Benedetto XVI al lavoro sulla terza parte del 'Gesù di Nazaret' dedicato ai Vangeli dell'infanzia: ha voluto rivelarsi nascendo in una famiglia umana

Benedetto XVI profitterà del suo periodo di riposo per scrivere la terza parte del suo libro “Gesù di Nazaret”, dedicata ai Vangeli dell’infanzia. Lo ha detto ieri il direttore della Sala Stampa vaticana, padre Federico Lombardi, nel corso di un briefing con i giornalisti. E’ in una Grotta della piccola Betlemme, nella terra di Giuda, che più di duemila anni fa nasce quel un Bimbo che cambierà la storia del mondo: Gesù. Benedetto XVI invita a soffermarsi sulla scena del Natale. I primi testimoni di questo evento, i Pastori, infatti, si trovano davanti non solo il Bambino, ma anche Maria e Giuseppe. “Dio – dice il Papa – ha voluto rivelarsi nascendo in una famiglia umana, e perciò la famiglia umana è diventata icona di Dio!”. La famiglia come “icona della Trinità per l’amore interpersonale” è uno dei temi cari a Benedetto XVI: “Giuseppe ha compiuto pienamente il suo ruolo paterno, sotto ogni aspetto. Sicuramente ha educato Gesù alla preghiera, insieme con Maria. Lui, in particolare, lo avrà portato con sé alla sinagoga, nei riti del sabato, come pure a Gerusalemme, per le grandi feste del popolo d’Israele. Giuseppe, secondo la tradizione ebraica, avrà guidato la preghiera domestica sia nella quotidianità – al mattino, alla sera, ai pasti -, sia nelle principali ricorrenze religiose. Così, nel ritmo delle giornate trascorse a Nazaret, tra la semplice casa e il laboratorio di Giuseppe, Gesù ha imparato ad alternare preghiera e lavoro, e ad offrire a Dio anche la fatica per guadagnare il pane necessario alla famiglia” (Udienza generale, 28 dicembre 2011).
E come la Santa Famiglia di Nazaret, il Papa esorta le famiglie a essere “Chiesa domestica”, a pregare insieme, a “imparare a pregare in famiglia”. Un altro episodio che il Papa ripercorre è quello della Presentazione di Gesù al Tempio. Maria e Giuseppe portano il Bambino a Gerusalemme. “Come ogni famiglia ebrea osservante della legge – dice il Papa – i genitori si recano al tempio per consacrare a Dio il loro primogenito e offrire il sacrificio” e la loro sarà l’offerta delle famiglie semplici, cioè due colombi. Ma, nota Benedetto XVI, la famiglia ebrea, come quella cristiana, prega sì nell’intimità domestica, ma anche “insieme alla comunità”. Il Vangelo di San Luca ci racconta, infatti, che i genitori di Gesù “si recavano ogni anno a Gerusalemme per la festa di Pasqua. Quando egli ebbe dodici anni, vi salirono secondo la consuetudine della festa”. In questo brano evangelico si narra che Gesù rimane al Tempio, all’insaputa dei genitori, i quali dopo tre giorni lo ritrovano mentre discute con i dottori. “Nell’episodio di Gesù dodicenne - sottolinea Benedetto XVI - sono registrate anche le prime parole di Gesù: 'Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo essere in ciò che è del Padre mio?'”. Egli quindi “indica chi è il vero Padre”.
“Domandiamoci: da chi aveva appreso Gesù l’amore per le “cose” del Padre suo? Certamente come figlio ha avuto un’intima conoscenza del Padre suo, di Dio, una profonda relazione personale permanente con Lui, ma, nella sua cultura concreta, ha certamente imparato le preghiere, l’amore verso il Tempio e le Istituzioni di Israele dai propri genitori. Dunque, possiamo affermare che la decisione di Gesù di rimanere nel Tempio era soprattutto frutto della sua intima relazione col Padre, ma anche frutto dell’educazione ricevuta da Maria e da Giuseppe” (Angelus, 27 dicembre 2009).
Nelle riflessioni del Papa ritorna, dunque, ancora l’importanza dell’educazione alla preghiera e della relazione con il Padre: “Da allora, possiamo immaginare, la vita nella Santa Famiglia
fu ancora più ricolma di preghiera, perché dal cuore di Gesù fanciullo – e poi adolescente e giovane – non cesserà più di diffondersi e di riflettersi nei cuori di Maria e di Giuseppe questo senso profondo della relazione con Dio Padre”
(Udienza generale 28 dicembre 2011).

E’ anche il tenero sguardo di Maria su Gesù che cattura l’attenzione di Benedetto XVI: quando, dice, “i suoi occhi possono fissare con tenerezza materna il volto del figlio, mentre lo avvolge in fasce e lo depone nella mangiatoia”. “La capacità di Maria di vivere nello sguardo di Dio è, per così dire, contagiosa”, dice il Papa e il primo ad esserne contagiato è proprio San Giuseppe: “Possiamo immaginare che anche lui, come la sua sposa...abbia vissuto gli anni dell’infanzia e dell’adolescenza di Gesù gustando, per così dire, la sua presenza nella loro famiglia”.

Radio Vaticana

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