sabato 26 gennaio 2013

Messaggio per la 47° Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali. Un ambiente umano. Da Benedetto XVI una lezione di realismo e di inclusione: le persone si sforzino di essere autentiche

Nel tempo dei “nativi digitali” alzi la mano chi tra noi, in questi anni, non si è chiesto, almeno una volta, se Facebook, Twitter, Myspace o chi per loro, siano forme di comunicazione e condivisione che contribuiscono alla crescita umana delle persone o, piuttosto, un insidioso pericolo da evitare, pena far aumentare la solitudine e lo spaesamento. Forse tutti: genitori, insegnanti, preti, giornalisti, educatori più o meno navigatori o frequentatori delle reti sociali (spesso della generazione degli “immigrati digitali”) che alle prese con i giovani s’interrogano su come con naturalezza si possa considerare Internet un ambiente “altrettanto reale”, rispetto alla realtà degli ambienti della vita quotidiana. Il punto, infatti, sta tutto qui e Benedetto XVI nel Messaggio per la 47ª Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali sembra averlo centrato in pieno. Il testo dedicato al tema “Reti sociali: porte di verità e di fede; nuovi spazi di evangelizzazione” e diffuso ogni anno in occasione della festa di San Francesco di Sales, salta a pie’ pari l’approccio moralistico e conflittuale tra reale e virtuale e sceglie di farci capire anzitutto di cosa stiamo parlando e che cosa succede nelle reti sociali. In primo luogo Benedetto XVI dice che esse sono “una nuova agorà, una piazza pubblica e aperta in cui le persone condividono idee, informazioni, opinioni e dove, inoltre, possono prendere vita nuove relazioni e forme di comunità”. Relazione, condivisione, conoscenza “porte” più che “mezzi”, “spazi” e non un “mondo parallelo o puramente virtuale, ma parte delle realtà quotidiane di molte persone, specialmente dei più giovani”. Fino a qui cosa sono e cosa accade. Ma sono un “buon” ambiente? Vale la pena frequentarli? Il Papa non manca la risposta ed è realista. I social network ci sono, hanno potenzialità enormi, “le persone che vi partecipano devono sforzarsi di essere autentiche” (e qui sta il rischio). In altri termini sta alla singola persona integrare la presenza nell’ambiente digitale con la propria vita. Chi nella vita reale tende a isolarsi e a preferire relazioni poco coinvolgenti e significative, in cui ci si compromette poco, può trovare nei social network un luogo ideale di espressione del proprio narcisismo. Una persona che vive invece delle relazioni sostanzialmente sane, può trovare in essi una grande opportunità per dare continuità a rapporti che altrimenti sarebbero eccessivamente frammentati. E la fede cosa c’entra? Le reti sociali possono aiutare gli uomini a incontrare Cristo? La questione non va posta sul piano dell’adeguamento tecnologico della pastorale o nel pensare la rete come un “mezzo” di evangelizzazione. Invece è indispensabile poter presentare il Vangelo come risposta alle domande di senso e di fede, che anche dalla rete emergono e nella rete si fanno strada. “I credenti - scrive Benedetto XVI - avvertono sempre più che se la Buona Notizia non è fatta conoscere anche nell’ambiente digitale, potrebbe essere assente nell’esperienza di molti per i quali questo spazio esistenziale è importante”. Ai cristiani l’onere dell’autenticità che “nei network sociali - aggiunge il Pontefice - è messa in evidenza dalla condivisione della sorgente profonda della loro speranza e della loro gioia: la fede nel Dio ricco di misericordia e di amore rivelato in Cristo Gesù”. Come evangelizzare, allora, nella rete, come intrecciare la tensione dell’uomo alla verità? La sfida della testimonianza cristiana diventa tipicamente spirituale. Le reti sociali divengono “porte di verità e di fede e nuovi spazi di evangelizzazione” se i credenti sapranno rinnovare il proprio entusiasmo nel “donare se stessi agli altri attraverso la disponibilità a coinvolgersi pazientemente e con rispetto nelle loro domande e nei loro dubbi, nel cammino di ricerca della verità e del senso dell’esistenza umana”. Insomma a credenti, ma anche a parrocchie, enti, organi d’informazione cattolica, università, gruppi e movimenti più o meno strutturati il compito di esserci, non affrontando il web come se il problema sia quello di come usare bene la rete, ma di come vivere bene al tempo della rete contribuendo a farvi incontrare Cristo. Ce lo chiede anche la fedeltà a Cristo e alla storia. D’altro canto “i nativi digitali sono vivi, noi, invece, stiamo... invecchiando” (Philip K.Dick).

Adriano Bianchi, SIR
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