martedì 2 ottobre 2012

I dubbi sul processo a Claudio Sciarpelletti: l’informatico della Segreteria di Stato non era in possesso di documenti riservati ma di un 'libello' contro il capo della Gendarmeria vaticana

Con la celebrazione di un processo pubblico all’aiutante di camera Paolo Gabriele, reo confesso di aver riprodotto un’ingente mole di documenti provenienti dalla segreteria papale e di averli consegnati al giornalista Gianluigi Nuzzi, il Vaticano ha dato prova di voler procedere nella linea della trasparenza, nonostante la delicatezza di un procedimento che si preannuncia breve ma che vedrà salire sul banco dei testimoni anche il segretario particolare del Papa e che dunque tratterà della vita e dei rapporti esistenti all’interno dell’appartamento pontificio. Il Tribunale vaticano ha stabilito di stralciare il processo per favoreggiamento che vede imputato il tecnico informatico della Segreteria di Stato, Claudio Sciarpelletti. Il suo legale, sabato scorso, in aula, si è chiesto "come mai" il suo assistito fosse sotto processo, contestando anche l’esistenza del favoreggiamento. Sciarpelletti, che aveva accesso di tanto in tanto all’appartamento papale per occuparsi i computer, conosceva Paolo Gabriele, era stato arrestato la notte del 25 maggio e poi rilasciato, perché trovato in possesso di una busta con alcuni documenti "non riservati", come ha precisato in aula suo legale. Si tratta di una "corrispondenza email" e di quello che il promotore di giustizia Nicola Picardi ha definito un "libello inqualificabile", cioè "una relazione dal titolo 'Napoleone in Vaticano' riprodotta da Nuzzi nel volume 'Sua Santità'", nella quale si parla di alcune attività della Gendarmeria. Nel plico non c’erano dunque documenti riservati, né carte trafugate dalla scrivania papale. Ed è per questo che fin dai primi giorni la posizione del tecnico informatico si è molto alleggerita. Secondo quanto ricostruito dal promotore di giustizia, in un primo momento Sciarpelletti aveva affermato che la busta (con timbro a secco sul retro della Segreteria di Stato, Ufficio Informazioni e documentazioni) gli era stata consegnata da Paolo Gabriele. Ma poi ha rettificato le sue affermazioni, dicendo che gli era invece stata consegnata da un monsignore, nella sentenza ordinanza di rinvio a giudizio coperto per omissis dalla lettera W, per Paolo Gabriele. Questo monsignore, che comparirà come testimone al processo di Sciarpelletti, è Carlo Polvani, responsabile dei rapporti tra la Segreteria di Stato e i media della Santa Sede nonché nipote dell’arcivescovo Carlo Maria Viganò, l’ex segretario generale del Governatorato allontanato dal Vaticano (con promozione a nunzio negli USA) dopo aver denunciato presunti episodi di malaffare. L’avvocato di Sciarpelletti, che aveva mantenuto la busta nel cassetto e dunque non l’aveva consegnata, ha fatto notare come la seconda versione del suo assistito (busta data dal monsignore perché fosse consegnata a Gabriele) non favorisce affatto l’ex maggiordomo pontificio, destinatario finale della consegna. Nel libro di Nuzzi il capitolo dedicato alla Gendarmeria vaticana ("007 vaticani, missione in Italia") occupa le pagine 131-154. Vi si sostiene che gli uomini comandati dal generale Domenico Giani (nella foto con Benedetto XVI) hanno compiuto operazioni di polizia e pedinamenti in territorio italiano, attività che non è prevista dai trattati e dai regolamenti. Il paragrafo denominato "Napoleone in Vaticano" dopo aver descritto la carriera del capo dei gendarmi, parla di alcune società che si occupano di bonifiche ambientali e sicurezza e hanno come soci dei gendarmi. Il 5 febbraio 2011 su Il Giornale, appariva un articolo anonimo nel quale si accennava alla volontà dell’arcivescovo Viganò, allora ancora segretario generale del Governatorato, di sostituire il servizio di intelligence vaticana "interno" affidato ad "una persona perbene", cioè allo stesso generale Giani, con un servizio affidato ad un’azienda esterna. L’anonimo articolista non spiegava le motivazioni. "Si teme per la sicurezza, per la riservatezza – continuava l’articolo su Il Giornale – non piacciono le iniziative di chi è interessato a cambiare un sistema che per anni ha funzionato e servito con fedeltà coloro a cui, in via esclusiva, deve rispondere. L’intelligence vaticana è curata da un uomo perbene, che ha ben chiaro quali sono i suoi superiori, tuttavia la pressione esercitata da un arcivescovo per sostituire al lavoro interno, una centrale di sicurezza fornita da una società esterna, sta diventando insostenibile. Chi è questo arcivescovo dallo sguardo arcigno, che mette in fermento il santo condominio?". L’anonimo concludeva prefigurando in qualche modo uno stop alle attività di Viganò. Come poi è effettivamente avvenuto. Perché qualcuno dalla Segreteria di Stato voleva far arrivare al maggiordomo del Papa il "libello inqualificabile" contro Giani? Sciarpelletti il 26 maggio, interrogato dal promotore di giustizia Picardi a proposito del plico, ha affermato: "La busta mi è stata consegnata circa due anni fa ed è rimasta sempre chiusa e nella mia scrivania. Francamente io me ne ero dimenticato in quanto nessuno me l’aveva chiesta". "Due anni fa" significa 2010. Cioè molto tempo prima dell’inizio di Vatileaks e del contatto tra Paolo Gabriele e il giornalista Nuzzi. Forse quella documentazione "inqualificabile", che nel maggio 2012 sarebbe finita nel libro "Sua Santità", doveva essere portata da Gabriele direttamente all’attenzione di qualcuno nell’appartamento pontificio? In ogni caso, nonostante la busta sia rimasta nel cassetto della scrivania di Sciarpelletti, è evidente che per altre vie la stessa documentazione è arrivata a Nuzzi, che l’ha pubblicata. Il processo stralciato contro il tecnico informatico dovrebbe chiarire meglio queste circostanze. L’entrata in scena, anche se soltanto in qualità di testimone, di mons. Polvani riporta nuovamente l’attenzione sul caso Viganò come episodio centrale all’origine dei vatileaks.

Andrea Tornielli, Vatican Insider
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