Card. Wuerl: i cristiani superino la sindrome dell’imbarazzo di annunciare il tesoro semplice, genuino e tangibile dell’amicizia con Gesù a favore della volontà e il desiderio di condividere la fede anche con chi se ne è allontanato o è in ricerca

La “Relazione prima della discussione”, pronunciata in latino, del cardinale relatore generale Donald Wuerl, arcivescovo di Washington è, insieme, appassionata e lucida. Partendo dal principio che ciò che si proclama “non è un’informazione su Dio, ma piuttosto Dio stesso” fattosi uomo, il porporato non esita ad affrontare il difficile contesto della nuova evangelizzazione nella società contemporanea, in cui esiste “la separazione intellettuale ed ideologica di Cristo dalla sua Chiesa”, la “barriera dell’individualismo” che fa decadere la responsabilità dell’uomo nei confronti dell’altro; il razionalismo che trasforma la religione in una “questione personale”; la “drastica riduzione della pratica della fede” tra i battezzati. Questo volto della società che cambia “in modo drammatico”, spiega il card. Wuerl,affonda le sue radici negli anni ’70 e ’80, decenni di “catechesi veramente scarsa”, di discontinuità, di “aberrazioni nella pratica della liturgia”. “È stato come se uno tsunami di influenza secolare - dice il porporato - portasse via con sé indicatori sociali come il matrimonio, la famiglia, il concetto di bene comune e la distinzione fra bene e male”. E non solo: “i peccati di pochi” hanno alimentato la sfiducia nelle strutture della Chiesa. “Una delle sfide che oggi fa crollare la nuova evangelizzazione e allo stesso tempo crea una barriera è l’individualismo”, l’analisi del cardinale, secondo il quale “la nostra cultura e l’enfasi in gran parte della società moderna esaltano l’individuo e minimizzano il necessario rapporto di ognuno con gli altri”. “Nella nostra società, che esalta la libertà individuale e l’autonomia, la realizzazione e la supremazia della persona, è facile perdere la nostra dipendenza dagli altri, insieme alle responsabilità che abbiamo nei loro confronti”, ha affermato il relatore generale. “La secolarizzazione - ha affermato il cardinale - ha modellato due generazioni di cattolici che non conoscono le preghiere fondamentali della Chiesa. Molti non percepiscono il valore della partecipazione alla messa, non ricevono il sacramento della penitenza e spesso hanno perso il senso del mistero o del trascendente”. Tutto ciò ha fatto sì che “una grande parte di fedeli fosse impreparata ad affrontare una cultura caratterizzata dal secolarismo, dal materialismo e dall’individualismo”. Tuttavia, non mancano segnali positivi lanciati dai giovani, dai bambini e dai loro genitori. In una parola: dalla famiglia, “modello-luogo della nuova evangelizzazione”, “primo elemento costitutivo della comunità”, così spesso sottovalutata e ridicolizzata dalla società contemporanea. E se i missionari del passato hanno coperto “immense distanze geografiche” per annunciare il Vangelo, i missionari del presente devono superare “distanze ideologiche altrettanto immense”, senza neppure uscire dal quartiere. “La nuova evangelizzazione non è un programma – sottolinea Wuerl – Si tratta di un nuovo modo di pensare, di vedere e di agire. È come una lente attraverso cui vediamo le opportunità di proclamare di nuovo il Vangelo”. Di qui, l’invito ad avere, nella verità del messaggio cristiano, “una nuova fiducia”, spesso erosa da un sistema di valori laici impostosi come superiore allo stile di vita proposto da Gesù. Oggi, dunque, “i nostri sforzi per diffondere il Vangelo non ci portano più necessariamente in terre straniere e verso popoli lontani”: “Coloro che hanno bisogno di sentir parlare di Cristo sono vicini a noi, nei nostri quartieri e nelle nostre parrocchie, anche se i loro cuori e le loro menti sono lontani da noi. I missionari della prima evangelizzazione hanno coperto immense distanze geografiche per portare la Buona Novella. Noi, missionari della Nuova Evangelizzazione, dobbiamo superare distanze ideologiche altrettanto immense, spesso prima ancora che usciamo fuori del nostro quartiere o della nostra famiglia”. Di qui la necessità, per i credenti, di “superare la sindrome dell’imbarazzo” di annunciare “il tesoro semplice, genuino e tangibile dell’amicizia con Gesù”, a favore della “volontà e il desiderio di condividere la fede” anche con chi se ne è allontanato o è in ricerca. Tale annuncio, però, esorta il relatore generale, sia testimoniato nella vita, perché evangelizzare significa offrire l’esperienza dell’amore di Gesù e non “una tesi filosofica di comportamento”. Tre, quindi, i fondamenti dell’evangelizzazione: quello antropologico, che dice che ogni uomo è fatto ad immagine e somiglianza di Dio ed ha in sé il desiderio naturale di comunione con il trascendente; quello cristologico, per il quale il Cristo si è rivelato e non è una creazione sociologica o un’aberrazione teologica; ed il fondamento ecclesiologico, che porta la salvezza di Cristo “dentro e attraverso la Chiesa”. Il porporato allarga, inoltre, lo sguardo ai movimenti e alle comunità ecclesiali, “segno della nuova evangelizzazione”. Ne cita tre per tutti, Comunione e liberazione, Opus Dei ed il Cammino Neocatecumenale, ed esorta tutti ad “integrare più pienamente le loro energie e attività nella vita di tutta la Chiesa”. Inoltre, continua il porporato, è vero che Gesù non ha promosso “un particolare programma politico”, però ha stabilito principi di base fondamentali per la libertà e la dignità umana e per l’ordine morale naturale, che si devono riflettere anche nella politica. Infine, quattro sono le caratteristiche dell’evangelizzatore di oggi, conclude l’arcivescovo di Washington: avere coraggio, quel “pacifico coraggio” di San Massimiliano Kolbe o di Madre Teresa di Calcutta; essere in comunione con la Chiesa e solidale con i suoi pastori; annunciare con gioia il messaggio di Dio; avvertire l’urgenza di una missione “troppo importante” per la quale “non c’è tempo da perdere”.

Radio Vaticana, SIR

RELATIO ANTE DISCEPTATIONEM DEL RELATORE GENERALE, CARD. DONALD WILLIAM WUERL, ARCIVESCOVO DI WASHINGTON (USA)
 

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