Il Papa: l'11 ottobre 1962 fu una giornata splendida. I Padri conciliari non potevano e non volevano creare una fede diversa o una Chiesa nuova, bensì comprenderle ambedue in modo più profondo e quindi davvero 'rinnovarle''

In occasione del cinquantesimo anniversario dell’apertura del Concilio Vaticano II, l’editore tedesco Herder pubblicherà a novembre nelle Gesammelte Schriften gli scritti conciliari di Joseph Ratzinger con il titolo "Zur Lehre des Zweiten Vatikanischen Konzils" in due volumi curati dall’arcivescovo Gerhard Ludwig Müller, prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede. L'Osservatore Romano ha pubblicato in anteprima, in italiano e nell’originale tedesco, la premessa nella quale Benedetto XVI ricorda quel tempo di attesa diffusa e di grandi speranze, Proponendo una lettura del Concilio che aiuti la sua necessaria ricezione nella vita della Chiesa. "Fu una splendida giornata quando, l’11 ottobre 1962, con l’ingresso solenne di oltre duemila Padri conciliari nella basilica di San Pietro a Roma, si aprì il Concilio”, scrive Joseph Ratzinger. “Fu impressionante vedere entrare i vescovi provenienti da tutto il mondo, da tutti i popoli e razze: un'immagine della Chiesa di Gesù Cristo che abbraccia tutto il mondo, nella quale i popoli della terra si sanno uniti nella sua pace. Fu un momento di straordinaria attesa. Grandi cose dovevano accadere”. “Il cristianesimo, che aveva costruito e plasmato il mondo occidentale, - scrive il Papa - sembrava perdere sempre più la sua forza efficace”: “Appariva essere diventato stanco e sembrava che il futuro venisse determinato da altri poteri spirituali. La percezione di questa perdita del presente da parte del cristianesimo e del compito che ne conseguiva era ben riassunta dalla parola ‘aggiornamento’”. "Affinché potesse tornare a essere una forza che modella il domani, Giovanni XXIII aveva convocato il concilio senza indicargli problemi concreti o programmi. Fu questa la grandezza e al tempo stesso la difficoltà del compito che si presentava all’assemblea ecclesiale". Il Papa ricorda come i singoli episcopati si fossero avvicinati al grande avvenimento con idee diverse. L'episcopato centroeuropeo, Belgio, Francia e Germania, aveva “le idee più decise”. Tuttavia c'erano alcune priorità comuni: il tema dell'ecclesiologia, la rivalutazione del ministero episcopale nel contesto del primato papale, il ciclo tematico Rivelazione-Scrittura Tradizione-Magistero, il rinnovamento liturgico - molto importante per gli episcopati centroeuropei - così come l’ecumenismo, argomento sentito in modo particolare dai vescovi tedeschi: “Il sopportare insieme la persecuzione da parte del nazismo aveva avvicinato molto i cristiani protestanti e quelli cattolici; ora questo doveva essere compreso e portato avanti anche a livello di tutta la Chiesa. A ciò si aggiungeva il ciclo tematico Rivelazione-Scrittura- Tradizione-Magistero”. “Tra i francesi - ricorda Benedetto XVI - si mise sempre più in primo piano il tema del rapporto tra la Chiesa e il mondo moderno, ovvero il lavoro sul cosiddetto 'Schema XIII', dal quale poi è nata la Costituzione pastorale sulla Chiesa nel mondo contemporaneo”: “Qui veniva toccato il punto della vera aspettativa del Concilio. La Chiesa, che ancora in epoca barocca aveva, in senso lato, plasmato il mondo, a partire dal XIX secolo era entrata in modo sempre più evidente in un rapporto negativo con l'età moderna, solo allora pienamente iniziata. Le cose dovevano rimanere così? La Chiesa non poteva compiere un passo positivo nei tempi nuovi?”. Dietro l'espressione vaga 'mondo di oggi' vi è la questione del rapporto con l'età moderna. Per chiarirla sarebbe stato necessari definire meglio ciò che era essenziale e costituivo dell'età moderna. Questo non è riuscito nello 'Schema XIII'. Sebbene la Costituzione pastorale esprima molte cose importanti per la comprensione del 'mondo' e dia rilevanti contributi sulla questione dell'etica cristiana, su questo punto non è riuscita a offrire un chiarimento sostanziale''. “Inaspettatamente - scrive il Papa - l'incontro con i grandi temi dell'età moderna non avvenne nella grande Costituzione pastorale, bensì in due documenti minori, la cui importanza è emersa solo poco a poco con la ricezione del Concilio”: la Dichiarazione "Dignitatis Humanae" sulla libertà religiosa, "richiesta e preparata con grande sollecitudine soprattutto dall’episcopato americano", con cui ''la fede cristiana rivendicava la libertà alla convinzione religiosa e alla sua pratica nel culto, senza con questo violare il diritto dello Stato nel suo proprio ordinamento'': "i cristiani pregavano per l’imperatore, ma non lo adoravano. Da questo punto di vista si può affermare che il cristianesimo, con la sua nascita, ha portato nel mondo il principio della libertà di religione". Il secondo documento, la Dichiarazione "Nostra Aetate", che “si sarebbe poi rivelato importante per l'incontro della Chiesa con l'età moderna - rileva il Papa - è nato quasi per caso ed è cresciuto in vari strati”. ''All'inizio c'era l'intenzione di preparare una dichiarazione sulle relazioni tra la Chiesa e l'ebraismo, testo diventato intrinsecamente necessario dopo gli orrori della shoah. I Padri conciliari dei Paesi arabi non si opposero a un tale testo, ma spiegarono che se si voleva parlare dell'ebraismo, allora si doveva spendere anche qualche parola sull'islam. Quanto avessero ragione a riguardo, in occidente lo abbiamo capito solo poco a poco. Infine crebbe l'intuizione che fosse giusto parlare anche di altre due grandi religioni - l'induismo e il buddhismo - come pure del tema religione in generale. A ciò si aggiunse poi spontaneamente una breve istruzione relativa al dialogo e alla collaborazione con le religioni, i cui valori spirituali, morali e socio-culturali dovevano essere riconosciuti, conservati e promossi''. ''Così - analizza il Pontefice -, in un documento preciso e straordinariamente denso, venne inaugurato un tema la cui importanza all'epoca non era ancora prevedibile. Quale compito esso implichi, quanta fatica occorra ancora compiere per distinguere, chiarire e comprendere, appaiono sempre piu' evidenti''. Tuttavia, nota Benedetto XVI, ''nel processo di ricezione attiva è via via emersa anche una debolezza di questo testo di per sè straordinario: esso parla della religione solo in modo positivo e ignora le forme malate e disturbate di religione, che dal punto di vista storico e teologico hanno un'ampia portata; per questo sin dall'inizio la fede cristiana è stata molto critica, sia verso l'interno sia verso l'esterno, nei confronti della religione''. Il Papa rileva che “se all'inizio del Concilio avevano prevalso gli episcopati centro-europei con i loro teologi, durante le fasi conciliari il raggio del lavoro e della responsabilità comuni” si allargò sempre di più: “I vescovi si riconoscevano apprendisti alla scuola dello Spirito Santo e alla scuola della collaborazione reciproca, ma proprio in questo modo si riconoscevano come servitori della Parola di Dio che vivono e operano nella fede”. I Padri conciliari “non potevano e non volevano creare una fede diversa o una Chiesa nuova, bensì comprenderle ambedue in modo più profondo e quindi davvero ‘rinnovarle’. Perciò un'ermeneutica della rottura è assurda, contraria allo spirito e alla volontà” di quanti parteciparono al Concilio. Infine una nota personale: "Nel card. Frings ho avuto un 'padre' che ha vissuto in modo esemplare questo spirito del concilio. Era un uomo di forte apertura e grandezza, ma sapeva anche che solo la fede guida ad uscire all’aperto, a quell’ampio orizzonte che rimane precluso allo spirito positivistico. È questa fede che voleva servire con il mandato ricevuto attraverso il sacramento dell’ordinazione episcopale". Quindi "non posso che essergli sempre grato per aver portato me - il professore più giovane della Facoltà teologica cattolica dell’università di Bonn- come suo consulente alla grande assemblea della Chiesa, permettendomi di essere presente in questa scuola e percorrere dall’interno il cammino del Concilio".

Vatican Insider, Radio Vaticana, Asca

"Fu una giornata splendida" - Inedito del Santo Padre Benedetto XVI in occasione del 50° anniversario dell'inizio del Concilio Vaticano II

Commenti