Benedetto e una sintesi purificatrice con i luterani, nella fede. Soprattutto da cardinale prefetto ha lavorato per la ricomposizione delle divisioni

Una cerniera, tra cattolici e protestanti, esiste e si chiama Martin Lutero. “Non è forse il monaco agostiniano di Erfurt a svolgere questa funzione tra le nostre chiese, poiché egli appartiene a entrambe?”, chiese un anno fa il presidente del consiglio della Chiesa evangelica tedesca, Nikolaus Schneider (foto), poche ore dopo che Benedetto XVI aveva partecipato nella città dove Lutero visse dal 1505 al 1511 a una celebrazione ecumenica. Il Papa non ebbe motivo di pensarci su troppo. Per lui era ed è così, e lo ha dimostrato poche ore fa, chiudendo a Castel Gandolfo l’edizione 2012 del “Ratzinger Schülerkreis”, il seminario coi suoi ex alunni dedicato quest’anno ai rapporti tra cattolici e protestanti a partire da un libro del card. Walter Kasper “Raccogliere i frutti”, una summa del rapporto tra le chiese cristiane. L’idea che il Papa ha messo in campo è una: purificare la memoria. Dice il religioso salvatoriano Stephan Horn, presidente del “Ratzinger Schülerkreis”: “A castello è stata sviluppata l’idea di un ‘mea culpa’ di ambo le parti. Il Papa ha sempre avuto l’idea che fosse necessaria questa purificazione. I fatti storici non possono essere cancellati, però la differenza sta nel come si guardano: cancellare il veleno di questi conflitti è un vero risanamento”. Già Kasper aveva meditato a lungo su questa idea. E così il suo successore in Curia romana, il cardinale svizzero di lingua tedesca Kurt Koch, che tuttavia non ha mancato di sottolineare che questa purificazione deve essere una “strada a doppio senso. Anche gli evangelici devono spiegare come vedono oggi la Riforma del Cinquecento, se con continuità rispetto a quell’epoca o con una rottura”. Ma intanto le tappe sono già programmate: nel 2017 ha luogo il cinquecentesimo anniversario della Riforma, un’occasione ghiotta per un doppio “mea culpa” preludio di una nuova età. Ha detto recentemente Schneider: “Forse non ci sarà una riabilitazione formale, ma una rivalutazione di fatto della figura di Lutero l’abbiamo sentita molto chiaramente dalla bocca del Papa a Erfurt. Sarebbe fantastico avere anche una rivalutazione della sua teologia”. Per Papa Ratzinger l’ecumenismo non è mai stato la ricerca del minimo comune denominatore, una sorta di “sincretismo all’insegna dell’uniformità” come lo ha stigmatizzato Kasper, quanto un ritorno all’essenziale, a “ciò che unisce”, ha detto a Erfurt, e cioè a quell’“interrogativo su Dio” che fu centrale anche nella vita di Lutero, la domanda su chi sia Dio e chi sia l’uomo innanzi a lui. Perché “in fondo”, dice lo storico Alberto Melloni, “l’agostiniano Ratzinger vive davanti a Dio lo stesso dramma che visse Lutero. E qui cattolici e luterani possono tornare a incontrarsi”. Joseph Ratzinger, soprattutto da cardinale prefetto, ha lavorato per la ricomposizione delle divisioni. Il suo atto più decisivo fu la spinta per la firma della Dichiarazione congiunta sulla dottrina della giustificazione del 31 ottobre 1999, nella quale Chiesa Cattolica e Federazione luterana concordarono su un punto: l’uomo dipende interamente per la sua salvezza dalla grazia salvifica di Dio. Una dichiarazione che limò le differenze e che, proprio per questo, fu molto criticata sia “da destra”, da chi l’ha ritenuta conciliante con i luterani, sia “da sinistra”, Hans Küng, che accusò il card. Ratzinger di aver trattato una resa con la parte di luteranesimo più conservatrice. Ma per Papa Ratzinger la radice tra le due Chiese è viva, occorre soltanto riconoscerla, appunto purificarla. E’ il concetto che espresse il card. Johannes Willebrands, ex presidente dell’Unità dei cristiani, nel 1980 in occasione dell’anniversario della "Confessio" augustana. E fa niente se, come ricordò lo stesso Ppa Ratzinger, “il card. Hermann Volk fece, umoristicamente e seriamente, questa domanda: ‘Vorrei sapere se nell’esempio di cui parla Willebrands si tratta della radice di una patata oppure di un melo. In altre parole: quello che è venuto fuori dalla radice sono tutte foglie oppure è proprio la cosa più importante, cioè l’albero?’”.

Paolo Rodari, Il Foglio

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