sabato 3 ottobre 2009

Benedetto XVI per l'ottobre missionario: l'annuncio del Vangelo il più alto servizio offerto all'umanità dai cristiani. Il Magistero sulla missione

L’intenzione missionaria di Benedetto XVI per il mese di ottobre 2009 - mese tradizionalmente dedicato all’attività apostolica - esprime l’auspicio che “tutto il Popolo di Dio, a cui è stato affidato da Cristo il mandato di andare e predicare il Vangelo ad ogni creatura, assuma con impegno la propria responsabilità missionaria e la consideri come il più alto servizio che può offrire all’umanità”. Un pensiero che in questi anni di Pontificato, Benedetto XVI ha declinato in molti dei suoi aspetti. “Guai a me se non evangelizzo”. Il monito che San Paolo rivolge a se stesso nella prima lettera indirizzata ai cristiani di Corinto conserva da venti secoli una straordinaria forza propulsiva. La stessa forza che ha permesso al Messaggio di Cristo di raggiungere deserti, foreste e ghiacci agli antipodi della Galilea e della Giudea dove risuonò per la prima volta, di inculturarsi in Paesi lontanissimi dalla sensibilità cristiana, di trasformare con inesauribile costanza donne e uomini di ogni epoca in testimoni coraggiosi o geniali, popolari o sconosciuti, della medesima Buona Notizia. Benedetto XVI, al pari dei suoi predecessori del ventesimo secolo, ha sviluppato questa pagina specifica del suo magistero in sintonia con l’intuizione di Pio XI, “inventore” 83 anni fa della Giornata Missionaria Mondiale. Era il 1926, l’anno dell'Enciclica missionaria "Rerum ecclesiae", con la quale Papa Ratti incoraggiava la cristianità a collaborare per la "ricostruzione" delle missioni distrutte nel corso della Prima Guerra Mondiale. A partire da “La carità anima della missione” del 2006 - titolo del primo dei quattro Messaggi dedicati finora alla Giornata missionaria mondiale che portano la sua firma - Benedetto XVI ha tenuto a ribadire un concetto di fondo: non c’è missione senza carità, perché “la missione parte dal cuore”. “Il fatto sociale e il Vangelo sono semplicemente inscindibili tra loro. Dove portiamo agli uomini soltanto conoscenze, abilità, capacità tecniche e strumenti, là portiamo troppo poco”, aveva affermato il 10 settembre 2006 da Monaco. Un mese più tardi, domenica 22 ottobre 2006, in uno degli Angelus di quell’ottobre missionario, completa: “In effetti, la missione, se non è animata dall’amore, si riduce ad attività filantropica e sociale. Per i cristiani, invece, valgono le parole dell’apostolo Paolo: 'L’amore del Cristo ci spinge'. (…) Ogni battezzato, come tralcio unito alla vite, può così cooperare alla missione di Gesù, che si riassume in questo: recare ad ogni persona la buona notizia che ‘Dio è amore’ e, proprio per questo, vuole salvare il mondo” (Angelus, 22 ottobre 2006).
Il “coraggio” e la “gioia” distinguono il cristiano che ha deciso di diventare annunciatore del Vangelo. Se esiste questo corredo, non c’è ambito della vita sociale, civile, lavorativa, vocazionale che non possa essere rinnovato dalle parole di Cristo, testimoniate prima ancora che annunciate.
“La missione è dunque un cantiere nel quale c’è posto per tutti: per chi si impegna a realizzare nella propria famiglia il Regno di Dio; per chi vive con spirito cristiano il lavoro professionale; per chi si consacra totalmente al Signore; per chi segue Gesù Buon Pastore nel ministero ordinato al Popolo di Dio; per chi, in modo specifico, parte per annunciare Cristo a quanti ancora non lo conoscono” (Angelus, 22 ottobre 2006).
Nel Messaggio 2007, Benedetto XVI esorta “Tutte le Chiese” ad essere “per tutto il mondo”. E all’Angelus del 21 ottobre, in Piazza Plebiscito a Napoli dov’è in visita pastorale, spiega: “Ogni Chiesa particolare è corresponsabile dell’evangelizzazione dell’intera umanità”. Ciò significa, ripete, che a chi vive la missione in prima linea – e per questo affronta spesso gravi difficoltà e perfino persecuzioni - non deve mancare “il sostegno spirituale e materiale” di tutti gli altri credenti.
Del resto - aggiunge idealmente il Papa all’Angelus del 19 ottobre 2008 da Pompei - “il primo impegno missionario di ciascuno di noi è proprio la preghiera”: “E’ innanzitutto pregando che si prepara la via al Vangelo; è pregando che si aprono i cuori al mistero di Dio e si dispongono gli animi ad accogliere la sua Parola di salvezza” (Angelus, 19 ottobre 2008).
Qualche mese prima, il 17 maggio, ricevendo in udienza i partecipanti all’Incontro del consiglio superiore delle Pontificie Opere Missionarie, Benedetto XVI aveva ripreso uno dei cardini della coscienza missionaria della Chiesa e di ogni cristiano - quello del diritto-dovere dell’annuncio di Cristo - mettendone in risalto le ricadute non solo spirituali.
“Questo impegno apostolico è un dovere ed anche un diritto irrinunciabile, espressione propria della libertà religiosa, che ha le sue corrispondenti dimensioni etico-sociali ed etico-politiche” (Ai partecipanti all'incontro del Consiglio Superiore delle Pontificie Opere Missionarie (17 maggio 2008)).
Senza dimenticare che tale diritto è sempre stato inteso dalla Chiesa anche dal versante di chi l’annuncio lo riceve. Nella Nota dottrinale della Congregazione per la Dottrina della fede su alcuni aspetti dell’evangelizzazione, presentata il 14 dicembre 2007, si ricorda questa celebre frase di Giovanni Paolo II contenuta nell’Enciclica Redemptoris Missio: “Ogni persona ha il diritto di udire la ‘buona novella’ di Dio che si rivela e si dona in Cristo, per attuare in pienezza la sua propria vocazione”.

Radio Vaticana