In questa Chiesa nonostante tutto: le profezie di Joseph Ratzinger. Nei suoi interventi il ritratto impietoso dell’istituzione fondata da Cristo

"Farò più rumore da morto che da vivo", aveva profetizzato padre Pio. Deve averlo ascoltato dall’al di là il card. Ercole Consalvi, Segretario di Stato di Pio VII dal 1800 al 1806 e dal 1814 al 1823. Di lui, in questi giorni in cui procedono le indagini sui Vatileaks, si cita ripetutamente la risposta che diede a Napoleone Bonaparte quando voleva distruggere la Chiesa: "Non ci riuscirà, maestà. Non ci siamo riusciti neanche noi". Una frase che avrebbe potuto pronunciare anche Joseph Ratzinger. Sono note, infatti, le sue meditazioni sulla sporcizia della Chiesa, durante la Via Crucis del 2005 al Colosseo. Parole che ben si sposano con quelle del card. Consalvi. Lunedì pomeriggio, parlando a braccio nella sua cattedrale, la Basilica di San Giovanni in Laterano, per l’annuale convegno della sua diocesi di Roma, Benedetto XVI ha spiazzato tutti gli ascoltatori. Senza giri di parole, sviluppando in trenta minuti un’affascinante meditazione sul sacramento del Battesimo, ha messo in guardia i fedeli dalla "pompa del diavolo", termine con il quale il Papa ha ricordato che anticamente si indicavano i "divertimenti del male con la loro apparente bellezza ma in realtà con tutta la loro crudeltà", ma che significa anche «un modo di vivere dove non conta la verità ma l’apparenza". "Lascio a ognuno di voi - ha detto Benedetto XVI ai sacerdoti, religiosi e laici della diocesi di Roma - riflettere sulla pompa del diavolo e su questa cultura a cui diciamo no, per emanciparci e liberarci. Conosciamo anche oggi una cultura dove non conta la verità ma conta solo la sensazione e lo spirito di calunnia e distruzione. Una cultura che non cerca il bene, il cui moralismo è la maschera in realtà per confondere e creare confusione e distruzione. Contro questa cultura, dove la menzogna si presenta con la veste della verità e dell’infamazione, contro questa cultura che cerca il benessere materiale e nega Dio diciamo no". Davanti a tante contraddizioni nella Chiesa perché Joseph Ratzinger ha accettato persino il difficile compito di guidarla, dopo il lungo regno di Giovanni Paolo II, nel conclave che lo ha eletto Papa? A questa domanda c’è una risposta chiara e soddisfacente. La troviamo nella conferenza che il professore Ratzinger, all’epoca docente ordinario di Dogmatica all’Università di Ratisbona, tenne, il 4 giugno 1970, su invito dell’Accademia Cattolica di Baviera. Il tema era davvero molto accattivante: "Perché sono ancora nella Chiesa". "Di motivi per non essere più nella Chiesa - affermava - oggi ce ne sono molti e diversi tra loro. A voltare le spalle alla Chiesa si sentono spinti non più solo coloro ai quali la fede della Chiesa è diventata estranea, ai quali la Chiesa appare troppo arretrata, troppo medievale, troppo ostile al mondo e alla vita, bensì anche coloro che amarono nella Chiesa la sua figura storica, la sua liturgia, la sua inattualità, il suo riverbero di eternità. A questi ultimi sembra che la Chiesa si stia svendendo alla moda e stia quindi perdendo la propria anima: sono delusi come un innamorato che deve vivere il tradimento di un grande amore e considerano seriamente di voltarle le spalle. D’altra parte - proseguiva Joseph Ratzinger - vi sono però anche motivi molto contrastanti per rimanere nella Chiesa: in essa restano non solo quelli che conservano in modo instancabile la loro fede nella sua missione, o quelli che non si vogliono staccare da una vecchia e cara abitudine (anche se ne fanno scarso uso). Oggi rimangono in essa con maggior vigore proprio coloro che rifiutano la sua intera essenza storica e contestano con passione il significato che i suoi ministri cercano di darle o di conservarle. Sebbene essi vogliano rimuovere ciò che la Chiesa fu ed è, sono anche determinati a non lasciarsi mandare fuori da essa, per trasformarla in ciò che secondo loro essa dovrebbe diventare. […] Sono nella Chiesa - precisava - perché credo che, ora come prima e a prescindere da noi, dietro la nostra Chiesa vive la Sua Chiesa e che io non posso stare vicino a Lui se non rimanendo vicino e dentro alla Sua Chiesa. Sono nella Chiesa perché, nonostante tutto, credo che nel profondo essa non sia nostra, bensì proprio Sua. In termini molto concreti: malgrado tutte le sue debolezze umane, è la Chiesa che ci dà Gesù Cristo e solo grazie a essa noi possiamo riceverlo come una realtà viva, potente, che mi sfida e mi arricchisce qui e ora". C’è un altro testo che è bene rileggere in questi tempi di Vatileaks. Si tratta dell’intervento che il card. Ratzinger tenne, nel 1990, all’annuale meeting di Comunione e Liberazione che si tiene a Rimini. Più di qualcuno aveva ipotizzato che quest’anno il Papa sarebbe ritornato al tradizionale appuntamento di CL. Così, invece, non sarà. Il titolo della conferenza del 1990 era già emblematico: "Una compagnia sempre riformanda". "Non c’è bisogno di molta immaginazione - precisò subito il card. Ratzinger - per indovinare che la compagnia di cui qui voglio parlare è la Chiesa". E aggiunse: "La parola e la realtà della Chiesa sono cadute in discredito". Ma perché essa "riesce sgradita a così tante persone, e addirittura anche a credenti, anche a persone che fino a ieri potevano essere annoverate tra le più fedeli o che, pur tra sofferenze, lo sono in qualche modo ancora oggi?", si domandava. "I motivi sono tra loro molto diversi, anzi opposti, a seconda delle posizioni. Alcuni - rispondeva il porporato bavarese - soffrono perché la Chiesa si è troppo adeguata ai parametri del mondo d’oggi; altri sono infastiditi perché ne resta ancora troppo estranea. Per la maggior parte della gente, la scontentezza nei confronti della Chiesa comincia col fatto che essa è un’istituzione come tante altre, e che come tale limita la mia libertà. La sete di libertà è la forma in cui oggi si esprimono il desiderio di liberazione e la percezione di non essere liberi, di essere alienati. L’amarezza contro la Chiesa - proseguiva - ha però anche un motivo specifico. Infatti, in mezzo a un mondo governato da dura disciplina e da inesorabili costrizioni, si leva verso la Chiesa ancora e sempre una silenziosa speranza: essa potrebbe rappresentare in tutto ciò come una piccola isola di vita migliore, una piccola oasi di libertà, in cui di tanto in tanto ci si può ritirare. L’ira contro la Chiesa o la delusione nei suoi confronti hanno perciò un carattere particolare, poiché silenziosamente ci si attende da essa di più che da altre istituzioni mondane. In essa si dovrebbe realizzare il sogno di un mondo migliore. Quanto meno, si vorrebbe assaporare in essa il gusto della libertà, dell’essere liberati: quell’uscir fuori dalla caverna, di cui parla Gregorio Magno ricollegandosi a Platone". Concludendo il suo intervento al meeting di CL Ratzinger tracciava il profilo della Chiesa. "Essa - affermava il porporato - non è soltanto il piccolo gruppo degli attivisti che si trovano insieme in un certo luogo per dare avvio a una vita comunitaria. La Chiesa non è nemmeno semplicemente la grande schiera di coloro che alla domenica si radunano insieme per celebrare l’Eucarestia. E infine, la Chiesa è anche di più che Papa, vescovi e preti, di coloro che sono investiti del ministero sacramentale. Tutti costoro che abbiamo nominato fanno parte della Chiesa, ma il raggio della compagnia in cui entriamo mediante la fede, va più in là, va persino al di là della morte. Di essa fanno parte tutti i Santi, a partire da Abele e da Abramo e da tutti i testimoni della speranza di cui racconta l’Antico Testamento, passando attraverso Maria, la Madre del Signore, e i suoi apostoli, attraverso Thomas Becket e Tommaso Moro, per giungere fino a Massimiliano Kolbe, a Edith Stein, a Piergiorgio Frassati. Di essa fanno parte tutti gli sconosciuti e i non nominati, la cui fede nessuno conobbe tranne Dio; di essa fanno parte gli uomini di tutti i luoghi e tutti i tempi, il cui cuore si protende sperando e amando verso Cristo, 'l’autore e perfezionatore della fede', come lo chiama la lettera agli Ebrei (12,2). Non sono - concludeva il card. Ratzinger - le maggioranze occasionali che si formano qui o là nella Chiesa a decidere il suo e il nostro cammino. Essi, i Santi, sono la vera, determinante maggioranza secondo la quale noi ci orientiamo. Ad essa noi ci atteniamo! Essi traducono il divino nell’umano, l’eterno nel tempo. Essi sono i nostri maestri di umanità, che non ci abbandonano nemmeno nel dolore e nella solitudine, anzi anche nell’ora della morte camminano al nostro fianco". Parole di un’attualità sconcertante che oggi possono essere d’aiuto per meditare sugli eventi della cronaca e rivedere la luce del sole al di sopra del volo dei corvi.

Francesco Grana, Orticalab

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