martedì 27 novembre 2012

Giornata Mondiale della Gioventù 2013. Le testimonianze di due delegati all'incontro in preparazione, dalla Terra Santa e dalla Nigeria, zone dove i cristiani vivono momenti difficili e nelle quali le speranze della Chiesa sono legate a filo doppio al destino dei giovani

“Non temete di proporre ai vostri coetanei l’incontro con Cristo”: è l’esortazione che Benedetto XVI rivolge a tutti i giovani del mondo, nel suo Messaggio per la Giornata Mondiale della Gioventù di Rio de Janeiro, in programma dal 23 al 28 luglio 2013 sul tema “Andate e fate discepoli tutti i popoli!”. Un monito ripreso e riletto, alla luce delle diverse condizioni dei rispettivi paesi di provenienza, dai delegati delle pastorali giovanili di tutto il mondo (200 da 75 nazioni) fino al 29) novembre sono riuniti a Rio De Janeiro per il secondo incontro internazionale in preparazione alla GMG. Padre Jack Nobel Abed, è il parroco dei greco-melchiti di Taybeh, villaggio cristiano palestinese, e sarà il capo gruppo del contingente palestinese alla GMG di Rio. Alle spalle una lunga esperienza di GMG, da Roma, in poi, fino a Madrid ed ora in Brasile. Per arrivare ha effettuato un viaggio di quasi 24 ore, lo stesso che faranno i giovani palestinesi per partecipare alla GMG carioca. “Sono note – spiega - le difficoltà cui sono posti i palestinesi a causa dell’occupazione israeliana. La preparazione per noi, non è solo spirituale ma anche logistica, visto le gravi difficoltà che abbiamo a muoverci sul territorio. Siamo costretti a transitare dalla Giordania per partire da Amman, con un notevole aggravio di denaro. Tuttavia non ci scoraggiamo, a Rio porteremo, questa è la nostra speranza, circa 150 giovani, provenienti da Galilea, Palestina e Giordania e appartenenti ai vari riti presenti in Terra Santa. Voglio sperare che, come accaduto in altre edizioni, potremo anche noi avere catechesi in arabo”. Abbracciare le difficoltà presenti, e forse anche future, è per questi giovani “un primo banco di prova, quotidiano, per la loro fede. Noi cerchiamo di fortificarli. Per la GMG abbiamo preparato un cammino di preparazione che segue quello delle altre edizioni della Giornata alle quali abbiamo sempre partecipato. Abbiamo organizzato, nel corso dell’ultimo anno, diversi incontri necessari anche a far conoscere i giovani tra loro visto che sono di diverse zone, alcuni vengono dalla Galilea, altri da Betlemme, da Gerusalemme e così via”. La riflessione è tutta sul tema della Giornata, ovvero il passo di Matteo (28,19), “Andate e fate discepoli tutti i popoli!” e adesso sul recente Messaggio di Benedetto XVI. “I nostri giovani – racconta il parroco melchita - si stanno preparando molto bene per Rio, sanno cosa verranno a fare, cosa dovranno dire e soprattutto sanno che dovranno tornare in Palestina per testimoniare la bellezza della fede riscoperta e speriamo rinnovata grazie anche alla GMG. Il Pontefice nel suo recente Messaggio invita i giovani a non avere paura di proporre Cristo ai loro amici e quindi di essere loro stessi missionari di amore e accoglienza”. Ma che significa essere evangelizzatore per un giovane palestinese? Per padre Abed si tratta di “una questione di fedeltà. In Palestina non possiamo vivere cristianamente senza essere fedeli. La fede è nata qui e non dobbiamo vacillare nemmeno davanti alle gravi difficoltà politiche, sociali ed economiche che abbiamo. La fede per noi è anche un tema identitario e di appartenenza sociale. I nostri giovani sanno di essere palestinesi cristiani e quindi chiamati a chiedere e a rivendicare il rispetto dei diritti e della dignità della persona umana. Lottiamo per i nostri diritti privilegiando il dialogo, il rispetto, la tolleranza. La nostra fede ci parla di Resurrezione”. “Formare i nostri ragazzi e giovani alla fede, perché siano testimoni fedeli di Cristo – conclude - è il modo previlegiato per far comprendere che la loro vocazione è quella di essere cristiani nella Terra di Gesù. Non possiamo testimoniare altrove, ma in Palestina. Qui siamo chiamati a vivere ed operare”.
Insegnare il perdono e il dialogo come risposta agli attacchi che ormai si susseguono quasi con drammatica regolarità. L’ultimo porta la data del 25 novembre, dopo la Messa domenicale nella chiesa protestante della struttura che si trova a 30 chilometri da Kaduna, la capitale dell'omonimo Stato dove ci sono stati diversi attacchi contro le chiese attribuiti alla formazione qaedista Boko Haram. Almeno 11 persone sono morte e decine rimaste ferite nell'esplosione di un'autobomba. Mons. John E. Ayah, vescovo di Ogoja, diocesi di Cross River (Nigeria) è a Rio de Janeiro per partecipare all’incontro mondiale in preparazione della GMG, dove prevede di portare “almeno 300 giovani da tutto il Paese”. “Ai nostri giovani, così pieni di entusiasmo e di vita, insegniamo a perdonare, cosa non facile quando si ha l’istinto di rispondere alla violenza. Bisogna seguire Gesù anche quando sale sul Calvario. La GMG può servire da ulteriore traino per questo cammini di fede e di conversione per i giovani. Essa rappresenta per loro anche un’occasione privilegiata per uscire dal Paese così scosso dalla violenza e conoscere altri coetanei con cui condividere la propria fede”. Intanto non rallenta il lavoro di formazione e preparazione con incontri e seminari sul tema della Gmg necessari per offrire “la giusta testimonianza di vita, non vendetta ma perdono, non violenza ma accoglienza. Oggi, dopo ogni attacco, notiamo che in chiesa va sempre più gente rafforzata e matura nella propria scelta di fede”.

SIR
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