martedì 27 novembre 2012

Il ruolo del teologi al Concilio Vaticano II. Joseph Ratzinger: la fedeltà alla tradizione ecclesiale con l’assenso alla scienza critica dischiude in una maniera nuova la strada per la fede nel mondo d’oggi

Si è parlato spesso di Padri conciliari, giustamente qualcuno ha ricordato anche la presenza delle “madri”, cioè le donne uditrici, ma un ruolo determinate sappiamo averlo avuto soprattutto i teologi (e teologhe) che, in qualità di esperti, hanno fornito le basi necessarie per fondare le decisioni e relativi documenti. Del ruolo dei tanti, perlopiù nascosti, ma in febbrile attività in quegli anni, ha parlato giovedì 22 novembre a Trento il teologo Rosino Gibellini, direttore editoriale emerito della casa editrice Queriniana, e direttore della rivista Concilium, nell’ambito del Convegno della Fondazione Bruno Kessler, “Coraggio, coraggio: avanti, avanti!”. A 50 anni dal Concilio Vaticano II (tra i relatori anche Alberto Bondolfi, direttore Centro Scienze Religiose, Paolo Ricca, Armido Rizzi e Sandra Mazzolini). “Non solo i teologi hanno anticipato con la loro riflessione e con le loro opere temi del futuro Concilio, a partire dalla “germinazione degli Anni Trenta” (come la chiama Chenu), ma sono stati presenti ed hanno partecipato al concilio come teologi conciliari”, diceva padre Gibellini. Un “servizio essenzialmente nascosto” come l’ha definito Karl Rahner (nella foto con Joseph Ratzinger) e uno storico parlando del suo contributo scrive: “Se si esplorano gli archivi, cercando apporti scritti durante il Concilio, non si incontra un solo testo redatto da Rahner”. “Essi hanno dato a Concilio un contributo costante, efficace, disinteressato e senza clamore – scrive lo storico Caprile su Civiltà Cattolica nel 1965 – sulle loro spalle gravava il compito faticoso della redazione, revisione, correzione e rielaborazione dei testi”. Ma come si diventava “teologo del Concilio”? “Vi era un regolamento anche se imperfetto, ma si diventava 'periti' per chiamata diretta del Papa o del presidente di commissione, o anche solo per chiamata di un Padre del Concilio, che immetteva il teologo nella sua commissione, con la conferma del Papa. In questo senso, si ricorda il card. di Colonia, Frings, accompagnato dal perito Joseph Ratzinger; il card. di Vienna, König, con il perito Karl Rahner; il card. di Milano, Montini, con il perito Carlo Colombo”. Il loro numero è cresciuto nel corso delle sedute conciliari: all’inizio, nel 1962, erano stai chiamati 201 periti, nell’aprile ’63, prima della seconda sessione, il loro numero era già salito a 348, mentre se si va a scorrere la lista degli Atti, si leggono 480 nomi. Non mancavano già all’epoca alcuni che segnalavano il rischio dell’influenza dei teologi sui vescovi, ma Gibellini preferisce sottolineare come l’entusiasmo del Concilio avesse piuttosto favorito “una collaborazione fattiva tra vescovi e teologi, che non ha avuto bisogno di una teorizzazione”. Sorge ora l’interrogativo circa una “teologia magisteriale” (come sancito dal n. 22 della "Dei Verbum") o una libertà di ricerca (scienza critica) propria della teologia come ogni altra disciplina. Significativo il commento dell’allora perito Joseph Ratzinger a questo riguardo: “Il testo che in quella giornata venne solennemente proclamato dal Papa reca naturalmente le tracce della sua sofferta storia ed è espressione di numerosi compromessi. Eppure il compromesso di fondo che lo sostiene è più che un compromesso, è una sintesi di grande rilievo: il testo collega la fedeltà alla tradizione ecclesiale con l’assenso alla scienza critica e dischiude in tal modo in una maniera nuova la strada per la fede nel mondo d’oggi. Esso non rinuncia a Trento ed al Vaticano I, però nemmeno mummifica ciò che avvenne allora, dato che è consapevole che la fedeltà nelle cose spirituali è realizzabile solo mediante una sempre nuova assimilazione. Guardando all’insieme del risultato raggiunto si può dunque senza riserve affermare che lo sforzo di quella disputa durata quattro anni, non era stato inutile". Qui si constata, spiega Gibellini, che il documento sulla Rivelazione (e in genere i documenti conciliari) sono il frutto di un compromesso, che è sintesi di tre istanze: fedeltà alla tradizione ecclesiale, riconoscimento della teologia come scienza critica, responsabilità per l’annuncio del vangelo nel mondo. Una situazione che il teologo Otto Hermann Pesch, nella sua storia del Concilio, ritiene però andata discostandosi sempre di più dagli anni Novanta in qua da quel commento del collega Joseph Ratzinger: la teologia sarebbe tenuta ad un’obbedienza interiore ed esteriore di fronte all’insegnamento ufficiale, seppure non ancora formalmente dogmatizzato, della Chiesa. Il risultato sarebbe ben al di là del “faticoso compromesso” della "Dei Verbum": il passaggio dalla collaborazione conciliare ad una giustapposizione tra magistero e teologia negli anni seguenti fino al presente. E’ del 2012 un documento ufficiale su “La teologia oggi” a firma della Commissione Teologica Internazionale che si mostra consapevole dei problemi esistenti e si situa sulla linea di una auspicata collaborazione fra vescovi e teologi. “Inevitabilmente – si legge al n. 42 - nel rapporto tra teologi e vescovi possono talvolta prodursi tensioni. Nella sua profonda analisi dell’interazione dinamica, all’interno dell’organismo vivente della Chiesa, […] il Beato John Henry Newman ha riconosciuto la possibilità di tali “contrasti o collisioni croniche” ed è bene ricordare che erano da lui considerati ”. E prosegue citando la Tesi 9 del documento Magistero e Teologia del 1975: "Riguardo alle tensioni tra teologi e Magistero, la Commissione Teologica Internazionale si è così espressa nel 1975: 'Dovunque c’è vera vita lì c’è pure una tensione. Essa non è inimicizia né vera opposizione, ma piuttosto una forza vitale e uno stimolo a svolgere comunitariamente ed in modo dialogico l’ufficio proprio di ciascuno'".

Maria Teresa Pontara Pederiva, Vatican Insider
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