Il Papa in Messico e a Cuba. Quello che Benedetto XVI ha visto nell'isola: rilettura critica del viaggio nel Paese dell'America Latina

Centinaia di migliaia di persone hanno visto il Papa a Cuba, hanno udito i suoi discorsi e contemplato ciò che è successo. Ognuno di questi testimoni, come è naturale, ha percepito la visita in maniera differente. Adesso interessa soprattutto sapere quale sia stata la percezione del Papa e del suo entourage. Questo è quel che ho potuto sapere da fonti ecclesiastiche (e non solo) che desiderano rimanere nel più totale anonimato. Alcune di queste fonti sono molto vicine al Santo Padre. Primo. Benedetto XVI è rimasto molto sorpreso dall’enorme contrasto tra l’accoglienza messicana, allegra, libera, molto partecipata e spontanea, in mezzo a una città viva ed economicamente vibrante, e le contratte cerimonie cubane, controllate dalla polizia politica, celebrate in un paese impoverito fino alla miseria, precedute da centinaia di detenzioni. Lo spettacolo orrendo di un giovane selvaggiamente picchiato da un poliziotto travestito da barelliere della Croce Rossa ha colpito il cuore del Papa che si è interessato personalmente per la sua sorte. In fin dei conti, il povero uomo aveva solo gridato “Abbasso il comunismo”, versione popolare dello stesso pensiero del Papa in viaggio verso Cuba, quando aveva dichiarato che il marxismo era un’ideologia fallita che doveva essere sepolta. Secondo. Al Papa e al suo seguito è sembrato disdicevole che Raúl Castro pronunciasse a Santiago de Cuba il classico discorso stalinista da guerra fredda per cercare di giustificare la dittatura. Attendevano un messaggio di cambiamento e di speranza, non di reiterazione delle linee maestre del regime. Quel testo, insieme ai discorsi pronunciati dal cancelliere Bruno Rodríguez e dal vicepresidente con delega al settore economico, Marino Alberto Murillo, hanno convinto il Santo Padre che Raúl Castro è molto più interessato a mantenersi ancorato al passato che a preparare un futuro migliore per i cubani. Terzo. La delegazione papale ha comprovato, con dolore, che la richiesta del precedente Papa, Giovanni Paolo II, fatta durante il viaggio compiuto 14 anni prima, che doveva servire a far perdere la paura ai cubani, era stata inutile. A parte alcune centinaia democratici oppositori, tenuti sotto assedio in maniera permanente, picchiati e a volte persino incarcerati, Cuba resta una società corrotta dalla paura. In ogni caso la manifestazione di paura più eclatante non è stata quella degli oppositori, ma di coloro che in apparenza sono fedeli al regime. La delegazione papale ha conosciuto molto da vicino il doppio linguaggio. Quando i funzionari ecclesiastici parlavano da soli con i politici cubani questi si mostravano aperti, tolleranti e desiderosi di operare riforme profonde in campo politico ed economico. Uno di loro, in privato, è arrivato pure ad ammettere che a Cuba servirebbe un sistema democratico basato sulla pluralità dei partiti politici e le libere elezioni, per far avanzare la società verso la modernità, anche se i comunisti potrebbero rischiare di perdere il potere. Ma, quando si aggiungeva un’altra persona alla conversazione, o arrivavano i giornalisti, tornavano al discorso ortodosso più inflessibile e stalinista, ripetendo il copione ufficiale senza omettere neppure una virgola. Era uno spettacolo davvero penoso. Quarto. Il Papa e la sua comitiva hanno avuto la conferma di quanto già intuivano. La Chiesa cubana è divisa in due linee molto chiare: quella del cardinale Jaime Ortega, accomodante fino all’estremo e collaborazionista al punto di chiedere alla forza pubblica di far evacuare un tempio occupato da alcuni fedeli che volevano protestare contro la dittatura, ben sapendo che sarebbero stati detenuti e di sicuro maltrattati, e quella di vescovi come Dionisio García Ibáñez, che è stato ingegnere prima di essere ordinato sacerdote, ben più fermi nel contrastare il regime cubano. Mentre Jaime Ortega si limita a compatire alcune vittime del governo (ma non tutte), Dionisio (pur continuando a essere amico del cardinale) e altri sacerdoti, come il famoso José Conrado Rodríguez, parroco in una chiesa di Santiago de Cuba, sono convinti che non ci sarà sollievo né riconciliazione tra i cubani fino a quando il regime non verrà pacificamente sostituito da una vera democrazia che tenga di conto delle opinioni di tutta la società e non solamente di un pugno di ultracomunisti avvinghiati alla ragnatela del passato. Quinto. Il Papa ha comprovato che il suo coetaneo Fidel Castro è in peggiori condizioni fisiche e mentali di lui. Ha incontrato un vecchietto fisicamente invalido, mentalmente incerto e con gravi difficoltà comunicative. Un uomo fuori dal gioco. Il Papa, che è un uomo buono, ha pregato per lui. Come abitudine cristiana.

Carlos Alberto Montaner, Vatican Insider

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