lunedì 1 ottobre 2012

Segretario del card. Martini: con Benedetto XVI un incontro tra due uomini che soffrivano molto. Gli sguardi e le poche parole tese a consolarsi reciprocamente, soprattutto il cardinale al Papa

''E' stato un incontro in cui gli sguardi e le poche parole erano tese a consolarsi reciprocamente, soprattutto il cardinale al Papa''. Così il segretario del card. Carlo Maria Martini (foto), don Damiano Modena, ricorda in un'intervista alla Radio Vaticana l'incontro privato di quattro mesi fa a Milano tra Benedetto XVI e il card. Martini. In quella circostanza il cardinale volle andare a trovare il Papa per dimostrare la sua solidarietà in un frangente difficile per lo stesso Pontefice e per la Chiesa. ''Io credo - dice Modena - sia stato un incontro tra due uomini che soffrivano molto. Uno di loro non sapeva che sarebbe morto a distanza di due mesi e l'altro probabilmente non immaginava che una volta diventato Papa avrebbe dovuto sopportare tante croci''. ''Trovammo il Papa molto stanco e sofferente - aggiunge - e il cardinale ce la mise tutta, secondo le sue possibilita', nel dirgli che gli era vicino, che era un momento di prova, che non doveva preoccuparsi''. A proposito di quanto scritto sugli ultimi momenti di vita di Martini, don Damiano osserva che ''la gran parte sono falsità''. ''E' morto naturalmente, assistito e accompagnato in tutto - spiega -. E' chiaro che fino a un certo punto si può intervenire, da un certo punto in poi bisogna solo accompagnare il malato. Quando si capisce che non c'è più nulla da fare... non c'è piu' nulla da fare! Lo abbiamo accompagnato con l'affetto, con la preghiera, leggendo passi della Bibbia, cantando anche, attorno al suo letto, tenendogli la mano''. Don Modena spiega anche che ''il cardinale ha permesso a me e ai suoi collaboratori infermieri di entrare in questa parte intimissima della sua vita che è la sua sofferenza, la sua malattia''. ''Ci ha permesso - aggiunge - di entrare nella parte più preziosa della sua vita e di aiutarlo a viverla meglio, di accompagnarlo in queste stanze della solitudine, del dolore fisico, della delusione, della mancanza di possibilità di comunicare. Ecco, credo che fosse questa, soprattutto, la sua più profonda sofferenza''. ''Fondamentalmente il dolore fisico - come lui stesso ha detto più volte - non era molto grande. Spesso ripeteva: 'E' una malattia che mi impedisce, più che crearmi dolore'. L'impossibilità di comunicare lo aggrediva al cuore del suo essere relazione, lui che è sempre stato un uomo di grande comunicazione'', conclude il segretario di Martini.
 
Ansa
 
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