Giustizia esemplare: che cosa insegna il processo a Paolo Gabriele. Possibile che in futuro vengano prese nuove iniziative a seconda di se e quali altre evidenze dovessero emergere

Si è parlato molto, giustamente, del processo a Paolo Gabriele (nella foto con Benedetto XVI). Giustamente perché l’oggetto del giudizio, a parte l’inusualità dell’evento in sé, un processo penale in Vaticano non si vedeva probabilmente da oltre un secolo, riguardava una materia, il "furto in casa del Papa", inaudita e, francamente, inaudibile. Nel senso di inconcepibile, inimmaginabile, al di là della fantasia, se non fosse, com’è effettivamente, accaduto. Giusto, dunque, parlarne, aprire alla stampa di ogni continente le porte del tribunale dello Stato più piccolo del mondo, rendere pubblico il pur rapido procedimento in ogni sua fase. Un po’ meno giusto, anzi non poco distorto, invece, come questo processo sia stato generalmente visto, raccontato, commentato. Presentandolo come "il processo sui vatileaks", ossia sui responsabili della fuga e della pubblicazione dei documenti riservati della Curia romana, alcuni, molti, addirittura personali del Papa. Processo che il Vaticano avrebbe istruito in fretta e chiuso in fretta per mettere una sorta di pietra tombale su una vicenda, al di là di ogni altra considerazione, senza dubbio triste, prima ancora che imbarazzante. E dove i "veri responsabili" sono, dunque, destinati a restare impuniti. Inutile tornare a ripetere che si tratta di una lettura di quanto è successo tanto diffusa quanto distorta, e non si tratta certo di un dettaglio. Perché quello celebrato non è stato un processo sul caso Vatileaks, ma un processo per furto. E, come più volte ripetuto anche dal portavoce vaticano, padre Federico Lombardi, è possibile che in futuro vengano prese nuove iniziative a seconda di se e quali altre evidenze dovessero emergere. Il punto da sottolineare oggi, tuttavia, non è questo. Quanto, piuttosto, ciò che questo processo così rapido, e nel medesimo tempo così trasparente, ha messo in evidenza. A cominciare dalla mitezza di una pena erogata al colpevole (al quale "è un’eventualità molto concreta" che il Papa concederà la grazia, ha specificato Lombardi) che mostra quasi il disagio, il pudore, con cui la Chiesa ha affrontato questa vicenda. In questo senso è illuminante come fin nella stesura della sentenza, riconoscendo e dimostrando di comprendere le ragioni umane ("pur erronee") di chi ha sbagliato, per la Chiesa anche la somministrazione della giustizia secolare non può mai separarsi dalla misericordia. Perché la Chiesa non è, mai, per 'punire', ma per aiutare chi è caduto a sollevarsi di nuovo. Non cerca vendetta ma, appunto, giustizia, e per questo non perde mai di vista l’umanità della persona. E così la stessa rapidità di istruttoria e giudizio, l’immediatezza con cui la corte ha aperto un fascicolo per appurare se Gabriele abbia o meno subito una detenzione non dignitosa, e anche l’essere riusciti, nonostante le pressioni dei media di tutto il mondo, a non trasformare il processo in una sorta di reality show, tutto ciò è un ulteriore segnale di quell’atteggiamento. Di un’attenzione che non è forma, ma sostanza. Non c’è dubbio che Benedetto XVI desideri, anche nel complesso di questa vicenda che tanto lo ha "rattristato e colpito", che sia fatta una pulizia profonda, senza reticenze e, soprattutto, senza che nulla sia nascosto. Ma, appunto, senza che mai si smarrisca quella dimensione di amore che, connaturata alla Chiesa, non tradisce la giustizia ma la rende, se possibile, ancora più giusta.

Salvatore Mazza, Avvenire

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