Nel Duomo di Milano la camera ardente del card. Martini. Card. Scola: prevalga il raccoglimento e il silenzio di fronte al mistero della morte

Attorno alle 12.40, il Duomo di Milano ha aperto le porte ai fedeli per consentire l'omaggio al card. Carlo Maria Martini (nella foto con l'allora card. Ratzinger), morto nel pomeriggio di ieri. Si è dato così avvio alla camera ardente che proseguirà per tutta la giornata di sabato e anche per tutta la notte. Migliaia di fedeli che affollavano le transenne ora sono entrati nella cattedrale, dove è stato disposto un apposito servizio d'ordine per regolare l'afflusso della folla. La salma del card. Martini, che indossa la veste bianca della Messa di Resurrezione con la croce pettorale, mitra pastorale e palio, è composta sotto l'Altar Maggiore. Durante la notte fra sabato e domenica la veglia funebre sarà guidata da canti e preghiere. I funerali si terranno lunedì alle 16.00 alla presenza del premier Mario Monti e del sindaco di Milano Giuliano Pisapia. Il card. Martini sarà poi sepolto in Duomo. Di fronte al mistero della morte nella sua drammaticità siano il "raccoglimento" e il silenzio gli atteggiamenti prevalenti: questo l'invito che l' arcivescovo di Milano, il card. Angelo Scola, ha rivolto alla folla accorsa in Duomo per la camera ardente. "Sia il nostro atteggiamento prevalente il raccoglimento di fronte al mistero della morte" ha detto Scola, riferendosi probabilmente anche al dibattito sul fine vita e sull'accanimento terapeutico nati a seguito della morte del card. Martini. Un raccoglimento, quindi "nella certezza della resurrezione in cui il vescovo Carlo ha creduto e vissuto". E questo "sarà alimentato dal silenzio della preghiera, dalla memoria viva del suo operare". Scola ha poi ricordato che "Nessuno vive per se stesso, nessuno muore per se stesso" e che "il Padre vuole la salvezza di ogni uomo che muore e nella sua volontà trova pace il nostro cuore". La Radio Vaticana ha intervistato don Roberto Colombo, docente alla facoltà di medicina dell’ospedale Gemelli di Roma, che parla di una “strumentalizzazione per fini squallidi” della morte del cardinale. "Un paragone del tutto arbitrario e per nulla fondato, né medicalmente né moralmente” quello tra il card. Carlo Maria Martini e i casi di Eluana Englaro e Piergiorgio Welby ragiona il sacerdote docente alla Facoltà di Medicina dell’Ospedale Gemelli di Roma. Il genetista e bioeticista commenta così il grande rilievo dato da stampa e tv sul rifiuto del cardinale, a metà agosto, di essere alimentato tramite sondino dopo che l’ultima crisi l’aveva reso non più in grado di deglutire cibi, né solidi né liquidi. Una scelta determinata dall’avvicinarsi ormai imminente della morte di cui Martini, 85 anni, malato del morbo di Parkinson da sedici anni, era pienamente cosciente. “Ci pare che la morte di una grande figura, come il card. Martini, sia stata strumentalizzata per fini diversi che possiamo immaginare, ma che vogliamo giudicare come davvero squallidi. Il card. Martini soffriva da oltre dieci anni di una malattia neurodegenerativa, il morbo di Parkinson, che vede la comparsa periodica di crisi che, con il tempo, tendono ad aggravarsi – spiega -. Da quanto ha dichiarato il suo medico personale, il professor Gianni Pezzoli, si è verificata un’ultima crisi particolarmente grave a metà agosto, e il cardinale non è stato più in grado di deglutire cibi, né solidi né liquidi. Si è allora prospettata l’eventualità di una alimentazione per via enterale, attraverso un sondino. Il cardinale ha scelto di non farsi praticare questo trattamento considerato l’avvicinarsi ormai imminente del termine della sua vita. Questo – prosegue – è stato paragonato ad altri episodi, in particolare quelli che hanno riguardato Eluana Englaro e Piergiorgio Welby. Ma si tratta di un paragone del tutto arbitrario e per nulla fondato, né medicalmente, né moralmente”. “Dobbiamo dire, innanzi tutto, che l’accanimento terapeutico si configura come un intervento medico non più adeguato alla reale situazione del malato, perché ormai sproporzionato ai risultati che si potrebbero sperare, oppure perché appare troppo gravoso per le sue condizioni. Invece, nel caso della giovane Eluana, essa versava in una situazione clinica che era del tutto differente; non era in agonia, né stava per entrarvi, e per il suo stato clinico, la nutrizione enterale era perfettamente appropriata. Anche nel caso di Piergiorgio Welby, su richiesta dello stesso paziente, il respiratore gli venne staccato ben 45 anni dopo l’inizio della patologia; anche in questo caso, Welby, non si trovava in prossimità della morte. Si è dunque trattato di un’eutanasia volontaria”. Secondo la Dottrina della Chiesa, ricorda ancora Colombo, “la rinuncia all’accanimento terapeutico non vuol dire procurarsi la morte o procurare la morte ad una persona. Si accetta semplicemente di non poterla impedire. Spetta al paziente, se ne è cosciente, in dialogo con il proprio medico e con le persone che lo assistono, decidere quando e come sospendere determinati trattamenti o non iniziarne altri all’approssimarsi del termine della propria esistenza terrena”. “Da quanto sappiamo – conclude il bioeticista -, il cardinale Martini ha voluto sempre essere informato, in modo pieno e completo, sulla propria condizione di salute per poter prendere delle decisioni che fossero coerenti con la sua visione profonda ed evangelica della vita, e anche di fronte all’ultimo istante di essa, alla sua morte”.

Corriere della Sera.it, Il Fatto Quotidiano.it

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