Le accuse alla Chiesa tedesca sui casi di pedofilia del criminologo Pfeiffer, dai vescovi del Paese incaricato nel 2010 di indagare e da poco destituito. Le indagini saranno affidate a un altro soggetto

C’era mezza Germania ieri sera davanti al talk-show “Beckmann”, dalle 22.45 sulla prima rete pubblica Ard. Tutti incollati ai teleschermi per guardare il duello fra colui che è divenuto il grande accusatore della Chiesa Cattolica, il criminologo Christian Pfeiffer, e il segretario della Conferenza Episcopale del paese, il padre gesuita Hans Langendoerfer. Le accuse di Pfeiffer sono pesanti. Destituito all’improvviso nei giorni scorsi dell’incarico assunto nel 2010 di stanare per conto della stessa Chiesa i preti pedofili, ha dichiarato “di non comprendere il motivo” della decisione e si è detto preoccupato che vescovi e clero possano tornare a “insabbiare” come un tempo. E a poco sono servite le parole di un grande vecchio dell’episcopato, il card. Karl Lehmann, che ha detto: “Noi non abbiamo niente da nascondere”. Così, invece, il vescovo di Münster, mons. Felix Genn, ha respinto le accuse di Pfeiffer di “censura” da parte della Chiesa: “E’ vero casomai il contrario”, ha affermato. Era il 2010 quando la Chiesa tedesca, sull’onda dei dati diffusi fra gli altri dall’agenzia tedesca Dpa che contava “più di 250 casi sospetti di preti pedofili” in 23 delle 27 diocesi tedesche, l’indignazione montò parecchio quando venne rivelato che i casi si erano verificati nel collegio gesuita Canisius di Berlino, a Monaco quando era arcivescovo Joseph Ratzinger, nel coro delle voci bianche di Ratisbona diretti dal fratello maggiore del Papa, Georg Ratzinger e infine a Friburgo sede vescovile dell’attuale capo dei vescovi Robert Zollitsch, affidò a Pfeiffer l’incarico d’indagare. Per svolgere al meglio il suo compito, al criminologo la Chiesa Cattolica concesse di accedere all’archivio di ogni sacerdote attivo sul territorio, anni giovanili compresi. L’esistenza di ogni sacerdote fu vagliata alla ricerca d’indizi. “Sull’onda di una isteria collettiva”, dice oggi a Il Foglio Guido Horst, direttore di Vatican Magazine e corrispondente da Roma per la Tagespost, “la Chiesa aveva deciso di aprirsi totalmente alle ispezioni con tutti i rischi che ciò comportava”. Fra questi, il rischio reale che l’iter formativo d’ogni sacerdote, pregi e soprattutto difetti compresi, divenisse di fatto pubblico, a volte uscendo addirittura senza alcun preavviso sui quotidiani nazionali. Ciò che Pfeiffer però non ha preventivato è stata la reazione degli stessi sacerdoti. Un gruppo nutrito di loro è sceso nei mesi scorsi a Roma. Ha protestato chiedendo l’intervento del Vaticano contro quello che a loro dire altro non era che un “sopruso” della propria privacy. Il Vaticano si è fatto sentire con Zollitsch e Langendoerfer e immediatamenente a Pfeiffer è stato revocato l’incarico. Dice Horst: “E’ stato soprattutto Peter Beer, vescovo vicario di Monaco, a insistere col Vaticano per un intervento definitivo e la sua linea ha prevalso". Secondo l’agenzia Dpa la collaborazione col criminologo sarebbe saltata in quanto la Conferenza Episcopale tedesca avrebbe chiesto, a seguito di forti resistenze interne al clero contro l’indagine, di intervenire a posteriori sui risultati, di autorizzarli prima della pubblicazione e, all’occorrenza, addirittura di vietarli. Alcune diocesi, inoltre, sarebbero addirittura arrivate a distruggere in passato diversi atti sugli abusi e successivamente non avrebbero risposto alle richieste di chiarimento avanzate da Pfeiffer. “Eravamo partiti bene, ma all’improvviso sono emerse resistenze dall’arcidiocesi di Monaco e Frisinga”, ha detto Pfeiffer alla tv pubblica tedesca. “Ma in realtà - spiega ancora Horst - la Chiesa affiderà a un altro soggetto le indagini che oggi sono legittimamente chiuse semplicemente perché Pfeiffer lavorava senza avere più la fiducia dei vescovi e dello stesso clero”.

Paolo Rodari, Il Foglio

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