lunedì 24 settembre 2012

Il Papa in Libano. Benedetto ha parlato all'islam come fece a Ratisbona. L’aver gettato dei semi di quel tipo, in un momento così tumultuoso, può produrre dei buoni frutti

Nel suo recente viaggio in Libano Benedetto XVI ha pronunciato una serie di discorsi in cui il tema prevalente era l’appello alla pacificazione degli animi, in un momento che vede una contrapposizione frontale tra Islam e Occidente. Non si tratta solo della blasfemia. Vengono alla luce profonde differenze culturali che rendono il dialogo arduo, se non addirittura impossibile. Nonostante questo, il Papa ha ripetuto il suo appello più volte nella speranza che si giunga infine a ricostruire un ponte in grado di ristabilire dei contatti, se non proprio sereni, meno drammatici di quanto ora siano. Naturalmente stampa e mass media in genere si sono concentrati soprattutto su questo aspetto – il tema della pacificazione – per motivi evidenti. Adesso è tale l’emergenza che altri argomenti appaiono, al confronto, assai meno importanti. Ben pochi hanno notato che, in uno dei suddetti discorsi, Benedetto XVI ha ripreso alcuni concetti già espressi in precedenza. E, anche in quel caso, si verificò una polemica molto aspra da parte del mondo islamico e delle sue massime autorità religiose. Sto parlando della “lectio magistralis” che egli tenne, in veste di professore in visita, all’università tedesca di Ratisbona (Regensburg) il 12 settembre 2006. In quella sede Joseph Ratzinger parlava innanzitutto da filosofo, e solo in modo mediato come teologo. Lo spunto fu un dialogo avvenuto nel 1391 tra l’imperatore bizantino Manuele II Paleologo e un dotto persiano su cristianesimo e Islam e sulla verità di entrambi. Il luogo era Ankara, l’attuale capitale turca che a quei tempi faceva parte dell’Impero di Bisanzio. Nessuno avrebbe immaginato che un argomento così “dotto”, tipico delle aule universitarie, avrebbe scatenato polemiche a non finire. Eppure proprio questo accadde. Papa Ratzinger citò alcune affermazioni di Manuele II Paleologo circa il tema della “jihad” (guerra santa) riportandole in questo modo: “Sicuramente l’imperatore sapeva che nella sura 2, 256 del Corano si legge: ‘Nessuna costrizione nelle cose di fede’. E’ una delle sure del periodo iniziale in cui Maometto stesso era ancora senza potere e minacciato. Ma, naturalmente, l’imperatore conosceva anche le disposizioni, sviluppate successivamente e fissate nel Corano, circa la guerra santa. Senza soffermarsi sui particolari, come la differenza di trattamento tra coloro che possiedono il ‘Libro’ e gli ‘increduli’, egli, in modo sorprendentemente brusco, si rivolge al suo interlocutore semplicemente con la domanda centrale sul rapporto tra religione e violenza in genere, dicendo: ‘Mostrami pure ciò che Maometto ha portato di nuovo, e vi troverai soltanto delle cose cattive e disumane, come la sua direttiva di diffondere per mezzo della spada la fede che egli predicava’. L’imperatore spiega poi minuziosamente le ragioni per cui la diffusione della fede mediante la violenza è cosa irragionevole”. Si tratta, lo si noti, di una citazione, tratta da un testo che ben pochi conoscono al di fuori degli specialisti del settore. Il Papa continuò notando: “L’affermazione decisiva in questa argomentazione contro la conversione mediante la violenza è: non agire secondo ragione è contrario alla natura di Dio. Per l’imperatore, come bizantino cresciuto nella filosofia greca, quest’affermazione è evidente. Per la dottrina musulmana, invece, Dio è assolutamente trascendente. La sua volontà non è legata a nessuna delle nostre categorie, fosse anche quella della ragionevolezza”. In seguito il Papa affermò: “Qui si apre, nella comprensione di Dio e quindi nella realizzazione concreta della religione, un dilemma che oggi ci sfida in modo molto diretto. La convinzione che agire contro la ragione sia in contraddizione con la natura di Dio, è soltanto un pensiero greco o vale sempre e per se stesso? Io penso che in questo punto si manifesti la profonda concordanza tra ciò che è greco nel senso migliore e ciò che è fede in Dio sul fondamento della Bibbia”. In altri termini, il papa intendeva ribadire che l’incontro tra il messaggio biblico e il pensiero greco non è un semplice caso. Infatti la lezione si chiude con queste parole: “Oggi noi sappiamo che la traduzione greca dell’Antico Testamento, realizzata in Alessandria, è più di una semplice traduzione del testo ebraico: è infatti una testimonianza testuale a se stante e uno specifico importante passo della storia della Rivelazione, nel quale si è realizzato questo incontro in un modo che per la nascita del cristianesimo e la sua divulgazione ha avuto un significato decisivo. Nel profondo, vi si tratta dell'incontro tra fede e ragione, tra autentico illuminismo e religione. Partendo veramente dall’intima natura della fede cristiana e, al contempo, dalla natura del pensiero ellenistico fuso ormai con la fede, Manuele II poteva dire: Non agire ‘con il logos’ è contrario alla natura di Dio”. Credo molti rammentino l’episodio e le polemiche accesissime che allora nel mondo islamico si scatenarono contro il discorso del pontefice. Ci volle del tempo prima che si placassero, e l’eco non è ancora del tutto spento. A Beirut, tuttavia, Benedetto XVI ha riproposto esattamente le stesse tesi, senza citare testi come quello dianzi menzionato. Ha parlato dell’incontro con la filosofia greca, della ragione che costituisce il “sigillo divino dell’uomo”, di una sorta di ri-ellenizzazione del mondo islamico. Perché l’incontro tra filosofia greca e Islam avvenne davvero nei “secoli d’oro” del mondo islamico. L’esempio maggiore è la raffinata civiltà che si sviluppò nel califfato abbaside di Baghdad tra i secoli VIII e X dopo Cristo, e in seguito – pur non raggiungendo analoghi livelli di splendore – nei regni musulmani di quella parte della Spagna che è ora l’Andalusia. Arabi e persiani sono stati alcuni dei maggiori filosofi e scienziati del Medio Evo, basti citare per tutti Avicenna, Averroè e al-Farabi. Alla civiltà islamica dobbiamo, tra l’altro, la diffusione di Aristotele nell’Europa medievale, e non è certo poco. Sembra un discorso astratto, ma è tutt’altro che così. Non sappiamo quante probabilità abbiano le considerazioni del Papa di essere accolte in un mondo islamico come quello attuale, così attratto dalle opzioni fondamentaliste e dalla negazione che tra fede e ragione sussiste un rapporto reciproco e fecondo. Tuttavia credo che l’aver gettato dei semi di quel tipo, in un momento così tumultuoso, possa alla lunga produrre dei buoni frutti.

Michele Marsonet, L'Occidentale
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