lunedì 19 marzo 2012

Solennità di San Giuseppe. Il Papa: in lui l’uomo nuovo, che guarda con fiducia e coraggio al futuro, rinunciando a seguire il proprio progetto

La Chiesa è oggi in festa per il Santo per eccellenza, Giuseppe, il padre putativo di Gesù. Innumerevoli sono i messaggi d’auguri di personaggi pubblici, come di semplici fedeli, giunti in queste ore a Benedetto XVI per il suo onomastico. Ma quale valore ha la figura di un Santo la cui discrezione e la cui umiltà appaiono quasi una provocazione per l’epoca attuale, tutta protesa alla massima visibilità garantita dalle reti sociali? Amare la propria famiglia senza dire cose memorabili. Fare del bene ai propri amici senza farsi pubblicità. In una parola: esserci sempre senza apparire mai. Visto dall’esterno, decisamente un uomo “sbagliato”, San Giuseppe, per l’era dell’homo ipermediaticus. Un anti-personaggio, uno fuori dalla “rete”, quella per cui si "è" se si è “amici di” e “condivisi su”, e dunque uno che non conta. Visto dall’interno, il profilo “invisibile” di San Giuseppe è invece all’origine di un network fittissimo, che vanta ininterrottamente “amici” da duemila anni, che si aggiungono solo e non si cancellano: ovvero le migliaia di istituti, associazioni, gruppi che a lui, il Santo schivo, l’artigiano dell'umiltà, hanno voluto intitolare e affidare la propria opera. Lui fu il compagno fedele e amorevole della sua sposa, quello che ogni sposa vorrebbe accanto. Lui fu il padre affettuoso di un ragazzo figlio di una paternità tanto più grande da poter essere servita con gioia, invece che subita con malanimo. Un aspetto sottolineato due anni fa da Benedetto XVI: “Sant’Ambrogio commenta che ‘in Giuseppe ci fu l’amabilità e la figura del giusto, per rendere più degna la sua qualità di testimone’...Pur avendo provato turbamento, Giuseppe agisce ‘come gli aveva ordinato l’angelo del Signore’, certo di compiere la cosa giusta” (Angelus, 19 dicembre 2010).
Giuseppe di Nazaret è l’uomo che ha educato e cresciuto Dio. È l’esempio che il Dio incarnato ha avuto davanti per anni per capire cosa volesse dire essere un uomo, che usa per il bene il talento dell’intelligenza e rafforza ogni giorno il dono della fede: “Così, nel ritmo delle giornate trascorse a Nazaret, tra la semplice casa e il laboratorio di Giuseppe, Gesù ha imparato ad alternare preghiera e lavoro, e ad offrire a Dio anche la fatica per guadagnare il pane necessario alla famiglia” (Udienza generale, 28 dicembre 2011).
Ecco perché, commentò un paio d’anni fa il Papa, è nel silenzio pieno di azione e anima di San Giuseppe che si coglie da sempre un profilo dalla modernità inarrivabile. Affermò: “[In lui] si profila l’uomo nuovo, che guarda con fiducia e coraggio al futuro, non segue il proprio progetto, ma si affida totalmente all’infinita misericordia di Colui che avvera le profezie e apre il tempo della salvezza” (Angelus, 19 dicembre 2010).
Ieri all’Angelus, come in altre occasioni, Benedetto XVI ha ringraziato in anticipo chi oggi vorrà dedicargli una preghiera nel giorno dell’onomastico. Da parte sua, il Papa non ha mai smesso di cercare la sua protezione. La protezione umile di un operaio per l’“umile operaio” che da sette anni regge la Vigna del Signore, come ha ripeté spontaneamente un anno fa al termine degli esercizi spirituali della Quaresima: “Ci affidiamo, in questo momento, alla sua custodia; preghiamo perché ci aiuti nel nostro umile servizio; andiamo avanti con coraggio sotto questa protezione" (Parole a conclusione degli Esercizi Spirituali della Curia romana, 19 marzo 2011).

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