Colpevoli della fuga di notizie dal Vaticano sono tra le alte sfere della Segreteria di Stato. Saranno spediti da Bertone in Estremo Oriente e Africa

"Posso dire che quelli che hanno diffuso i documenti saranno i prossimi nunzi in Africa e nelle isole asiatiche, molto lontano da Roma, dove non possono fare danno. Questa è la punizione che riceveranno per le fughe di notizie da qua". Stavolta la voce della fonte di Affaritaliani.it è molto, molto inacidita e seccata, ma tant'è: a tempo debito, calmatesi le acque il Vatican Information Service, il bollettino che riporta le notizie della Sala Stampa della Santa Sede, potrebbe annunziare ai suoi lettori la nomina di "almeno due" ex appartenenti alle alte sfere della Segreteria di Stato. I quali saranno in partenza per Africa ed Estremo, molto estremo, Oriente. In qualità di nunzi apostolici, ossia di ambasciatori del Papa. 'Promoveatur ut amoveatur', in perfetto stile. Una cacciata senza remissione di peccato."Parliamoci chiaro", continua la fonte, "se li mandano nunzi non sono certo minutanti, ossia impiegati. Se si parla di prossimi nunzi è chiaro che si tratta di gente che lavora ai piani alti, molto alti, vicini insomma all'ufficio di Bertone. Vescovi, arcivescovi e comunque gente in carriera", dice la fonte. Che si sfoga: "Stavolta hanno impegnato a fondo la Gendarmeria, hanno scatenato la polizia vaticana con un mandato prioritario: scoprire chi spiffera in tempi rapidi per arginare le fughe". E i risultati sarebbero quindi arrivati, con conseguente punizione. "Bertone stavolta ha perso la pazienza, il Papa è stato avvisato e l'operazione è scattata. Adesso la punizione sarà questa: l'esilio e la fine di possibili promettenti carriere". Chi sono i mandanti? "Non c'è molto da credere. Erano monsignori molto critici con Bertone che hanno iniziato a distribuire documenti per colpirlo. E' stato un attacco venuto dall'interno, non ci sono mandanti stavolta". Ed evoca i Millenari, il famoso (fantomatico?) gruppo che scrisse il libro scandalo "Via col vento in Vaticano".

Antonino D'Anna, Affaritaliani.it

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