giovedì 10 maggio 2012

Benedetto XVI, il Papa teologo che apre a tutti un accesso di luce e di gioia verso il mistero del Dio Altissimo che in Gesù è sceso sino a noi

di Piero Coda
Preside dell’Istituto universitario "Sophia" di Loppiano

E' diventata quasi una consuetudine, ormai, definire Benedetto XVI "il Papa teologo". Ed egli senz’altro lo è, e di classe. Ma in quale senso? Approfondire la cosa non è secondario, perché può dischiudere uno sguardo nuovo, e grato, sul cuore del suo ministero. Innanzi tutto, va detto che Benedetto XVI non è teologo soltanto perché, prima di diventare arcivescovo di Monaco di Baviera e d’esser poi chiamato a Roma alla Dottrina della Fede, è stato uno dei più brillanti professori di teologia del mondo cattolico, già prima e soprattutto dopo il Concilio Vaticano II, cui del resto ha partecipato in veste di esperto. Né lo è perché, nell’esercizio del suo servizio di Vescovo di Roma e Pastore della Chiesa universale, egli ci dona delle stupende "lezioni»"di una teologia densa ma al tempo stesso alla portata di tutti, nutrita com’essa è della Parola di Dio e modellata sull’insegnamento dei Padri della Chiesa, dei grandi Dottori e dei Santi.Piuttosto, Benedetto XVI è Papa teologo soprattutto perché, in tutto quel che dice e fa, persegue un preciso obiettivo: quello di contribuire ad aprire a tutti un accesso di luce e di gioia verso il mistero del Dio Altissimo che in Gesù è sceso sino a noi e che, grazie al dono dello Spirito Santo versato nei cuori, dimora nel nostro intimo, illumina i nostri passi, dà senso e vigore alle nostre azioni. "Ecco – dice il Signore nel libro dell’Apocalisse –, Io sto alla porta e busso. Se uno mi apre, entrerò presso di lui e cenerò insieme con lui" (3,20). Papa Benedetto XVI, con passione, tenacia e maestria, vuole che tutti noi, bambini, giovani e adulti, credenti e persone in ricerca, ascoltiamo quest’invito, apriamo la porta a Gesù e impariamo a conversare con Lui. Non è proprio questo ritorno al cuore pulsante della fede cristiana, e cioè al Dio che si è rivelato amore in Gesù e che in Gesù si è offerto a noi come l’àncora certa della speranza, ciò che anima le sue Encicliche, la "Deus Caritas est", in particolare, e la "Spe salvi", e che lo ha spinto a indire, a partire dal prossimo autunno, un Anno della fede? E ciò, si badi, non soltanto per riaccendere e alimentare il fuoco e la luce della presenza di Dio nell’intimo di ciascuno, ma per far risplendere la bellezza e l’efficacia di questa presenza nel tessuto variegato delle nostre società, là dove le persone vivono la vita, gli affetti, il lavoro. Basti pensare all’Enciclica "Caritas in veritate", nella quale l’amore di Dio per noi in Gesù, e di noi per Dio in risposta, si dispiega nell’affascinante e impegnativo progetto di un rinnovamento sociale, economico, politico a tutti i livelli. Ma veniamo al ricordo di qualche episodio che ho vissuto in prima persona e che mi ha permesso di vedere in atto questa ispirazione. Il primo risale a una quindicina d’anni fa. Il card. Ratzinger, allora prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, doveva incontrare un personaggio illustre della filosofia giapponese di tradizione buddista, il professore Masao Abe di Kyoto. Non potendo farlo egli stesso, mi chiese di accoglierlo in vece sua. Mi ritrovai dunque nella sede della Congregazione per questo importante colloquio che stava molto a cuore al cardinale: perché il tema all’ordine del giorno era l’originalità del volto di Dio rivelato in Gesù, che il professor Abe voleva conoscere più da vicino. Il dialogo, quella mattina, fu ricco e profondo e il card. Ratzinger, da me poi aggiornato in dettaglio, ne fu felice. Mi è venuto spontaneo pensare a questo fatto quando, anni dopo, ho visto Benedetto XVI sostare in raccoglimento, accanto a un alto rappresentante islamico, nella Moschea blu di Istanbul, durante il suo viaggio in Turchia. È questa una via maestra della vita e della missione della Chiesa oggi che il Papa ci addita: testimoniare a tutti, nella pace e con l’amore, il volto di Dio che Gesù ci ha rivelato. Un secondo episodio, di cui tutti, in qualche modo, abbiamo potuto essere spettatori almeno per televisione, è quello dell’incontro di preghiera coi giovani, durante la GMG di Madrid. Fu quando il Papa, dopo la pioggia, s’è inginocchiato davanti a Gesù Eucaristia sull’altare trascinando in questo gesto una moltitudine di giovani i quali, in silenzio, a lungo e immobili, hanno sostato con lui in preghiera. Guidare alla contemplazione e all’esperienza di Dio, del Dio che si è fatto carne in Gesù e che si dona a noi nell’Eucaristia: che cosa ci può essere di più grande e decisivo? Un ultimo episodio, infine, lo scorso anno. Anch’esso ha per protagonista un giovane, non vedente, brasiliano. Mi trovavo con gli studenti dell’Istituto Universitario Sophia di Loppiano, di cui sono preside dal 2008, in Piazza San Pietro per l’Udienza generale del mercoledì. Qualcuno di noi, in rappresentanza di tutti, fu introdotto a salutare il Papa. Quando venne il nostro turno, Caelison, il giovane di cui prima, emozionatissimo, disse a Benedetto XVI che gli stringeva la mano: "Ho incontrato Gesù, la Luce, e voglio coi miei compagni portarLo a tutti, come Lei c’invita a fare". Il Papa lo guardò con occhi penetranti, s’accorse che era non vedente, si commosse allora per quanto il giovane gli aveva detto (Gesù, la Luce!) e lo abbracciò con calore. Sì, Benedetto XVI è il Papa teologo dell’amicizia con Dio.

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