Giuliano Ferrara: un Papa che si dimette perché ritiene spiritualmente un dovere assecondare un rinnovamento e rilancio del suo Magistero

Il direttore del quotidiano italiano Il Foglio ha dedicato un ampio articolo al tema delle dimissioni del Papa. Queste le conclusioni del giornalista, che non ha mai nascosto la sua ammirazione per Joseph Ratzinger. "Un Papa che si dimette – scrive Giuliano Ferrara – perché ritiene spiritualmente un dovere assecondare un rinnovamento e rilancio che non cancelli il suo stesso Magistero, ma anzi lo rilanci, ha indirettamente la possibilità di influenzare con maggiore tempra e fondamento la successione (sceglie i tempi, offre un segno grande e terribile di vita extra-ordinaria della sua Chiesa). Realizza un sogno personale: la cura, lo studio, la produzione di luce teologica senza i panni del pastore universale. Scombussola certezze tradizionali secolari, innova radicalmente, promuove un’età regnante che renda meno ingovernabile il popolo di Dio riunito nella casa ecclesiale, e toglie ogni lentezza, stanchezza o spirito difensivo alla casa romana di Pietro". "L’azzardo è forte – conclude il direttore de Il Foglio – la circostanza anche abbastanza inverosimile, un Pontefice che ha forza spirituale non rinuncia al 'compito assegnatogli', come dice Ratzinger. Chissà che un giorno al Papa non appaia come un raddoppio di quella forza il gesto sovrano e papocentrico delle dimissioni". L’articolo di Ferrara è scritto con garbo e intelligenza: si parla delle dimissioni del Papa non sulla base di notizie e nemmeno di indiscrezioni (la voce sulla rinuncia ipotizzata per il prossimo aprile è già stata più volte smentita), ma a partire dal modo semplice e diretto con cui lo stesso Benedetto XVI ha affrontato il tema nel libro-intervista con Peter Seewald "Luce del mondo" pubblicato nel novembre 2010. Rispondendo a una domanda in proposito, infatti, Joseph Ratzinger ebbe a dire: "Quando un Papa giunge alla chiara consapevolezza di non essere più in grado fisicamente, mentalmente e spiritualmente di svolgere l’incarico affidatogli, allora ha il diritto e in talune circostanze anche il dovere di dimettersi". Quello che emerge dall’articolo di Ferrara, che cita en passant, ma senza soffermarsi, il tema dei "Vatileaks" e dei veleni curiali, è la possibilità di un gesto clamoroso e "papocentrico" alla cui origine non vi sia tanto la "chiara consapevolezza" del non essere più in grado di svolgere il proprio compito, quanto piuttosto la decisione di "rilanciare" il "suo stesso Magistero" e di guidare la sua successione. Fatte le debite distinzioni, alla base del ragionamento del direttore de Il Foglio appare esserci una preoccupazione per una debolezza del papato ratzingeriano non molto diversa da quella che ha fatto proporre pochi giorni fa al politologo Ernesto Galli Della Loggia un allargamento della base elettorale del conclave per modificare in senso presidenzialista la designazione del Pontefice al fine di esaltarne ruolo e poteri. È vero che Ferrara dice di non condividere l’analisi di chi afferma la debolezza del papato di Benedetto in questa fase, preferendo invece di gran lunga la constatazione della sua vitalità. Ma la conclusione, con l’ipotesi dimissioni presentata come occasione per un rilancio, finisce per dar ragione a chi auspica uno scossone salutare. Colpisce che personalità e intellettuali che hanno salutato con grande soddisfazione l’elezione di papa Ratzinger, vedendolo come il possibile realizzatore di un grande progetto papale di rafforzamento dell’identità della Chiesa, appaiano quasi delusi dalle strade che ha percorso il Pontificato, definito ora "papato penitenziale". Mentre, secondo altri, proprio in questa linea Benedetto XVI manifesta la sua forza profetica nel tempo presente. Papa Ratzinger ha detto con grande semplicità e franchezza di considerare le dimissioni nell’orizzonte delle possibilità. E lo ha fatto con l’atteggiamento umile che lo contraddistingue, cercando di mostrare, anche in questa circostanza, come l’importante non sia il protagonismo della persona del Papa, o del suo ruolo, quando piuttosto la possibilità di far emergere il vero "protagonista", la vera guida, la vera roccia della Chiesa, che è il suo fondatore, del quale il vescovo di Roma è soltanto vicario. Non c’è da dubitare che Benedetto XVI di fronte a una malattia invalidante o alla consapevolezza dell’incapacità mentale e spirituale di continuare nel suo servizio, rassegnerà le dimissioni: lo ha dichiarato lui stesso. Ipotizzare però che lo faccia pensando così di "rilanciare" il suo stesso Magistero, o magari di influenzare "con maggiore tempra" la sua successione (un accenno a tale proposito – ricordiamo – era contenuto nello strampalato documento anonimo sul presunto "complotto" che un cardinale ha recapitato in Vaticano), e così "realizzare" il sogno personale di tornare ai suoi studi, significa mettere al centro il protagonismo papale. Cioè un gesto, giustamente definito da Ferrara come "papocentrico". Una prospettiva, questa, che appare lontanissima sia dalla sensibilità di Papa Ratzinger sia da quanto la tradizione crede e insegna riguardo al ruolo del vescovo di Roma nei confronti della Chiesa universale.

Andrea Tornielli, Vatican Insider

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