Il 15 settembre 2006 moriva Oriana Fallaci: in Benedetto XVI vedo un compagno di strada. Ho incontrato questo intelligente, giusto, fine signore

Nel discorso pronunciato a New York il 29 novembre 2005 a commento del premio Annie Taylor a lei conferito, Oriana Fallaci ha dedicato due passaggi a Benedetto XVI. Nel primo passaggio ha ricordato “la privatissima udienza” da lei avuta nell'agosto dello stesso anno, a Castel Gandolfo, col Papa: “Un Papa che ama il mio lavoro da quando ha letto ‘Lettera a un bambino mai nato’ e che io profondamente rispetto da quando leggo i suoi libri intelligenti. Di più, un Papa col quale mi capita di essere d’accordo in molte occasioni. Per esempio quando egli scrive che l’Occidente ha sviluppato una sorta di odio di sé, che non solo non si ama più, ma ha perso la sua spiritualità e rischia di perdere anche la sua identità. (Esattamente ciò che io ho scritto quando ho scritto che l’Occidente è malato di un cancro morale e intellettuale. In realtà lo noto spesso: ‘Se un Papa e un’atea dicono la stessa cosa, in questa cosa ci deve essere qualcosa di fortemente attuale’). Nuova parentesi: io sono atea, sì. Un’atea-cristiana, come spesso sottolineo, ma un’atea. E Papa Ratzinger lo sa molto bene: in ‘La forza della ragione’ io dedico un intero capitolo a spiegare l’apparente paradosso di questa autodefinizione. Ma sapete che cosa dice il Papa ad atei come me? Dice: ‘Okay (l’okay è mio, naturalmente), allora 'veluti si Deus daretur'. 'Comportati come se Dio esista’. Parole da cui si deduce che nella comunità religiosa c’è gente più aperta e intelligente che nella comunità laica alla quale appartengo. Persone così aperte e così intelligenti che neppure provano, neppure sognano, di salvare la mia anima (intendo dire, di convertirmi). Questo è anche il motivo per cui io affermo che, nel vendersi all’islam teocratico, il mondo laico ha perso il più importante appuntamento offertogli dalla storia. E facendo così ha aperto un vuoto, un abisso, che solo lo spirituale può riempire. Questo è anche il motivo per cui nella Chiesa di oggi io vedo un inaspettato partner, un inaspettato alleato. In Ratzinger e in chiunque accetta la mia inquietante indipendenza di pensiero e di comportamento, io vedo un compagno di strada. Così ci siamo incontrati, questo intelligente, giusto, fine signore e io. Liberi da cerimoniali, formalità, a tu per tu nel suo studio di Castel Gandolfo conversammo per un po’. E questo incontro non professionale ci si aspettava che restasse segreto. Nella mia ossessione per la privacy io chiesi che fosse così. Ma le voci trapelarono lo stesso…”. Il secondo passaggio è il seguente: “Io non credo nel dialogo con l’islam. Perché sostengo che un simile dialogo è un monologo, un soliloquio nutrito dalla nostra ingenuità o inconfessata disperazione. (E perché su questo punto dissento fortemente da Papa Ratzinger il quale insiste su questo monologo con disarmante speranza. Una volta ancora, Santo Padre: anche a me naturalmente piacerebbe un mondo dove tutti amano tutti e nessuno è nemico di nessuno. Ma il nemico è qui. E non ha nessuna intenzione di dialogare né con lei né con noi)”.

Sandro Magister, Settimo Cielo

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