I saluti al Papa e le testimonianze dei giovani: la Chiesa in Medio Oriente non si pieghi sotto il fardello dell'odio, della paura e della sofferenza

La preoccupazione delle nuove generazioni per il futuro del Libano e del Medio Oriente è stata espressa al Papa dal patriarca di Antiochia dei maroniti, Béchara Boutros Raï, nel saluto rivoltogli all’inizio dell’incontro con i giovani. Il patriarca ha anche manifestato il bisogno per questi ultimi "da un lato di un incontro personale con Cristo" e dall’altro "della ricerca di mezzi atti a confermare i valori di libertà, di uguaglianza dei diritti e dei doveri e di dignità umana, nei loro diversi Paesi". Quindi ha descritto la situazione in cui si trovano attualmente i giovani, i quali "stanno subendo crisi politiche, sociali, economiche e culturali, che minano la loro fede e portano alcuni di essi alla perdita del vero senso dell’identità cristiana e del radicamento nella propria terra e nella propria Chiesa. I loro timori aumentano dinanzi alla crescita del fondamentalismo religioso, che non crede al diritto alla diversità né alla libertà di coscienza o di culto, e che ricorre alla violenza come unico mezzo per raggiungere i suoi obiettivi". Ecco perché i giovani hanno bisogno di riscoprire valori quali "la convivialità, la riconciliazione e la fiducia reciproca. Di fatto - ha concluso - una cultura di pace si può edificare solo su simili valori". Alle sue parole hanno fatto eco quelle del presidente del consiglio per l’Apostolato dei laici in Libano, l’arcivescovo Georges Bou-Jaoudé, il quale ha definito i giovani presenti "consapevoli della responsabilità che hanno, di essere testimoni pronti alla difesa contro chiunque chiedesse ragione della speranza che è in loro". Infatti, sanno di "essere chiamati a ricostruire insieme il proprio Paese su solide basi, dopo i lunghi decenni di guerra che il Libano ha vissuto. È lo stesso sentimento che provano i giovani dei Paesi arabi vicini - ha aggiunto - dopo gli sconvolgimenti vissuti dai loro diversi Paesi durante quella che è stata definita la primavera araba, sperando che sia veramente una primavera". Quindi ha fatto riferimento alla nuova evangelizzazione e all’Anno della fede, che aiuteranno i giovani "a riflettere e a vivere meglio il loro impegno cristiano", e ai problemi e ai timori per l’avvenire, in quanto le nuove generazioni "vedono il loro Paese svuotarsi progressivamente della presenza cristiana. Sono delusi di non poter partecipare alla ricostruzione dei loro Paesi, scossi da pressioni integraliste di ogni sorta e - ha concluso - provati dal male di riconciliarsi con la modernità". Successivamente ha salutato il Papa l’arcivescovo greco-melkita Elie Haddad, che ha messo in luce come le nuove generazioni "nel quadro di una secolarizzazione dei valori, sono sempre più attaccate alla Chiesa, madre e maestra. Dopo vent’anni di guerra atroce in Libano, e in un clima rivoluzionario in Medio Oriente, le nuove generazioni attendono una nuova Pentecoste». Purtroppo - ha detto - c’è da registrare la grande sfida dell’immigrazione e della confusione esistenziale "che si estende tra politica e religione". Prova ne è "l’eclisse dei regimi". Da parte sua la Chiesa, ha detto, si propone come "luogo sicuro per diventare santi, nonostante le ingiustizie di cui è oggetto". Il presule ha infine spiegato che tra i presenti c’erano molti giovani religiosi e religiose e di altre comunità cristiane e musulmane. Sono seguite poi le testimonianze di due giovani. "Oggi più che mai - hanno detto - abbiamo bisogno della presenza attiva della Chiesa in questo Medio Oriente che si sta piegando sotto il fardello dell’odio, della paura, della disperazione e della sofferenza". Per questo, la presenza del Papa in Libano "nonostante le circostanze in cui viviamo è una sfida alla logica della guerra e della disperazione". Un riferimento alla situazione attuale della regione, nella quale la gioventù sprofonda "in un mare di difficoltà, di apprensione e di paure; molti giovani della nostra generazione vivono un profondo smarrimento, sperimentano lo scoramento e affrontano la corruzione. Le difficoltà che si presentano alla famiglia cristiana - siano esse legate allo stato della sicurezza, alle crisi politiche ed economiche o alla disoccupazione - sono immense e comprendono tra l’altro la perdita del senso sacramentale del matrimonio, l’ateismo contemporaneo, la discriminazione religiosa e razziale, le piaghe sociali costituite dalla tossicodipendenza e dall’alcolismo". Da qui il senso di sfiducia che spinge molti ragazzi a emigrare. Ma nel cuore delle nuove generazioni abita anche l’aspirazione alla pace e la speranza in un futuro senza guerre. "Sogniamo - ha detto uno dei portavoce dei giovani - un futuro in cui avremo un ruolo attivo, in cui lavoreremo insieme ai nostri fratelli, giovani di diverse religioni, per costruire la civiltà dell’amore, per edificare patrie in cui siano rispettati i diritti e le libertà dell’uomo, in cui sia tutelata la sua dignità". Per questo va ricercata la cultura della pace e condannata la violenza, per "essere ponti viventi di dialogo e di cooperazione", visto anche che «molti sperimentano l’amicizia, la comunione e il buon vicinato con i ragazzi e le ragazze appartenenti ad altre religioni. Sono esperienze uniche che ci distinguono in Medio Oriente". Purtroppo, però, c’è la paura dei fondamentalismi, che seducono alcuni e intralciano il dialogo. Per questo i due giovani hanno concluso auspicando "una Chiesa che accolga i suoi giovani, che li ascolti e che tenga conto delle sfide che devono affrontare, che stia al loro fianco in modo attivo e concreto, che li porti a scoprire il Cristo vivente nella sua Parola".

L'Osservatore Romano

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