sabato 12 maggio 2012

Benedetto XVI e i rapporti con l’ebraismo: la riscoperta della continuità tra la speranza di Abramo e la speranza cristiana, tra la Torah e il Vangelo

Nel libro intervista con Peter Seewald "Luce del Mondo", Benedetto XVI parla delle due crisi che ci sono state durante il suo Pontificato nel dialogo ebraico-cattolico: la nuova formulazione dell'intercessione per gli ebrei per il Venerdì Santo secondo il rito del 1962, e gli attacchi da lui subiti a seguito della revoca della scomunica del vescovo lefebvriano Williamson, riduzionista della Shoah. Dice chiaramente di essere stato spesso frainteso al riguardo, a volte addirittura intenzionalmente. Una constatazione amara, perché se c’è un Papa che più di tutti ha puntato al dialogo con l’ebraismo è Benedetto XVI. Da sempre, Joseph Ratzinger ha guardato alle radici ebraiche del cristianesimo. Nel 1994, il card. Ratzinger partecipò ad un incontro interreligioso organizzato a Gerusalemme dal governo israeliano. E lì espose in maniera sistematica la sua teologia dei rapporti tra la Chiesa e Israele, basata sulla riscoperta della continuità tra la speranza di Abramo e la speranza cristiana, tra la Torah e il Vangelo. Questo è l’indirizzo del suo pontificato: il Papa, spesso, nei suoi viaggi internazionali, ha incontrato una comunità di religione ebraica; è stato in Israele nel 2009, e in visita alla Sinagoga di Roma nel 2010, e in entrambi i casi ha mostrato la continuità tra cattolicesimo ed ebraismo. Nel libro intervista con Peter Seewald, il pensiero di Benedetto XVI appare chiaro, ed è significativo che non siano venuti commenti negativi alle sue dichiarazioni da parte ebraica. Perché nel libro Benedetto XVI riprende la vecchia definizione degli ebrei come “fratelli maggiori” e vi accosta la propria, quella di “padri nella fede”, che ritiene spieghi ancora meglio il rapporto tra ebrei e cristiani. Quando Giovanni Paolo II aveva parlato di fratelli maggiori, da parte ebraica, alcune voci avevano criticato questa definizione, perché nella Bibbia il fratello maggiore non sempre ha la meglio, basta pensare alla storia di Giacobbe ed Esaù, in cui è proprio il fratello maggiore a non essere prescelto. Per questo, Benedetto XVI accosta ai fratelli maggiori il suo “padri nella fede”, che ricorda chiaramente le radici ebraiche del cristianesimo. Fin dall'inizio del suo Pontificato, Benedetto XVI, in continuità con la sua storia personale, ci ha tenuto a dimostrare che non è possibile considerare il Nuovo Testamento in maniera isolata rispetto a questa madrepatria ebraica e che esiste una profonda unità tra Antica e Nuova Alleanza, entrambe parti della Sacra Scrittura. E lo ha ribadito nel libro-intervista con Seewald, in cui il Papa spiega che, per essere compreso, il Nuovo Testamento deve essere letto insieme all'Antico. Benedetto XVI è stato il primo Papa ad invitare rappresentanti dell'ebraismo alla sua Messa di inizio Pontificato nel 2005. Poco più di un mese dopo, ricevette una delegazione del Comitato Ebraico Internazionale per le Consultazioni Interreligiose. Un incontro durante il quale il Papa ha dichiarato: "Negli anni successivi al Concilio (Ecumenico Vaticano II) i miei predecessori Papa Paolo VI, e in modo particolare Papa Giovanni Paolo II, hanno compiuto significativi passi avanti verso il miglioramento delle relazioni con il popolo ebraico. È mia intenzione continuare su questo percorso". E poi, il primo luogo di preghiera appartenente ad un'altra comunità religiosa visitato dal Papa Benedetto XVI fu la sinagoga di Colonia, dove il Papa andò nel 2005, nel suo primo viaggio internazionale per la Giornata Mondiale della Gioventù. Lì, fece riferimento proprio all’incontro con il Comitato Ebraico Internazionale, e sostenne: "Voglio confermare anche in questa circostanza che con grande vigore intendo continuare il cammino verso il miglioramento dei rapporti e dell'amicizia con il popolo ebraico, in cui Papa Giovanni Paolo II ha fatto passi decisivi". Di più. Benedetto XVI ha riconosciuto i rapporti “difficili” del passato, ha deplorato l’antisemitismo e ha sottolineato che “il ricco patrimonio spirituale condiviso da cristiani ed ebrei è di per se una fonte di saggezza ed ispirazione capace di guidarci verso un futuro di speranza, in base al piano divino. Nello stesso tempo, il ricordo del passato resta per entrambe le comunità un imperativo morale e una fonte di purificazione nei nostri impegni di preghiera e lavoro diretti verso la riconciliazione, la giustizia, il rispetto e la dignità umana, e verso la pace che è infine un dono del Signore stesso. Per la loro stessa natura, questi valori devono includere una riflessione continua sulle profonde questioni, storiche morali e teologiche, poste dall'esperienza della Shoah". Sin dal primo anno del suo Pontificato, Papa Benedetto XVI si è incontrato ininterrottamente con una serie di organizzazioni e personalità importanti del mondo ebraico, inclusi i capi rabbini di Israele e il capo rabbino di Roma. "A voi - disse a quest'ultimo - è vicina la Chiesa cattolica e vi è amica. Sì, noi vi amiamo e non possiamo non amarvi, a causa dei Padri: per essi voi siete a noi carissimi e prediletti fratelli". Sul fronte del dialogo interreligioso, i rapporti con il mondo ebraico sono saldissimi. Non lo stesso si può dire per i rapporti di segno più “politico”. A giugno del 2010 c'erano state diverse polemiche per una traduzione italiana dell'Instrumentum laboris dell’Assemblea Speciale per il Medioriente del Sinodo dei vescovi, tanto che l' ambasciatore d'Israele presso la Santa Sede Mordechai Lewy stigmatizzò “i troppi sforzi interpretativi” fatti dai media, soprattutto italiani, per leggere il documento “in chiave antisraeliana”. Ma è sulla questione di Pio XII e sull’antisemitismo dei lefebvriani, con i quali Benedetto XVI ha portato avanti una difficile trattativa perché rientrassero nella Chiesa, che ci sono state le frizioni più importanti.

Andrea Gagliarducci, Korazym.org
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