteri non risolti e che destavano diffusi malumori". Quali sono queste circostanze "ambientali"? Possono essere collegate al ruolo che Gabriele ha svolto nell’appartamento pontificio dove svolgeva anche compiti di segreteria? E quanto hanno pesato sulla vicenda le innegabili tensioni interne al Vaticano, da quelle nell’entourage tedesco del Pontefice a quelle più note riguardanti la "promozione" di mons. Carlo Maria Viganò negli Stati Uniti ad altre, meno note, delle quali il maggiordomo ha parlato negli interrogatori? Nella sentenza di rinvio a giudizio il giudice ha ritenuto Gabriele un "soggetto suggestionabile e, come tale, in grado di commettere anche azioni eterodirette". L’inchiesta che continua dovrà cercare di appurare se e come ciò sia avvenuto.

Andrea Tornielli, Vatican Insider
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