venerdì 21 dicembre 2012

Cantalamessa: la gioia cristiana è interiore, non viene dal di fuori, ma dal di dentro. Può far sì perciò che si abbondi di gioia anche nelle tribolazioni. Si esprime in pace del cuore, pienezza di senso, capacità di amare e di lasciarsi amare e soprattutto in speranza

"Se in mezzo alle angustie e alle tribolazioni, la Chiesa di oggi vuole ritrovare le vie del coraggio e della gioia, deve aprire bene gli occhi su ciò che Dio sta compiendo in lei". Non ha dubbi il sacerdote cappuccino Raniero Cantalamessa, che al tema dell’"evangelizzazione mediante la gioia" ha dedicato l’ultima predica di Avvento, tenuta questa mattina, nella cappella Redemptoris Mater, alla presenza di Benedetto XVI. Per il predicatore della Casa Pontificia, infatti, "il dito di Dio, che è lo Spirito Santo, sta scrivendo ancora nella Chiesa e nelle anime storie meravigliose di santità, tali che un giorno - quando sarà scomparso tutto il negativo e il peccato - faranno guardare alla nostra epoca con stupore e santa invidia". Dopo aver riflettuto sull’Anno della fede e sul Concilio Vaticano II, nel terzo appuntamento in preparazione al Natale, padre Cantalamessa ha esortato a riscoprire la gioia dell’incontro con Cristo. Questo non significa chiudere gli occhi "ai tanti mali che affliggono la Chiesa e ai tradimenti di tanti suoi ministri"; anzi, proprio perché il mondo e i media tendono a mettere in risalto solo le cose negative della Chiesa, "è bene sollevare lo sguardo" e vederne anche il lato luminoso, la sua santità. Perché "in ogni epoca - anche nella nostra - il soffio dello Spirito rianima il popolo di Dio e suscita carismi". Generando così un rinnovato "amore per la Parola" e una «partecipazione attiva dei laici alla vita della Chiesa", oltre che "l’impegno costante del magistero e di tante organizzazioni a favore dei poveri e dei sofferenti e l’anelito a ricomporre l’unità spezzata del Corpo di Cristo". Del resto, si è chiesto il predicatore, "in quale epoca passata la Chiesa ha avuto una tale serie di Sommi Pontefici dotti e santi come da un secolo e mezzo a questa parte e tanti martiri della fede?". Nella sua riflessione il religioso ha preso spunto dalle presenza nella Bibbia, soprattutto nei Vangeli dell’infanzia di Gesù, del termine "agallìasis", che indica "il giubilo escatologico per l’irrompere nel tempo messianico". Quindi, invitando a passare dalla Parola e dalla liturgia alla vita quotidiana, ha chiesto di interrogarsi su come questa gioia possa raggiungere la Chiesa di oggi e contagiarla. Infatti, ha spiegato, "noi abbiamo più ragioni oggettive per gioire, di quante ne avessero Zaccaria, Simeone, i pastori e, più in generale tutta la Chiesa nascente. Quante grazie, quanti santi, quanta sapienza di dottrina - ha commentato - e ricchezza di istituzioni. Quante volte la Chiesa ha dovuto allargare nei secoli, anche se non sempre ciò è avvenuto senza resistenze, la capacità di accoglienza, per far entrare le ricchezze umane e culturali dei diversi popoli". Passando poi dal piano ecclesiale a quello esistenziale e personale, il predicatore ha ricordato la campagna sui mezzi di trasporto pubblico di Londra, che diceva: "Dio probabilmente non esiste. Dunque smetti di tormentarti e goditi la vita". L’elemento più insidioso di questo slogan, ha sottolineato, "non è la premessa, ma la conclusione. Il messaggio è che la fede in Dio è nemica della gioia. Senza di essa ci sarebbe più felicità". Da qui la consegna di padre Cantalamessa a "dare una risposta a questa insinuazione che tiene lontani dalla fede soprattutto i giovani". In proposito il predicatore ha citato le due categorie del piacere e del dolore "che nella vita terrena si susseguono con regolarità: l’uso della droga, l’abuso del sesso, la violenza omicida, sul momento danno l’ebbrezza del piacere; ma conducono alla dissoluzione morale, e spesso anche fisica, della persona". Nell’ottica della fede, invece, "Cristo ha ribaltato il rapporto: non più un piacere che termina in sofferenza, ma una sofferenza che porta alla vita e alla gioia". A questo punto sarebbe facile un’obiezione: la gioia, dunque, è solo per dopo la morte. Ma il religioso l’ha smontata, evidenziando come, al contrario, nessuno sperimenti in questa vita la vera gioia quanto i credenti. "La gioia cristiana - ha argomentato - è interiore; non viene dal di fuori, ma dal di dentro. Può far sì perciò che si abbondi di gioia anche nelle tribolazioni. Si esprime in pace del cuore, pienezza di senso, capacità di amare e di lasciarsi amare e soprattutto in speranza". Ne scaturisce l’auspicio conclusivo che i cristiani siano i primi testimoni della gioia che il mondo cerca. "Tutti - ha asserito il cappuccino - vogliamo essere felici. È la cosa che accomuna buoni e cattivi. Se tutti amiamo la gioia è perché l’abbiamo conosciuta. Questa nostalgia della gioia è il lato del cuore umano naturalmente aperto a ricevere il 'lieto messaggio'". Dunque, "quando il mondo bussa alle porte della Chiesa - perfino quando lo fa con violenza e con ira - è perché cerca la gioia". E tra i maggiori cercatori di gioia ci sono soprattutto i giovani: "Il mondo intorno a loro è triste. La tristezza ci prende alla gola, a Natale più che nel resto dell’anno. Non dipende dalla mancanza di beni materiali, perché è molto più evidente nei Paesi ricchi che in quelli poveri". Secondo padre Cantalamessa "una Chiesa malinconica e timorosa non sarebbe all’altezza del suo compito; non potrebbe rispondere alle attese dell’umanità, soprattutto dei giovani»" Non sono i ragionamenti o i rimproveri, ma è la gioia "l’unico segno che anche i non credenti sono in grado di recepire e che può metterli seriamente in crisi". Perciò «i cristiani testimoniano la gioia quando, evitando ogni acredine e inutile risentimento nel dialogo con il mondo e tra loro, sanno irradiare fiducia, imitando Dio, che fa piovere la sua acqua anche sugli ingiusti". Non a caso Paolo VI, nella sua Esortazione Apostolica "Gaudete in Domino" del 1975, parla di uno "sguardo positivo sulle persone e sulle cose, frutto d’uno spirito umano illuminato e dello Spirito". Infine il predicatore della Casa Pontificia ha ribadito che "anche dentro la Chiesa c’è bisogno vitale della testimonianza della gioia". Da qui la suggestiva definizione del compito dei pastori nella Chiesa: quella di essere "collaboratori della gioia", valida soprattutto per quelli "che vivono in mezzo alle prove e alle calamità in alcune parti del mondo".
 
L'Osservatore Romano
 
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