V anniversario dell'Elezione di Benedetto XVI. Le parole e il messaggio del Papa: una lingua nuova capace di parlare ai fedeli e agli atei

del card. Roberto Tucci
Corriere della Sera

Quando, anni fa, si parlava della sua speranza d'essere messo a riposo, di ritornare ai suoi studi, ho sempre pensato che il desiderio più grande del cardinale Joseph Ratzinger fosse di potersi dedicare alla ricerca di un linguaggio nuovo, ciò che già aveva cominciato a fare con le lezioni raccolte in quel libro magnifico che è Introduzione al cristianesimo: proseguire su quella linea, trovare un linguaggio alto che tuttavia sia comprensibile a tutti, ai semplici fedeli come alla gente in ricerca, a chi non crede o a chi crede di non credere. Avevo già più di ottant' anni e non ero un cardinale elettore ma nel 2005, se avessi partecipato al conclave, avrei votato senz'altro per lui. Mi sembrava la persona più degna: un grande teologo che è, soprattutto, un uomo di grande spiritualità. E quando venne eletto pensai subito che sarebbe stato un grande pontificato, un pontificato che avrebbe fatto la storia. Questi cinque anni me lo hanno più che mai confermato. Benedetto XVI è un Papa che ha cercato e trovato un linguaggio nuovo: nelle omelie, nelle Udienze del mercoledì, nelle Encicliche. È importante l'immagine biblica del "cortile dei Gentili", l'atrio esterno del Tempio di Gerusalemme, che ha evocato di recente parlando del dialogo con i non credenti: "La Chiesa dovrebbe anche oggi aprire una sorta di "cortile dei Gentili", dove gli uomini possano in una qualche maniera agganciarsi a Dio, senza conoscerlo e prima che abbiano trovato l'accesso al suo mistero". Il Pontefice è convinto che tanta gente sia in ricerca ma non trovi una persona che li aiuti a mostrare ciò che c'è già dentro di loro: quasi un metodo maieutico, socratico. Sbaglia chi ritiene che il Papa sia in una posizione di conflitto con la cultura del nostro tempo: se c'è uno che conosce bene il pensiero laico contemporaneo è Benedetto XVI, come si è visto ad esempio nel confronto con Jürgen Habermas. La sua cultura è vastissima, anche se non lo fa mai pesare. E quando discute, certo, non molla. Ma una cosa è sicura: colui che discute col Papa si rende conto che il Papa lo capisce, lo ascolta e lo capisce. Anche se non è d'accordo con la sostanza, si sente che ti ha ascoltato e ne tiene conto. La sua risposta, ferma nei principi, mostra come le parole dell' interlocutore abbiano in qualche modo arricchito il suo stesso pensiero. Ciò che mi ha un po' sorpreso, piuttosto, è stata la sua determinazione nel prendere decisioni. Ma anche questo, in fondo, dipende dalla sua essenziale spiritualità. Il Pontefice è una persona integerrima e un uomo che matura le proprie decisioni pensando, scrivendo, ma soprattutto meditando e pregando. E osa anche rischiare se, davanti a Dio e con la preghiera, ritiene di doverlo fare. Sapeva di rischiare un rifiuto quando ha revocato la scomunica ai lefebvriani per aiutarli a ripensarci e ritornare nell' ambito della Chiesa. O quando prima ancora ha concesso come forma straordinaria e non obbligatoria l'uso del messale latino. Ma l'ha fatto lo stesso: sentiva in coscienza di dover fare tutto ciò che era possibile per ricomporre questa dissidenza. Pure sulla questione dei preti pedofili, fin da quand'era cardinale, ha mostrato una capacità di intervento tempestivo, chiaro, anche compromettente. Come quando alla Via Crucis del 2005 disse: "Quanta sporcizia c'è nella Chiesa, e proprio anche tra coloro che, nel sacerdozio, dovrebbero appartenere completamente a lui!". Da buon intellettuale, Benedetto XVI ci pensa a fondo e, una volta deciso, affronta i problemi senza paura: come ci ha mostrato nella lettera ai cattolici irlandesi. Del resto ha sempre avuto coraggio. Ai tempi del Concilio, giovane teologo, ispirava il cardinale Josef Frings e contribuiva a scrivere molti dei suoi discorsi: ricordo ancora una sua critica spietata ai metodi del Sant'Uffizio di allora, così dura che il cardinale Ottaviani si offese al punto da andarsene e volere delle scuse! Proprio durante il Vaticano II, facevo parte di un gruppo di teologi al lavoro per la redazione del testo Gaudium et Spes sulla Chiesa e il mondo contemporaneo; qualche anno dopo la chiusura del Concilio, mi capitò di leggere uno scritto di monsignor Ratzinger nel quale faceva alcune benevole ma interessanti critiche a quel testo. E pensai: peccato non fosse al posto mio perché il testo, sia pure ottimo, ne sarebbe risultato certamente migliore. Quando vado a fargli gli auguri, a Natale, gli dico sempre: grazie per il suo magistero, Santo Padre. Le sue Encicliche, le sue omelie, il suo pensiero rimarranno. Ci vorrà tempo per giudicarlo. E per vedere, dagli affetti delle sue decisioni, che aveva visto giusto. Io stesso ricordo che rimasi piuttosto male, nel 2005, per quelle parole alla Via Crucis. Mi sembrò un po' esagerato. Allo stesso modo, in molte cose, si dovrà dire: aveva ragione lui.

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